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1946-2017: la Repubblica fa 71 anni di età. L’anno in cui nacque fu un anno strano, anche per il clima, che favoriva le febbri…

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1946: la lentezza della Consulta nel discutere la legge elettorale, le oltraggiose parole di uno dei capi del movimento l’”Uomo qualunque” contro gli esuli antifascisti, le manovre del “luogotenente” Umberto di Savoia, il processo contro “la saponificatrice” di Correggio e il delitto di Rina Fort. La nuova “Vespa” e il ritorno di Toscanini alla “Scala”.

Il 2 giugno 1946 gli Italiani preferirono la Repubblica alla Monarchia e elessero i membri dell’Assemblea Costituente. Scrisse Ignazio Silone che la vittoria della Repubblica “era innegabilmente un atto di vita, e, soprattutto un atto di modernità”: “per merito prevalente delle classi lavoratrici” l’Italia si era liberata “da una parassitaria struttura di origine feudale”. Nel maggio, approfittando dell’equivoca definizione di “luogotenente” e della confusione giuridica che aveva segnato il procedimento di abdicazione del padre, Umberto di Savoia si era proclamato re, re “Umberto II”. In quanto re, e nel segno della tradizione legittimista, egli avrebbe potuto non riconoscere la Costituente, e anche rinviare le elezioni. Ma non osò. Piero Calamandrei ricordò a lui e ai suoi che il popolo italiano non riconosceva più i “finti re”: “né quello vecchio, che naviga fuggiasco verso la terra delle mummie, lasciando dietro di sé, come le seppie una scia di torbido inchiostro, né quello nuovo che gioca alla monarchia.”.Gli equivoci, si sa, possono ispirare, anche in politica, tragedie e commedie: è strano il virus che li produce, e i Padri Costituenti avrebbero fatto bene a vaccinare la neonata Repubblica…
Dal dicembre del 1945 al 2 giugno del 1946, e all’elezione dell’Assemblea Costituente, i poteri del Parlamento vennero esercitati da un organo di nominati, la Consulta, in cui erano rappresentati tutti i partiti e tutti i movimenti, anche l’”Uomo Qualunque”. Uno dei capi dei “qualunquisti”, il sig. Patrissi, durante la prima seduta del Congresso del Movimento, si scaglia contro gli italiani che il fascismo ha costretto all’esilio, e che ora sono tornati, “come branchi di iene e di sciacalli”, “come dei rinnegati – salvo rare e nobili eccezioni- che per venti anni congiurarono alla perdita della Patria”. E Giovanni Mosca nota, nel suo articolo, che dopo queste parole, vi furono “applausi scroscianti e grida di “duce, duce”. Il discorso e gli applausi suscitarono l’ira di tutti, perfino dei monarchici, e segnarono l’inizio della crisi dell’”Uomo qualunque”: “Il “qualunquismo”, scrisse Mosca, che da parassita cerca di sfruttare gli errori degli altri, ha commesso questa volta un grave errore”.
L’articolo è del 19 febbraio 1946, e l’aria di Roma, resa “molle e dannosa alla salute dall’improvviso scirocco”, “rallenta i lavori della Consulta”: che sta discutendo di legge elettorale: gli articoli sono circa cento, e i consultori stanno fermi “al terzo comma del terzo articolo”: i “pessimisti” calcolano che, “andando di questo passo, l’intera legge sarà varata tra quattro mesi”. Si rischia di rinviare il voto di giugno: si spera, perciò, che lo scirocco venga sostituito, al più presto, da “una frizzante e energetica tramontana”. Nella Consulta ci sono molti “vegliardi”, che spesso ricevono la visita di Francesco Saverio Nitti, che ha 76 anni: “questo veterano – scrive, velenoso, il giornalista – viene alla Consulta con la degnazione di uno Zacconi” – Ermete Zacconi, attore grandissimo, un mattatore – che acconsenta a farsi vedere in un congresso di Rossano Brazzi”. Il quale Brazzi, ricorda Mosca, il giorno prima aveva giocato nella partita di calcio tra attori e giornalisti, suscitando “grande scalpore a Roma “ e “togliendo molto pubblico alla Consulta”.
Nell’aprile del ’46 la Piaggio lancia sul mercato italiano, al prezzo di 55000 lire, la nuova “Vespa”, “il primo serio tentativo – scrive Giovanni Canestrini – di risolvere praticamente e tecnicamente il problema del mezzo di trasporto popolare.”. Ottomila lire spendono a maggio le signore che vanno alla prima della “Scala”:il teatro è stato ricostruito dopo che i bombardamenti del ’43 avevano ridotto la sala e la galleria “ a una specie di Colosseo”. Ottomila lire, per vedere Toscanini che dirige l’orchestra, e molto di più per gli abiti, per le pellicce e per i cappelli “di tutte le forme e le dimensioni – scrive Raul Radice -, nastri, turbanti, fiori secchi e fiori freschi”: più che cappelli, sono “giardinetti completi”. A giugno inizia a Reggio Emilia il processo contro Leonarda Cianciulli, nata a Montella e trasferita a Correggio, accusata di aver ucciso tre donne, di averne smembrato i corpi e di averne bollito e saponificato i pezzi. E’ coinvolto nella vicenda anche un sacerdote, che, come racconta Tommaso Besozzi, ha incastrato la scatola di latta con i gioielli strappati alle vittime in un blocco di cemento, “grande come un mezzo mattone” e ha nascosto il blocco “nella cassetta delle elemosine della Chiesa di Vezzano sul Crostolo”. La Cianciulli aveva dato alla luce 17 creature, 13 delle quali erano morte nei primi mesi di vita. “E’ la maledizione di mia madre – raccontò la “saponificatrice”-:: mia madre non tollerò che io sposassi l’uomo che amavo, e non quello a cui lei mi aveva destinata e perciò lanciò le sue bestemmie contro i miei figli”. “Per vincere il maleficio la Cianciulli aveva tentato ogni sorta di esorcismo”, ma infine si era persuasa che per salvare i figli superstiti dovesse”offrire alla morte” delle vite umane. Perciò aveva ucciso.
A dimostrare che anche l’Italia “nera” era una sola, dalle Alpi alla Sicilia, il 29 novembre 1946 in un appartamento di via San Gregorio a Milano Rina Fort uccise la moglie e i tre figli del suo amante, il catanese Giuseppe Ricciardi, che a Milano gestiva un negozio di stoffe. Pochi giorni dopo un giornalista di eccezione, Dino Buzzati, entrò nell’appartamento, in cui le macchie di sangue erano ormai croste di pallido rosso e fece parlare gli oggetti, la banalità dei mobili, “una banalità peggiore della miseria”, le cornici sbrecciate dei quadretti a olio comprati all’emporio di Porta Venezia, e, a vegliare sul letto, l’oleografia della Madonna azzurra che sorride al figlio, e poi gli abiti del marito, quelli della moglie, e lo scrittoio rococò sotto al quale la polizia aveva trovato la lettera che Giovannino, di 7 anni, stava scrivendo ai nonni di Catania quando la sua vita fu spenta dalla follia della Fort: “ Vi faccio sapere che a Milano sto bene, solo c’è freddo, papà ci ha comprato i calzettoni pesanti”.
Il campionato di calcio 1945-46 si svolse in due gironi, l’Alta Italia con 14 squadre, e il Centro-Sud con 11. Al girone finale vennero ammesse le prime quattro squadre dei due raggruppamenti. Il titolo lo vinse il “Grande” Torino: e dietro si piazzarono la Juve, il Milan, l’Inter, il Napoli, la Roma, la Pro Livorno, il Bari.

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