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Ancora lotta alla povertà

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[td_smart_list_end]pRiflessione sul nuovo rapporto sulla disuguaglianza pubblicato da Oxfam.

Sono 342 i super ricchi, sparsi per i vari Paesi del Vecchio continente, e possiedono da soli un patrimonio totale di circa 1.340 miliardi di euro. Così, il peso maggiore dei sacrifici finisce sulle spalle di quei 123 milioni di persone (quasi un quarto della popolazione) che sono a rischio povertà o esclusione sociale. È questa l’impietosa fotografia scattata da “Un’Europa per tutti, non per pochi” il nuovo rapporto sulla disuguaglianza pubblicato da Oxfam. Il network internazionale, che riunisce 17 organizzazioni di Paesi diversi impegnate nella lotta alla povertà e all’ingiustizia, denuncia quindi la presenza di una élite che riesce a orientare le decisioni politiche ed economiche a proprio favore e a svantaggio della maggioranza della popolazione. In Europa, come in tutto il mondo, la povertà e l’aumento delle disuguaglianze sono l’effetto di scelte politiche troppo spesso effettuate tenendo conto dell’interesse di pochi e non di tutti i cittadini europei. Di qui, l’appello all’Unione europea e ai singoli Stati membri affinché osservino una maggiore trasparenza nell’adozione di misure economiche e sociali. Anche perché la maggioranza meno fortunata, tra il 2009 e il 2013, è aumentata di numero, arrivando a quota 50 milioni: precisamente 7,5 milioni di persone in più che vivono in condizioni di grave deprivazione materiale, cioè senza reddito sufficiente per pagarsi il riscaldamento o far fronte a spese impreviste. E questo accade in 19 Stati membri dell’Ue, tra cui Spagna, Irlanda, Grecia e Italia. Nel nostro Paese, in particolare, la percentuale di cittadini in stato di grave deprivazione è passata dal 6,4 per cento nel 2005 all’11,5 per cento nel 2014: un totale di sette milioni di poveri, tra i quali i più colpiti sono i bambini e i giovani sotto i 18 anni. D’altra parte, anche da noi la disuguaglianza è forte, visto che il 20 per cento dei più benestanti detiene il 61,6 per cento della ricchezza nazionale netta, mentre il 20 per cento dei più disagiati ne ha appena lo 0,4. Per quanto riguarda la piaga della povertà, poi, nemmeno chi ha un impiego può considerarsi al sicuro. In Italia l’11 per cento dei lavoratori tra i 15 e i 64 anni è a rischio. In Italia, ormai ad otto anni dall’avvio della crisi economica, le vulnerabilità risultano ancora evidenti. Secondo l’Istat i poveri in termini assoluti sono oltre 4,5 milioni, il numero più alto dal 2005. Le situazioni più difficili sono quelle vissute dalle famiglie del Mezzogiorno, dai nuclei di stranieri, da quelli in cui il capofamiglia è in cerca di un’occupazione o è operaio, dalle nuove generazioni. Un elemento inedito, che stravolge il vecchio modello di povertà italiano, è che oggi la deprivazione sembra essere inversamente proporzionale all’età, tende cioè ad aumentare al diminuire di quest’ultima. Le ricadute di tali tendenze possono essere pesantissime, sull’oggi e ancor più sul domani; giovani generazioni che rischiano di entrare in un circolo vizioso di disagio da cui sarà difficile affrancarsi, alla luce degli alti tassi di disoccupazione registrati. Anche le famiglie con minori risultano ancora ampiamente svantaggiate. Le sfide che si aprono per i governi a livello nazionale ed europeo sono dunque numerose, vanno dalla solidarietà e accoglienza all’integrazione e dialogo, da promuovere non solo nei luoghi di maggior presenza degli stranieri ma anche nei piccoli contesti nei quali non si è avuta ancora l’opportunità di interagire con le differenze. Il prossimo 25 marzo ricorreranno i 60 anni della firma dei Trattati di Roma, tappa fondamentale del processo di integrazione europea. Tale evento sia un’occasione per ripensare l’intero progetto dell’Unione, richiamando il pensiero dei suoi visionari padri fondatori, i primi a credere in una prospettiva di pace e solidarietà. Siano di esortazione anche le parole di Papa Francesco pronunciate in chiusura del discorso proclamato di fronte ai vertici dell’UE, nel quale ci riconosciamo: “ Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia”.