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Alla Befana chiedo che la classe dirigente resti così com’è, anzi peggiori. Solo così avremo grandi romanzi

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Potremmo chiedere anche specchi che non ci dicano la verità. Lo Stato, “un imbuto dove tutto si ferma”, offre abbondante materiale per romanzi di ogni genere: è importante che gli scrittori si convincano che la realtà che osservano ogni giorno è vera, non è un inganno dell’immaginazione. Quanto è noiosa la perfezione.

Dio mi guardi dalla perfezione, il peggiore dei generi letterari (Paul Léautaud).

L’intuizione si accende grazie a un casuale incontro che sulla mia scrivania fanno l’ultimo romanzo di Maurizio De Giovanni, “Pane”, e un articolo di Eugenio Scalfari. Il romanzo di Maurizio De Giovanni non mi è piaciuto: le vicende private dei poliziotti del commissariato di Pizzofalcone – i “bastardi”, che tra poco vedremo in TV – servono solo a far crescere il numero delle pagine, il “giallo” è poco consistente e i suoi nodi si sciolgono solo attraverso due colpi di scena preparati con poca cura: il romanzo si tiene a galla grazie al tema dello scontro tra il fornaio che fa il pane usando ancora il lievito- madre e il collega che si è arreso alla modernità e all’uso del lievito di birra. L’articolo di Scalfari, che “l’Espresso” pubblicò il 22 giugno 2000 nella rubrica “Il vetro soffiato”, ha un titolo che non ammette dubbi:” L’Italia non ha grandi romanzi, perché non ha una classe dirigente”. Scalfari vi delinea un tema, la differenza tra democrazia oligarchica e democrazia aristocratica, che ha riproposto più volte, anche nella polemica contro Zagrebelsky, durante la campagna per il referendum. La democrazia oligarchica, scrive Scalfari, è un sistema chiuso che “si rinnova solo per cooptazione” e dunque è una casta che  ha paura delle eccellenze, mentre la democrazia aristocratica “è un sistema aperto, una classe dirigente che si rinnova di continuo con contributi di nuovi talenti provenienti da tutti i ceti della società”. “Una classe dirigente che accogliesse e radunasse il meglio dell’economia, della cultura e della scienza” fornirebbe “materiale per scrivere grandi romanzi”. Purtroppo, conclude Scalfari, la storia d’Italia, a partire dall’ Unità, “è stata per gran parte storia di piccole e avide oligarchie”.

Ma il discorso non mi convince:l’Italia governata da “piccole e avide oligarchie” ha prodotto le opere di Verga, di Gadda, dei neorealisti, di Pavese, di Calvino: e Tolstoi, Dostoevskij e Gogol sono fioriti nella Russia zarista, e Garcia Marquez, Vargas Llosa, Amado e Cortazar hanno tratto idee e immagini, pensieri e parole dal Sudamerica dei tiranni, della corruzione e dei conflitti sociali. Del resto, la perfezione è noiosa:  quasi duemila anni fa l’anonimo autore del trattato “Sul sublime” notava che Omero talvolta cade in errore, mentre Apollonio Rodio non sbaglia né un accento, né una parola: ma nessuno si sognerebbe di paragonare Apollonio a Omero. Ai suoi alunni Domenico Morelli consigliava: “Se volete diventare grandi pittori, rischiate qualche solecismo”, cioè qualche evidente imperfezione, e di una sua amica Karl Kraus, la malalingua, diceva che sarebbe stata perfetta, se avesse avuto qualche difetto.

La classe dirigente dell’Italia di oggi si supera di giorno in giorno, sciorina un incredibile repertorio di numeri, di trovate, di battute, di colpi di scena: facciamo un rapido elenco di fatti e persone, limitandoci alle vicende recenti: i comizi di Renzi e dei suoi a difesa delle proposte di riforma costituzionale, i nomi e gli argomenti dei difensori della Costituzione, le storie di Roma, gli strepiti sulla libertà di pensiero e di opinione, le giurie popolari per le bugie dei media, il salvataggio delle banche, l’impossibilità di conoscere i nomi di coloro che non hanno  restituito i prestiti concessi dalla Banca Etruria e dal Monte dei Paschi – non i prestiti di pochi spiccioli, ma i prestiti a molti zeri -, una sequenza interminabile di processi a carico di politici e di burocrati nazionali e “locali” che hanno impastato danaro, appalti, consulenze e strepitose telefonate intercettate; a Napoli, la montagna di 700 milioni di debiti che schiaccia l’EAV, che gestisce anche la Circumvesuviana, l’attesa, per ora vana, che le istituzioni competenti si chiedano chi ha contribuito a spolpare l’azienda, l’ agibilità dei treni della Circum, in cui oggi piove, come dimostrano le fotografie pubblicate dal mio amico Enzo Ciniglio, che da anni si batte perché la Circum fornisca un servizio degno di un Paese civile e della preparazione del personale. Ma a Napoli si trova il tempo anche  per costruire una polemica sul San Carlo che ospita un “evento” con Maradona e Siani……

Uno Stato governato in alto e in basso da questa classe dirigente – uno Stato che oggi nell’articolo di fondo del “Corriere della Sera” Sabino Cassese ha paragonato a un “imbuto dove tutto si ferma”-  offre trame da romanzo per tutte le categorie estetiche: il kitsch, il camp, il visionario, il meraviglioso, il divertente, il caricaturale, il grottesco. E il tragico: il tragico della devastante povertà, del pianto dei terremotati, del far west c’’a pummarola ncoppa. Se queste eccezionali premesse non hanno ancora partorito il capolavoro, il romanzo dei romanzi, il “Moby Dick” del nostro tempo, la colpa è, prima di tutto, dell’eccessiva abbondanza di argomenti e di personaggi che cercano, come i personaggi di Pirandello, un autore. E gli autori, a loro volta, sono come paralizzati dallo stupore: temono che non ci siano penna e lessico capaci di rappresentare una realtà che mette in ginocchio la più vigorosa immaginazione.

Nel suo articolo sulla rivolta dei migranti ospitati nella struttura di Cona ( CdS, 4/01/17) Gian Antonio Stella riporta le dichiarazioni di due albergatori: il primo dice che “ospitare i profughi è il nostro nuovo modello economico, ho già incassato 700 -800.000 euro…”, l’altro, “un leghista della prima ora” ammette che “se non ci fossero i profughi, avrei già dovuto chiudere l’albergo”. Il giornalista non può non citare, a questo punto, la famosa telefonata di Buzzi, quello di “Mafia capitale”: “Quest’anno con i profughi e gli zingari abbiamo chiuso con 40 milioni di euro di fatturato”.

Bisogna avere pazienza, sapere aspettare: prima o poi nascerà anche in Italia un Gogol o un Melville. E’ necessario però che la classe dirigente resti quella che è – se peggiora, è ancora meglio – e che il popolo continui a sciogliersi in chiacchiere, a coprirsi con la corazza dell’indifferenza, a guardarsi allo specchio. Ma chiudendo gli occhi. Ecco, alla Befana potremmo chiedere  gli specchi ingannevoli immaginati da Borges, specchi che non ci dicono la verità.

1 commento

  1. Prof. Sempre acuto nelle tue osservazioni. Butto giù qualche considerazione, lungi da me articolare un articolo come il tuo. Non sarei capace di farlo.
    Se la venere di Botticelli fosse formalmente corretta, e tu sai a cosa mi riferisco, sarebbe l’opera che E’.
    Sandro, come se fosse un amico comune, era cosciente di questo?

    In un articolo, (forse un’intervista) non ricordo, di qualche anno fa, Moravia commentando “il nome della rosa di Eco disse: “Un romanzo grande così, con una storia piccola così” indicando le dimensioni con pollice ed indice, evidentemente riferendosi alla dimensione del libro

    Le “condizioni al contorno” sono importanti ma la materia prima lo è di più. Il genio, letterario o no, esce fuori dal contesto, fatta forse la sola eccezione, mi correggerai, del rinascimento Italiano (forse il neorealismo).
    La lite tra i “due”. Troppi diventano GIUDICI lontano dai luoghi in cui sono cresciuti ma quasi sempre abbandonati. (lo fece anche Eduardo e non volle essere seppellito a napoli – vino a Totò- , Saviano smentisca De Magistris, scrivendo qualcosa sui “pinguini dell’alasca”, e poi si vedrà!!!. Saluti e buon anno

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