1872, il Vesuvio lancia “bombe”: al Ponte della Maddalena San Gennaro fa...

1872, il Vesuvio lancia “bombe”: al Ponte della Maddalena San Gennaro fa l’indifferente, mentre a Nola la statua di San Felice si muove….

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L’articolo e il disegno del “The Graphic” sull’assalto di “canaglie” alla statua di San Gennaro che non fa il miracolo. A Nola, invece, una bambina vede che la statua di San Felice si muove e volge lo sguardo al vulcano. L’eruzione del 1872 raccontata da F.Mastriani…..

 

L’eruzione vera e propria incominciò la sera del 24 aprile 1872, dopo più di venti mesi di “avvertimenti”. Fu la prima catastrofe vesuviana dopo l’unità d’Italia, e la prima eruzione dell’Ottocento descritta, quasi “in diretta”, dai giornali italiani e stranieri, e trasformata in spettacolo per turisti. La sera del 25, racconta Luigi Palmieri, poiché “le lave erano spente” già da dodici ore, “parecchi curiosi, accompagnati da guide inesperte, si avviarono per l’Atrio del Cavallo verso quella lava che sola splendeva alla base del cono”. Seguivano la folta comitiva tre fruttivendoli, Cesare Collini, Antonio Binetti e Girolamo Pansini, e il caffettiere Vincenzo Formisano: la faticosa ascesa produceva fame e sete.  Poco prima dell’alba “i curiosi”, contenti di aver visto anche le lave del 1871, decidono di tornare giù: mentre alcuni si attardano a discutere con i fruttivendoli sul costo di rinfrescanti melarance, all’improvviso il fianco della Montagna si spacca e sprofonda, e dalla voragine prorompe un fiume di lava: è una strage. Vennero identificate 21 vittime.

La sera del 26, mentre nel Vesuviano interno la gente scappava, i vigneti si incenerivano e le case crollavano, sul lungomare di Napoli – lo raccontò Mastriani in una “memoria sull’eruzione del 26 aprile” pubblicata alla fine del ’72- napoletani e forestieri si godevano lo spettacolo dei fuochi, e i “sediarii” che davano a nolo le sedie, i “semmentari” e i venditori di “franfellicchi” facevano affari d’oro. Questa eruzione e questa scena dimostrano definitivamente, a parer mio, che l’essere vesuviano è cosa in parte diversa dall’essere napoletano. Nella sua “memoria” Mastriani “banalizzava” il Vesuvio, lo prendeva in giro: fin dal 79 d.C. il vulcano è “un allocco” che distrugge le città nei suoi “bituminosi amplessi” e si diverte a condensare i secoli in un solo, immobile punto: il tempo intercorso tra il 79 d.C. e il 1872 è, dunque, un niente, un’ombra di nube, è “il volo di un uccello”. Alla fine, dice, accomodante, Mastriani, le eruzioni hanno una loro utilità: sono “coliche, isterismi, furiosi deliri”: dolorosi, sì, ma salvano il territorio da “un colpo apoplettico, da un eccesso epilettico”.

Tuttavia il 27 aprile ci fu la crisi epilettica. La lava sgorgò copiosa da più bocche e agli abitanti di Resina, di Massa di Somma e di San Sebastiano venne ordinato di abbandonare le case: restarono sul posto solo i carabinieri, per tenere lontani i saccheggiatori. Luigi Palmieri non volle lasciare l’Osservatorio: e da qui vide lo spettacolo terrificante della “grandine di obici infiammati” che il Vesuvio scaricò su Ottajano, su Sant’ Anastasia, su San Giovanni a Teduccio. Nella giornata del 28 i Napoletani si affollarono sul Ponte della Maddalena, davanti alla statua di San Gennaro che lì era stata collocata nel 1768, come primo baluardo a difesa della città contro gli “eccessi” del vicino vulcano: piogge acide, “bombe”, vortici di cenere, “aria infetta”. Quando i frammenti di “bombe” e di “obici” incominciarono a scaricarsi anche sulla periferia della città e a bloccare la strada della Reggia, la strada che collegava Napoli e Portici, i napoletani diedero inizio al coro delle suppliche. Ma poiché di ora in ora gli scrosci, invece di placarsi, crescevano di intensità, al tramonto carrettieri, “vatecari” e scaricatori del porto lanciarono prima pesanti ingiurie contro la statua di San Gennaro, poi pietre: infine due, tre “canaglie” colpirono l’immagine con bastoni. Qualche giornale locale parlò vagamente della “delusione dei fedeli”, ma un mese dopo, il 1 giugno, il londinese “The Graphic”, che teneva a Napoli un corrispondente fisso, pubblicò la notizia dell’”aggressione” e la corredò con questo teatrale disegno di G. Durand.

Il 19 novembre 1872 il canonico Raffaele Longo scrisse, su carta intestata della Diocesi di Nola, una lunga lettera a Girolamo Milone, direttore del periodico “La libertà cattolica” e raccontò a lui e ai lettori la storia di un prodigio. “Alle due del pomeriggio del 26 aprile 1872”, mentre il Vesuvio vomitava lava, lapillo e cenere e “quasi rendeva desolate le circostanti campagne”, “a Nola accadde un fatto straordinario sul quale ho serbato un prudente silenzio finché non fosse pronunziata la sentenza della competente autorità ecclesiastica”. Una fanciulla di sei anni, “di umili condizioni”, mentre da sola giocava nei pressi della statua di marmo di S. Felice Vescovo e Martire, “sita nel largo della stazione ferroviaria di Nola, vide muoversi la statua suddetta”. Atterrita, la fanciulla chiamò gridando sua madre che poco lontano da lei “attendeva al lavoro delle funi”. Accorse, con la madre, altra gente: tutti notarono che la statua si era mossa veramente, perché non teneva più lo sguardo rivolto verso “l’occidente della città”, come da sempre l’aveva tenuto, ma ora volgeva la faccia “verso il mezzogiorno, direttamente alla bocca principale del Vesuvio”.

Il vescovo di Nola, Giuseppe Formisano, aprì, sul miracolo, un regolare processo canonico. Ascoltati i testimoni, tutti autorevoli, e poi gli “artisti statuari, gli architetti e i periti muratori”, i giudici ecclesiastici conclusero – un “felice risultato”- che il contorcimento della statua constava dalle ginocchia in su”, mentre tutto il resto “ piedi, zoccolo e base sottoposta” era rimasto immobile e integro. In un articolo del 27 novembre il direttore del più miscredente dei giornali napoletani, “Il Pungolo”, si divertì a elencare i punti oscuri della vicenda e a condire l’argomentazione con un plateale sarcasmo. Il portavoce della Curia nolana, ovviamente, non gradì: riconobbe al giornalista il diritto “di sentire in materia di religione come a lui meglio pareva e piaceva”, ma gli ricordò che ne avrebbe dovuto “dar conto a Dio”. Fu l’ultimo serio tentativo della Chiesa di attribuire un significato religioso alla violenza della natura vulcanica: le processioni del 1906 e del 1929 furono solo riti locali.

Una riflessione: sebbene nei secoli San Michele e la Madonna del Carmine abbiano sempre consentito, miracolosamente,  che la nostra città,  devastata dal vulcano, risorgesse, ogni volta più bella e ricca di prima, dalla cenere e dalle ceneri, noi Ottajanesi non abbiamo mai chiesto che la Chiesa del Patrono e della Compatrona diventassero Santuari. Perché?

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