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Aprile 1872, quando Mastriani scrisse: il Vesuvio è la motrice di un treno e Napoli è il convoglio…

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L’eruzione del 1872 fu la prima dopo l’unità d’Italia. E per la prima volta, per ottenere gli indennizzi, non bastarono le dichiarazioni dei proprietari, convalidate dalla sola firma del sindaco. Il fuoco del Vesuvio accese l’immaginazione di Francesco Mastriani e gli consentì di dimostrare che era un grande scrittore.

L’eruzione del 1872 fu la prima nella storia dell’Italia unita, dopo il circoscritto “squarcio” che nel dicembre del 1861 aveva scosso Torre del Greco, e aveva permesso alla Chiesa e ai borbonici di “vedere” nell’ira del Vesu¬vio un segnale dell’ira di Dio, esplosa per l’arrivo a Napoli degli “infedeli” Piemontesi. La notte tra il 25 e il 26 aprile 1872 “parecchi curiosi”, accompagnati da guide inesperte e poco preoccupandosi degli avvertimenti di Palmieri, si arrampicarono verso l’Atrio del Cavallo, ma vennero uccisi dall’esplosione di “una fontana di lava ” e da una pioggia di pietre infuocate. I rami della “fiumana di fuoco”, superate le “scabrezze” dell’Atrio del Cavallo e colmati i Fossi della Vetrana e del Faraone, invasero Massa e San Sebastiano, lambirono Cercola, minacciarono i Camaldoli di Torre e San Giorgio a Cremano. Nel pomeriggio del 27 Vittorio Emanuele II si recò a visitare i “luoghi del flagello” e a distribuire premi ed encomi agli ufficiali e ai soldati che prestavano i primi soccorsi alle popolazioni colpite. Nella notte tra il 28 e il 29 Ottajano fu bombardata, come nell’eruzione dell’8 agosto 1778, da una grandine di enormi macigni, che misero in fuga gran parte degli abitanti. Il 1 maggio Palmieri annunciò che il vulcano tornava alla calma.
A metà del mese Alessandro Righetti, Sottoprefetto di Castellammare, dopo aver sollecitato maliziosamente i proprietari dei fondi e delle case danneggiati dal vulcano a “non dimenticare di reclamare per il disgravio delle proprietà perdute”, ricordò, con malizia ancora più grande, che per il decreto borbonico del 18 giugno 1817 poteva chiedere quel “disgravio” solo chi avesse perso almeno la metà della rendita di un anno, “come sta portata nel Catasto” – e voleva dire: non come la “porta” la relazione dei Sindaci -, e che avevano il diritto di “reclamare in massa” solo i Sindaci di quei paesi in cui il disastro “avesse afflitto almeno la quarta parte dei proprietari”. Si capì che qualcuno voleva far tramontare per sempre quell’epoca gloriosa in cui le autorità borboniche si fidavano ciecamente delle dichiarazioni dei proprietari, garantite dalla sola firma del sindaco. Questa Italia sabauda dava più importanza a una legge del 1817 e a pezzi di carte catastali che alle firme dei “galantuomini”. Che mondo… Gli Ottajanesi si adeguarono subito: essi che per le eruzioni “borboniche” avevano messo a punto una vera e propria letteratura della disperazione, lardellandola di lacrime, e di suppliche e di inchini all’infinita bontà del sovrano di turno, nel ’72 stilarono dichiarazioni di danni e richieste di indennizzo moderate, scarne, rigorosamente documentate, dopo aver riconosciuto, attraverso gli atti del Consiglio Comunale, che la paura era stata molto più grande della devastazione. Ma sapevano, gli Ottajanesi, che la stagione del rigore e dei documenti sarebbe finita presto e che sarebbe certamente tornato quel tempo trionfale in cui le “catastrofi del Vesuvio” provocavano il pianto e la disperazione dei poveri cristi, e le squillanti risate di chi teneva le mani nella pasta degli imbrogli, degli sprechi e delle truffe.
Francesco Mastriani alla fine del 1872 pubblicò una notevole memoria sull’eruzione del 26 aprile. L’incipit della cronaca non poteva essere più mastrianesco: la catastrofe smuoveva con la furia delle lave e delle “bombe” la “monotona bonaccia dell’orizzonte politico”, che affievolisce slanci del cuore e nobili sentimenti, e rendeva più saldo lo spirito della Nazione, così che grazie al Vesuvio gli Italiani potevano dimostrare all’“invidioso straniero” che il cuore del popolo nostro batteva “unisono” il ritmo della “solidale concordia”. ( Spero che i neoborbonici non mettano Mastriani nella lista nera). Ma subito dopo prorompe il furore immaginativo dello scrittore, e pare, nei suoi impeti ,ora fiammeggianti, ora smorzati, un modello di quel furore della Natura che sta descrivendo. Il Vesuvio, “curiosità napoletana” insieme con Pompei e il San Carlino, è “una vecchia fucina infernale”, un “mostro dell’inferno” eruttato dallo stomaco della Terra, che sa fingere il sorriso, che si diverte a fumare e a cicisbeare con Napoli che gli siede in grembo, che gioca sornione con le vispe creature, Ercolano, Portici, Resina, appese ai suoi fianchi e intente a bamboleggiare. Il Vesuvio è dal 79 d.C. un allocco che soffoca quelle vispe creature nei suoi bituminosi amplessi. Il Vesuvio distrugge il tempo, ne condensa la durata vertiginosa in un punto immobile, eterno, nero: per cui i 18 secoli intercorsi tra il 79 d.C. e il 1872 sono il niente dell’ombra di una nube, del volo di un augello, del fiato dell’aura, e pare che i pompeiani siano fuggiti dalle rovine del foro e dal cupo silenzio delle case diroccate non allora, ma ora.
Il furore metaforico esplode in una grandinata di immagini: le eruzioni del Vesuvio sono coliche, isterismi, furiosi deliri, sono un vescicatorio, che ci brucia il braccio, ma ci salva da un colpo apoplettico, da un eccesso epilettico, da un tifo mortale, sono un beneficio per i pittori e i sediarii che affittano sedie a chi vuole godersi lo spettacolo, per i cocchieri e per le guide, sono un mero sollazzo di tutti gli sfaccendati d’Europa. Il Vesuvio è un vecchio atrabiliare che si sbizzisce col mostrare di giorno il pennacchio bianco e di sera i suoi denti di melograno, è un pirotecnico che spara in aria folgori pazze e salterelli grandi come una cupola, è una cucina crepitante di bollori e di sfrigolii, è l’Ignoto, è la Morte, è il Destino. E’ la motrice di un treno: e Napoli è il convoglio.