Home Terza pagina Le Città invisibili Quanta terra occorre ad un uomo

Quanta terra occorre ad un uomo

554
0
CONDIVIDI

Usiamo in prestito il titolo di un’opera di Tolstoj, per riflettere sul vilipendio delle nostre terre, devastate dai roghi tossici, e sul piccolo senso di comunità che è in noi.

Con la riflessione su Cartagine (articolo del 16 giugno scorso, ndr) abbiamo fissato la nostra attenzione su un aspetto determinante della fondazione di una citt&agrave; a misura di uomo, descrivendolo come principio rigeneratore, che pu&ograve; essere individuato nella costruzione di un perimetro di storie personali, tale che un&rsquo;esperienza di vita richiami un&rsquo;altra in un flusso continuo, fonte di Storia.<br />Se adesso ci domandassimo, come si pu&ograve; raggiungere questo scopo, potremmo rispondere esplorando uno dei pi&ugrave; bei racconti dell&rsquo;Ottocento, gi&agrave; anticipato nell&rsquo;articolo precedente, intitolato <em>Quanta terra basta ad un uomo </em>di Lev Tolstoj.

Nel racconto si descrive la storia di un contadino, Pach&ograve;m, che ha nel cuore l&rsquo;unico e ossessionante desiderio di accrescere le terre di sua propriet&agrave;. Nel testo si dipanano i pensieri reconditi del contadino, la cui logica &egrave; esclusivamente quella di calcolare i benefici che pu&ograve; ricevere dall&rsquo;acquisto di appezzamenti di terreno. La bellezza delle terre delle sconfinate steppe russe &egrave; funzionale al calcolo degli interessi e alla previsione dei ricavi, non certo al godimento estetico e all&rsquo;esaltazione sentimentale, che una vista splendida di campi arati pu&ograve; offrire. Cos&igrave; di giorno in giorno, di occasione in occasione egli diventa proprietario di terreni a perdita d&rsquo;occhio, ma nemmeno quello sazia la sua fame.

Alla fine, cercando di accumulare quanto pi&ugrave; territorio &egrave; possibile, secondo la promessa che gli era stata fatta di poter avere gratuitamente tutta la terra che fosse riuscito a calpestare dall&rsquo;alba al tramonto, muore sotto il peso dello sforzo inumano e dell&rsquo;allucinato incubo, preda ormai di un esaurimento delle forze vitali. Gli rimane solo una piccola fossa, della stessa misura della sua altezza, in cui viene sotterrato.

Pach&ograve;m compie gli stessi gesti di Didone. Tuttavia mentre la seconda cinge la terra con le strisce di pelle, perch&eacute; ha in mente una citt&agrave; di uomini non pi&ugrave; esiliati, fondatori di una nuova comunit&agrave;, il primo corre diabolicamente sulle zolle legato al parossismo della sua infinita e tragica solitudine.<br />Le nostre citt&agrave; ricorreranno alla terra come promessa di uno spazio sociale in cui condividere desideri, progetti, produzioni, pensieri oppure scorgeranno nel territorio, che abitano da effimeri ospiti, solo nebbie e abissi, accaparramenti, capitalistici interessi individuali, lotte per la sopravvivenza?

Quando si parla di terra non si fa riferimento ad un ambito ecologico o ad un ritorno alle origini: ne abbiamo gi&agrave; troppi di lamenti new age, ma al concetto di sobriet&agrave;, conseguente ad un uso delle risorse umane e terrene in prospettiva di una chiamata alla convivenza. Ciascuno nell&rsquo;impegno di maturazione personale e di arricchimento del proprio lavoro manuale e intellettuale, materiale ed immateriale, ha necessit&agrave; di tener conto che il proprio sviluppo personale &egrave; proporzionale alla crescita comunitaria. Solo in una prospettiva di spirito comunitario la sua stessa esistenza pu&ograve; trovare una collocazione degna dell&rsquo;umano in lui.

Se pensiamo al vilipendio delle nostre terre, devastate dai roghi tossici, all&rsquo;aumento esponenziale dei tumori, alla prevaricazione costante e predeterminata dell&rsquo;uno sull&rsquo;altro a tutti i livelli, alla perdita della percezione del limite, capiremo come un principio che possa rigenerarci parte da una valorizzazione della socialit&agrave; in noi e dall&rsquo;educazione al sentirsi parte di una comunit&agrave;.<br />Il contadino, che in ognuno di noi ha ancora il coraggio di parlare, chino a riempire la propria fossa, non immagina il proprio corpo senza vita, ma pensa al fiore che potr&agrave; piantare.<br />(<em>Fonte foto: Rete Internet</em>)

<a target=”_blank” href=”http://www.ilmediano.it/apz/vs_cat.aspx?id=11″><strong>LA RUBRICA</strong></a>