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ECCO COSA FARE CONTRO IL PENSIERO UNICO DOMINANTE

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Istruzioni per l’uso contro la becera cultura del niente: frenare la diaspora meridionale; reagire a scelte individualiste; ma soprattutto, coltivare una presenza attenta e competente sul territorio.
Di <b>Michele Montella</b>

Contro che cosa si va a scontrare la diffusa indifferenza verso l’arroganza al potere? Come reagire a chi sta costruendo gradualmente e senza fare alcun rumore una dittatura politica, che irride perfino al percorso storico della lotta della Resistenza antifascista, durante la seconda guerra mondiale. Cosa poter fare contro una becera cultura del niente imponente ed impunita?<br />
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Qual è il luogo in cui il coraggio di sperare si può ancora esercitare? Esiste ancora la possibilità di creare una città del coraggio contro la sopraffazione dell’arroganza e dell’incultura, dello scambio di risorse contro il traffico degli interessi, del dialogo contro lo sguaiato urlo del servo?<br />
Ci poniamo ancora una volta queste domande, dando seguito al breve excursus tematico sull’affermazione di Sartre che <strong>l’inferno sono gli altri</strong>. (<strong><a target=”_blank” href=”http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=8896″>VEDI</a></strong>)<br />
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Abbiamo già dato due risposte a tali quesiti: una riguarda la diaspora del pensiero meridionale a cui dobbiamo mettere un freno, perchè l’assenza di donne e uomini pensanti genera la diffusione del pregiudizio, dell’inconoscenza e dell’incultura; un’altra riguarda la capacità di reagire a scelte individualiste ed autoreferenziali.<br />
C’è tuttavia qualcosa di più che è possibile fare, prima di dirsi sconfitti, ed è <strong>coltivare una presenza attenta e competente sul territorio</strong>. Lì dove non c’è cultura bisogna farla nascere; dove manca un panorama di partecipazione e dove giace sepolto il coraggio di andare contro l’omologazione bisogna farli nascere.<br />
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Non possiamo chiamarci uomini e donne di speranza se non ci carichiamo del coraggio dell’impopolarità. Il morso dell’emarginazione, pur nella consapevolezza di essere portatori di intelligenza, di idee, di novità corroboranti, deve essere accettato, altrimenti parleremo di una speranza inautentica, quella dei bigotti o, peggio ancora, quella di chi per ufficio deve sostenere il ruolo di ottimista.<br />
Ritengo che la speranza lungi dall’essere tipica dell’uomo ottimista sia invece caratteristica del pessimista; infatti l’ottimista, almeno quello becero che spopola nelle nostre piazze, non ha bisogno di sperare: si ritiene egli stesso il prodotto migliore. <br />
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Il pessimista invece sa che per combattere ha bisogno di un progetto; deve costruire processi virtuosi; abbandonare il pressapochismo e disegnare panorami vasti di senso dove collocare le proprie azioni. Il pessimista intelligente sa coniugare il suo stato d’animo con l’attesa; solo lui sa attendere un cambiamento ed opera affinchè l’aurora possa rinascere. Charles Pèguy, che amava parlare di piccola speranza, afferma, nel <strong>Portico del Mistero della seconda virtù</strong>, che di tutte le virtù quella che più stupisce Dio è la speranza, perchè serba nel cuore degli uomini la meraviglia dell’indomita resistenza. <br />
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Certo essere pessimisti ed uomini di speranza è una sfida poderosa, accompagnata da un abissale mistero, ma è la nostra sfida, se vogliamo arginare l’inferno che ci circonda.<br />
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<strong><a target=”_blank” href=”http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=14″>LA RUBRICA</a></strong>

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