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Il difficile dialogo tra le generazioni

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In quest’articolo prendiamo in considerazione la città di Atene, come simbolo delle relazioni intergenerazionali. I giovani non sono tessere di un puzzle, ma le città odierne ne hanno paura. Di <b>Michele Montella</b>

Nell&rsquo;Accademia platonica le giovani generazioni godevano il privilegio di passeggiare con Platone o con Filone e con tanti filosofi del dialogo, intorno ai giardini estesi e fioriti della campagna ateniese. Guardando, avremmo visto acuti studenti elaborare concetti, ricercare i segreti dell&rsquo;esperienza sensibile, rivestire l&rsquo;invisibile di parole e l&rsquo;inesprimibile di emozioni, come la promessa impaziente di una novit&agrave;. Anche nella scuola aristotelica del IV secolo, accanto al tempietto sacro ad Apollo Liceo altri giovani peripatetici, in altri giardini, costeggiando vialetti e spazi erbosi, analizzavano la natura con spirito analitico e l&rsquo;inquieta curiosit&agrave; scientifica si sposava alla tranquilla sapienza del Maestro.

Giovani e adulti, scolari e maestri s&rsquo;incontravano: attente ed inesauste menti di chi architettava il bene comune, senza nemmeno farci caso, con la spontanea gioia della reciprocit&agrave; di pensiero.<br />Sotto i portici, al calar del sole, si veniva costruendo una citt&agrave; dello scambio intergenerazionale, che misurava con la passione per la cultura, le altezze dei progetti e le profondit&agrave; del lavoro intellettuale, da cui germoglia la gioiosa creazione umana. Cosa rimane di questa eredit&agrave;, oggi? Quale Atene pu&ograve; dar luce alle nostre vecchie storie di esclusione giovanile e di impacciati rapporti paternalistici?

Il dialogo fra le generazioni si dipana per lo pi&ugrave; sull&rsquo;asse dell&rsquo;economia, resta imbrigliato nel mondo della complessit&agrave; dei linguaggi, viene affogato nella melma dei modelli imitativi: non ci sono pi&ugrave; salti, n&eacute; distinzioni, ma solo un reciproco e vano rincorrersi. La stessa questione del lavoro, problema sociale tra i pi&ugrave; spinosi, viene definito come un meccanismo obbligato e alternato, secondo cui, sulla base di un certo numero di risorse, si eleva l&rsquo;orrendo mostro della Spartizione tra giovani e vecchi. La questione assume cos&igrave; le forme di un mercato che stritola allo stesso modo chi sembra non avere pi&ugrave; il diritto di uscire serenamente dal meccanismo produttivo e chi trova solo porte chiuse e vie sbarrate al legittimo desiderio di correre speditamente verso la propria realizzazione umana.

Il dramma di un lavoro mancato o non adeguato, non &egrave; rappresentato solo da una dimensione contabile e finanziaria, ma si definisce a partire dalla mancanza di un dialogo sulla generosit&agrave; e sulla difficolt&agrave; di aprire i meccanismi sociali all&rsquo;esperienza dello scambio di sapienze e di strumenti operativi. Non mi sembra che i giovani siano tesserine di un puzzle che va componendosi gradualmente e proporzionalmente allo svuotamento di posti occupati da altri. Nessuno mai ricorda che i giovani sono strumenti di cui il mondo storico umano ha bisogno per acquisire un senso e sono i semi che la natura utilizza per rinnovare se stessa. Tale fatale disattenzione cancella dalla nostra autocoscienza l&rsquo;origine della loro dignit&agrave;, che in realt&agrave; &egrave; enorme e sovrana.

Il diritto alla partecipazione e al lavoro dei giovani si fonda sull&rsquo;insopprimibilit&agrave; del valore stesso della loro esistenza e non solo meschinamente nel considerarli portatori di esigenze da monetizzare.<br />La citt&agrave; di Atene li ammirava e gustava, grazie a loro, il continuo evolversi delle categorie culturali, dei progetti sociali, delle tecnologie.<br />Le citt&agrave; odierne ne hanno paura e li incatenano alle oscuri prigioni del profitto.<br />(<em>Fonte foto: Rete Internet</em>)

<a href=”http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=14″ target=”_blank”><strong>LE CITT&Agrave; INVISIBILI</strong></a>

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