IL MONDO ANTICO CI AIUTA A CAPIRE IL DISPERATO PRESENTE

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Ci serviamo di una città simbolo dell’antichità, per riflettere sul tempo presente e sul nostro modo di rapportarci alla terra e alla comunità. Di <b>Michele Montella</b>

Come promesso, dopo Itaca, cominciamo ad occuparci di un&rsquo;altra citt&agrave; simbolo, che pu&ograve; aiutarci a riflettere sul nostro presente: Cartagine, antagonista fiera e nobile di Roma, indiscussa protagonista dei mari e incrocio di culti orientali e fenici. Perch&eacute; andiamo girando nel mondo antico per parlare del nostro disperato e affascinante mondo moderno?

Perch&eacute; tutto ci&ograve; che &egrave; umano, in qualche misura, si ripete e quello che riteniamo classico ci parla, in un alfabeto universale, delle caotiche sorti del nostro civile intendimento, delle caratteristiche relazionali, dello struggimento divino e, infine, delle interpretazioni economiche e culturali della realt&agrave; nella quale siamo immersi. Perfino la dimensione onnicomprensiva delle caratteristiche digitali della nostra epoca, trova nell&rsquo;antichit&agrave; il modo di manifestarsi e di esprimersi. Basti pensare alle realt&agrave; contemporanee che esperiscono gli dei e gli uomini, ai mondi giustapposti del mistero e della carnalit&agrave; e anche ai linguaggi sibillini che guidavano gli uomini e le stirpi.

Adesso ritorniamo a Cartagine e alla sua eroina: Didone. Immaginiamo per un momento il suo stato d&rsquo;animo prima di lasciare il padre. Il fratello le aveva ucciso il marito; ella spaventata e turbata cerca la fuga e in segreto lascia la sua amata Tiro, per raggiungere l&rsquo;Africa. Virgilio ci spiega che l&rsquo;assassinio fu perpetrato perch&eacute; Pigmalione, fratello di Didone, voleva impadronirsi dei beni del cognato. La cupidigia della roba segna uno dei nodi principali della involuzione etica dell&rsquo;Occidente e minaccia ancora oggi la fraternit&agrave; umana. Didone, abituata ai fasti della corte, deve rassegnarsi a portare il peso dell&rsquo;esclusione e dell&rsquo;allontanamento dalla sua citt&agrave;. Lo sradicamento &egrave; per tutti un&rsquo;esperienza atroce, anche quando, come nel caso della regina, esso avviene con la garanzia di tesori e beni.

Arrivata da Iarba, re africano, gli chiede di poter costruire una citt&agrave; su un pezzo di terreno. L&rsquo;attaccamento alla terra genera in lei l&rsquo;indomito desiderio di recuperare la sua esperienza del distacco, riproponendosi di seminare di nuovo le sue radici. Iarba concede a Didone tanta terra quanto ne contiene una pelle di bue, pensando cos&igrave; di metterla in difficolt&agrave;; ma l&rsquo;eroina riduce in sottili strisce la pelle e descrive un perimetro tanto grande da poter fondare una citt&agrave;: Cartagine di terra e di mare, il luogo della riconsegna dei sogni a se stessi e l&rsquo;avvio del motore progettuale della socialit&agrave;.

Le nostre povere citt&agrave; in disordine risentono forse della mancanza di un principio rigeneratore, che ridia fiato alla progettualit&agrave;. La geniale trovata delle strisce di pelle, non pu&ograve; forse richiamare un tentativo di ritagliare le storie delle nostre vite, unirle in lineari collegamenti e formarne un perimetro di unit&agrave;? La storia di ciascuno di noi dovrebbe confluire nelle storie degli altri e trovare sostegno ai tentativi falliti di rimettere insieme i valori di un popolo o solo di una comunit&agrave;, anche piccola e deprivata. A noi oggi manca, forse, il coraggio di Didone, che dai millenni passati continua a manifestare la volont&agrave; di riappropriarsi di una patria.

L&rsquo;esperienza del mito ci richiama alla mente, in una catena di passaggi e di suggestioni, un famoso racconto di Tolstoj, che da bambino tante volte una mia vecchia e indimenticata zia mi raccontava. Esso riferisce di un sogno simile a quello di Didone, ma di segno opposto e, per certi versi pi&ugrave; vicino al nostro modo di rapportarci alla terra e alla comunit&agrave;.<br />Ma ne riparleremo nel prossimo articolo.

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