«Alla fine di ogni cosa» (romanzo di uno zingaro) di Mauro Garofalo:...

«Alla fine di ogni cosa» (romanzo di uno zingaro) di Mauro Garofalo: un pugile sbocciato in campione

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Perché questo romanzo.
Fondamentalmente per due motivi: è biografico, riguarda infatti la vera vicenda di Johann Rukeli Trollmann, il pugile cui il Nazismo tolse il titolo di campione perché “zingaro”. Per tutta risposta, la
volta dopo Trollmann salì sul ring con il corpo cosparso di farina, i capelli tinti di giallo e si lasciò battere. “Quell’uomo aveva messo in scena la sconfitta dello stesso fanatismo ariano che lo ha crocifisso, ha avuto il coraggio di guardare dritto in faccia il grande male del Novecento” (parole delle stesso Mauro Garofalo);  Non riguarda semplicemente lo sport, è intriso dei suoi valori.

“Alla fine di ogni cosa” è il primo romanzo di Mauro Garofalo, giornalista di cronaca, vicinissimo alla boxe. Mentre lo leggevo, ho avuto la sensazione, la identica sensazione di
quando fai il bagno nel mare e a mano a mano che nuoti attraversi zone con diverse temperature, ne sei praticamente avvolto prima che cambi. Infatti, la prima parte del romanzo la caratterizza un sentimento di forza e di tenacia.  Chi ama questo sport deve assolutamente leggerlo, chi non lo ama, anche. Perché nella boxe e nel suo “codice” vi è il
paradigma della vita. Vi sono dei riti qui, come in altri sport, che esercitano un grandissimo fascino, il proteggere le mani con le bende prima di infilare i guantoni è uno di questi, ad esempio. “Seduto su una panca, aveva tirato fuori le fasciature bianche. La
benda che svolgeva. Passaggi a distanziare, proteggere da fratture, il tessuto che stringeva il dorso della mano e andava sotto il palmo, ad accarezzare le linee di una vita che gli si stava sfaldando sotto gli occhi. Giri di fascia a tenere insieme pezzi già rotti. Le dita che si schiudevano sul pollice. Un pugno vuoto in cambio.”

Mi sono, poi, emozionata dinanzi alla potente tenerezza di una immensa storia d’amore.

Infine, ho provato la stessa identica rabbia che provo ogni volta che mi capita di leggere un romanzo ambientato nella Germania della metà del 900′. Vengono tra le altre cose riportati importanti eventi storici, faccio riferimento alla promulgazione della prima legge contro gli zingari, all’eplosione dello zeppelin Hindeburg, alla vittoria delle 4
medaglie d’oro da parte dell’atleta afro-americano, Jesse.

Un romanzo sui valori dello sport, sul legame viscerale con le proprie radici, sulla potenza dell’Amore , un romanzo su una straordinaria amicizia, quella di Rukeli e di Zirzow, il suo allenatore, chi per primo vide in quel piccolo pugile un grande campione e dedicò la sua
esistenza affinché sbocciasse.  Un romanzo che esalta il lavoro intenso e duro, il sacrificio che si nasconde dietro ogni vittoria, dietro ogni sogno in cui credere.
Dietro ogni sogno, lacrime che si confondono al sudore. Un romanzo che evoca al contempo il profumo di una palestra, del sudore e del sangue… che evoca il suono del respiro che si butta fuori ad ogni colpo…
È la storia di uno uomo che si lascia annientare dalla sua passione. Contemporaneamente, incredibilmente potente e delicato.

Nel 2003 la Bundchen Deutscher Berufsboxer, la Federazione Pugilistica Tedesca, ha riconsegnato ai famigliari di Johann Trollmann la corona di campione dei pesi medio-massimi.
Se questo è il romanzo di esordio di uno scrittore non resta che desiderare che continui a raccontare storie.

 

 

 

 

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