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A Ottaviano, “‘nterra ‘o Palazzo”, in estate, c’è una inebriante frescura. Da sempre. Lo dicono i poeti e i nomi dei luoghi……

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Negli spazi davanti al Palazzo Medici si gode da sempre, dai tempi dei Longobardi, un’ “aria fresca e fina”, che non c’è afa che possa affiochire. Da qui l’affluenza, durante l’estate, dei “turisti climatici”, che nei primi decenni del ‘900 venivano anche da Napoli;da qui alcuni nomi dei luoghi, uno per tutti, “la Valle delle Delizie”, da qui l’omaggio di E.A. Mario e degli autori di canzoni che conquistarono il pubblico della “Piedigrotta”.

“’ncopp’’a Valle d’’e Delizie/addò’ è tutta ‘na canzone” (A.Nappo).

Le preghiere per invocare la pioggia tutti i sacerdoti le conoscevano. Ma se capitava che, conclusa la preghiera, incominciasse veramente a piovere, per il sacerdote invocante era come vincere un terno al lotto: fatto subito monsignore, e non molto dopo anche vescovo. Se è vera questa storia della guerra climatica e del potere di alcune misteriose e onnipotenti agenzie di fare il bello e cattivo tempo, e non più solo in senso metaforico, allora le comunità locali, le Regioni e i Comuni dovranno affidarsi a presidenti, a sindaci, ad assessori che abbiano la chiave per entrare nelle simpatie di queste agenzie, o, in via subordinata, nel cuore degli dei che regolano siccità e temporali, afa, frescura e gelo. Leggo della folla di persone che ogni sera occupa, a Ottaviano, gli spazi verdi ai piedi del Palazzo Medici, e cerca negli aliti freschi dei venticelli “vesuviani” la difesa contro l’implacabile, greve calura di questa estate ostile. Non sto a parlare dei meriti dell’ Amministrazione, della manutenzione e dell’arredo dei giardini: l’argomento non mi interessa, perché ad affrontarlo senza una chiara documentazione si correrebbe il rischio di confondere vieppiù gli studiosi di cose vesuviane, già impegnati a decidere, al di là di ogni ragionevole dubbio, se veramente alcuni personaggi hanno bloccato con la forza magnetica della loro presenza le fiamme e i roghi dell’ultimo “incendio” del Vesuviano, se, insomma, possiamo parlare di una versione contemporanea del “miracolo” di San Giorgio che spegne il fiammeggiante respiro e la vita del drago.
La notizia della folla in cerca di refrigerio mi ha consentito di ricordare che da sempre il luogo che si apre ai piedi del Palazzo è, per la sua conformazione e per un prodigioso, e casuale, intreccio di vuoti e di pieni, di varchi e di corridoi, “un’isola” in cui si muove una frescura intensa e rigenerante, anche nei giorni in cui tutt’intorno si accampa, immobile e invincibile, l’afa. Da sempre: anche quando via Cesare Augusto era in pieno travaglio, nelle sere d’estate in cui l’aria “si appicciava” i “turisti del fresco” approdavano numerosi in quest’ “isola”, “addò’ – dicevano i vecchi – ce vo’ sempe ‘na maglietta ‘ncuollo”. In quel luogo c’era, fino agli anni ’70, l’”imbuto” di una polla sorgiva, in cui nell’’800 alcuni beccai conservavano, durante l’estate, con il permesso delle autorità, i “quarti” di buoi e di maiali. Il toponimo “ ‘E ventarielli”, dal chiaro significato, indicava almeno quattro luoghi, tra il Palazzo Medici e le prime due curve della strada che porta in montagna: queste fresche cavità, in buona parte sotterranee, vennero usate fino alla prima guerra mondiale come depositi della “neve”, necessaria per la conservazione degli alimenti e per il ristoro dei malati: gli appaltatori andavano a prenderla a Monteforte e a Mercogliano e riuscivano a conservarla per mesi ammassandola con una tecnica particolare.
La “freschezza” dei luoghi era suggerita anche da altri toponimi. “La Valle delle Delizie” fu per molte generazioni del Vesuviano e della Campania Felice un affascinante, tranquillo e voluttuoso giardino: “sotto ‘vraccio chianu chiano/ arrivammo ‘o Papiglione, /‘ncopp’’a Valle d’’e Delizie / addò è tutta ‘na canzone. E cchiù ‘ncoppe a Muntagnella /llà nce sta Mamma Schiavona /…che profumo ‘a sti ciardine/ ca nce dà chest’uva rosa / veramente è ‘n’’ata cosa / stu paese, a verità.”. Sono versi di “Piererotta Vesuviana”che Agostino Nappo scrisse per la musica di M. Nicolò: la canzone partecipò alla “Piedigrotta” del 1951. Sulla sommità del “Papiglione” c’era una selva di castagni che si chiamava del “fruscio”: che potrebbe anche essere un soprannome, ma certamente fa pensare allo stormire intenso delle fronde, mentre non lascia dubbi il nome, “Vient’’e terra”, dell’anfratto che si apriva ai piedi di Castel Vetere.
Il clima di Ottaviano, mite in ogni stagione, attirava ancora tra le due guerre mondiali turisti “climatici” anche da Napoli, e, negli anni ’70 suggerì all’ Amministrazione Provinciale di costruire un sanatorio poco lontano dal luogo dove ora sorge la Clinica Trusso. Credo che la Provincia abbia acquistato anche il terreno: poi non se ne fece più nulla. Ma questa è un’altra storia. La mitezza salutare e rigenerante del clima ottajanese divenne un tema della poesia e della canzone. E’ questo clima che rende “bella, simpatica, bona e purposa” Rosa, “a pacchianella ‘e Uttajano”, protagonista della canzone omonima – versi di Errico Capurro, musica di Giuseppe Giannelli – che nella Piedigrotta del 1904 conquistò i favori del pubblico. Nel 1916 E. A. Mario, che di Ottajano fu un ardente ammiratore, in “Canzone Vesuviana”, esortava chi “vo’ campà’ cujeto” e desidera vivere serenamente il suo amore, a salire a Ottajano, a trovarsi “’na casarella” tra i giardini luminosi di reseda e di “caruofane schiavune”.
Mi è parso giusto corredare questo “ricordo” con un quadro in cui uno dei più grandi pittori napoletani del ‘900, Gennaro Villani, trasformò in colori le emozioni che gli aveva suggerito la nostra Ottaviano.