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Basilea, terzo atto.

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L’importanza delle banche per l’economia reale e la regolamentazione del settore bancario.

Gli accordi di Basilea sono linee guida redatte dal Comitato di Basilea, costituito dagli enti regolatori del G10, nell’ambito di requisiti patrimoniali delle banche.

Sembrerebbe qualcosa sceso dall’alto, che poco e niente intacca l’economia reale; probabilmente, invece, se ne dovrebbe parlare di più.

La crisi del 2008, dalla quale ad oggi cominciamo a sbrogliarci, ha dimostrato a tutti (economisti e non) quanto il mondo delle banche e la finanza sia tutt’altro che lontano dall’influenzare la situazione economica delle famiglie di un Paese.

In un sistema bancocentrico, come il nostro, e in una fase storica in cui la finanziarizzazione dell’economia sembra essere sempre più attuale, la condotta delle banche è una variabile estremamente (forse troppo) centrale.

La funzione originale delle banche è fare da intermediario tra individui che voglio investire i propri capitali e quelli che necessitano di prendere a prestito. La presenza delle banche è giustificata dal fatto che, in loro assenza, l’allocazione delle risorse sarebbe inefficiente. Ciò avviene grazie a tutta una serie di funzioni che gli intermediari finanziari svolgono e alla “superiorità informativa” che acquistano.

Oggi, si sa, i depositi sono probabilmente l’ultima delle attività profittabili per le banche, le quali traggono profitti da tutt’altri investimenti, talvolta rischiosi.

Quanto le banche siano profondamente inserite nel tessuto economico di un Paese basta per capire quanto può essere pericoloso il fallimento di una banca, o anche solo la possibilità che ciò accada. I primi a rimetterci materialmente sarebbero i correntisti, poi la stabilità del Paese intero.

L’esigenza della regolamentazione del settore bancario nasce sostanzialmente da questo. Le banche sono intrinsecamente fragili: finanziano investimenti a lungo termine con depositi a breve termine; conseguenza immediata è il rischio di illiquidità.

Tutto ciò giustifica il fatto che il settore bancario sia, in assoluto, quello più regolamentato.

Gli accordi di Basilea rientrano nel quadro più generale della regolamentazione della condotta degli istituti di credito.

L’obiettivo principale è preservare la stabilità monetaria e finanziaria, andando a regolare le scelte di rischio delle banche.

Il primo accordo risale al 1988, con esso si imponeva che tutti gli istituti dovessero rispettare un coefficiente di solvibilità dell’8%, vale a dire che il patrimonio di vigilanza bancario dovesse essere pari ad almeno l’8% delle attività creditizie ponderate per il rischio di credito. In pratica si imponeva che le banche dovessero accantonare una parte del capitale erogato, senza poterlo investire in alcuna attività, né creditizia, né assicurativa, né finanziaria.

I limiti principali erano legati al calcolo della rischiosità del portafoglio: il rischio di credito veniva sottostimato, e non venivano nemmeno presi in considerazione il rischio di mercato e il rischio operativo. Inoltre, la Banca Centrale si rese conto che era possibile fare arbitraggio: le banche riuscivano a eludere il sistema.

Con Basilea II, nel 2001, si cercò di superare questi limiti, principalmente rafforzando la ponderazione sul rischio (pilastro 1), dando maggiori strumenti alle autorità regolamentari di ogni Paese (pilastro 2), obbligando le banche ad una maggiore trasparenza in termini di informazione (pilastro 3).

Nell 2006 Basilea II ebbe completa efficacia.

Nel 2008 la crisi fece salire a galla le inefficienze del sistema e nel 2009 il comitato emanò Basilea III. Inizialmente erano stati concessi alle banche 3 anni di tempo per soddisfare i requisiti; vista, poi, la grande difficoltà incontrata dalla maggior parte degli istituti nel seguire le nuove (strette) indicazioni il periodo è stato prolungato fino al 2019.

L’idea è sempre quella di rafforzare, gradatamente, la struttura patrimoniale delle banche. Il nuovo accordo prevede un aumento della qualità e della trasparenza del capitale, insieme con la copertura dei rischi complessivi. Il pilastro della riforma riguarda il capitale ordinario delle banche che maggiormente è in grado di assorbire eventuali perdite (chiamato Core Tier 1): esso deve rappresentare il 7% del capitale complessivo.

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