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A Ottaviano un capolavoro di Francesco Curia, “il più grande pittore napoletano” della seconda metà del ‘500

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Qualche giorno fa, al Museo Correale, non l’avessi mai detto che Curia è il più grande pittore napoletano negli anni che precedono l’arrivo di Caravaggio a Napoli: sono stato pubblicamente ripreso da una signora esperta d’arte…In verità, questa cosa su Curia non la dico solo io, la scrive anche Francesco Abbate: sono certo che la signora sa chi è. La colpa è del “nero di carbone” usato da Andrea Vaccaro.

Giustamente le signore della Fidapa di Ottaviano, nell’invitarmi ad accompagnarle al Museo “Correale”, mi avevano avvertito: da voi ci aspettiamo solo qualche notizia su Angelica de’ Medici e sui quadri “ottajanesi” presenti nelle raccolte del museo sorrentino. Il codice dell’amicizia e dell’ospitalità, che è rigorosamente condiviso dalle sezioni della “Fidapa”, e le ragioni della saggezza avevano suggerito alle signore di Ottaviano di affidarsi alla guida di una professoressa esperta d’arte, che avrebbe illustrato, piano per piano, il ricco patrimonio del “Correale”. E in verità, lo confesso, io, davanti alle “nature morte” napoletane e fiamminghe, avrei divagato parlando delle innovazioni cromatiche e dei valori simbolici dei cestini ricolmi di frutta, dell’uva, del melograno, delle noci e delle castagne solitarie: e nella sala della scuola di Posillipo mi sarei perso in chiacchiere descrivendo la tecnica di Pitloo e di Giacinto Gigante, e qualche parola avrei speso anche per le cartiere di Amalfi e di Isola del Liri che producevano la carta adatta al pennello e alla “mano” dei grandi acquarellisti di Napoli. E in quali sproloqui mi sarei disperso davanti ai quadri di Duclère, su cui non pochi anni fa osai perfino scrivere un articolo…..
A piano terra, me la sono cavata bene: ho detto qualcosa su Luca Postiglione, autore del pregevole ritratto di Donna Angelica, e mi è stato anche concesso di parlare, brevemente, della “modella”. Poi siamo arrivati davanti alla “Pietà” di Andrea Vaccaro (vedi foto in appendice): e poiché penso che sia un’opera pregevole, e credo, sulla base di buone ragioni, che il quadro abbia fatto parte della “dote” di Angelica, ho creduto opportuno dire qualcosa sul nero di carbone con tonalità d’azzurro che l’artista usò per dare al corpo di Cristo il colore della morte. Avrei potuto fermarmi qui, e invece ho superato il limite: ho aggiunto che la stessa soluzione cromatica venne usata, per il corpo di nostro Signore nella “Deposizione” della Chiesa del SS. Rosario, a Ottaviano, da Francesco Curia, “il più grande pittore napoletano negli anni che precedono l’arrivo di Caravaggio a Napoli”. Così ho detto, testualmente: e stavo pronunciando ancora “Napoli”, quando la signora professoressa esperta d’arte ha immediatamente manifestato con il gesto, con l’espressione del volto e con le parole tutta la forza della sua obiezione: “Ma no, ma no, Curia non è il più grande pittore…”
Subito ho pensato agli insegnamenti di Diogene Cinico, di cui mi professo seguace, e intanto sentivo l’impulso degli istinti che mi vengono dai miei avi cocchieri, ma poi mi hanno vinto i doveri dell’essere ospite e le ragioni dell’abitudine a dare, di ogni vicenda, la colpa prima di tutto a me stesso. E dunque con calma dico ora alla professoressa esperta d’arte che se consulta su internet la scheda dedicata a Francesco Curia dal “Dizionario Biografico Treccani” leggerà che nell’incipit il curatore, Francesco Abbate, presenta l’artista come “ il più grande pittore della seconda metà del Cinquecento in tutta l’Italia Meridionale”. Era questo il giudizio anche di Bruno Molaioli e di Raffaello Causa: e sarei veramente un imperdonabile scostumato, se osassi chiedere alla signora professoressa esperta d’arte se sa chi sono Causa, Molajoli e Francesco Abbate, e se sa chi è quel Renato Ruotolo che ha definito un quadro del Curia, “l’Apoteosi del nome della Vergine” in Santa Maria la Nova, come “una vera e propria antologia della pittura napoletana alla vigilia della venuta di Caravaggio”.
La “Deposizione” (cm. 315 x 355) della Chiesa del Rosario in Ottaviano è un’opera magnifica: contribuiscono al suo splendore la complessa impaginazione, il disegno straordinario del corpo di Cristo, già vinto dalla morte, ma ancora percorso da una vigorosa tensione, lo spazio creato dal movimento delle teste, il gioco delle mani – il braccio sinistro della donna che in ginocchio stringe tra le mani la mano sinistra di Cristo è il risultato di un infelice restauro eseguito nei primi anni del ‘900 – il panneggio, e, soprattutto, la ricchezza della tavolozza e “quella maniera dolce e pastosa” che gli studiosi considerano una caratteristica dell’arte di Curia. Fu proprio questa “maniera”che convinse Giovanni Previtali ad attribuire, senza incertezze, il quadro a Francesco Curia: ma anche chi non condivideva l’attribuzione ha proposto nomi di grande profilo: Francesco Abbate vide nell’opera la mano di Ferraù Fenzoni, e Alfredo Marzano e Vito Librando quella di Marco Pino.
Tutt’intorno all’altare maggiore della Chiesa del Rosario si sviluppa una “galleria” di capolavori d’arte e di documenti di storia che meritano un po’ di pubblicità.

A. Vaccaro, Pietà, Sorrento