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Boscotrecase, luglio 1861: la comica storia di tre agenti segreti “infiltrati” nella banda del brigante Pilone…

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La rete di amici e di amiche del brigante,  l’agente segreto costretto dalle circostanze a partecipare all’invasione di Boscotrecase,  Pilone che dice: “ il giudice è cosa nostra”, i vuoti di memoria che impediscono all’agente di ricordare i nomi  dei “nobili” che proteggono Pilone.Il quadro di Vernet non si riferisce al brigantaggio post-unitario.

 

Nell’ estate del 1861 Il brigante Antonio Cozzolino, soprannominato Pilone, iniziò la sua campagna contro i Piemontesi invadendo Boscotrecase. L’invasione ebbe come prologo gustoso l’avventura di tre agenti segreti, Pietro Cerulli, guardia di P.S., il sottobrigadiere Angelo Boccabella, futuro protagonista di altre misteriose trame  e l’appuntato Filippo Migliaccio.  L’informatore della polizia Celestino Acampora, la mattina dell’8 luglio 1861, lunedì, presentò i tre a Vincenzo Vangone, di Boscotrecase, sarto in Resina: “ sono agenti romani di Francesco II “: l’accento romanesco del Cerulli rese più credibile la menzogna.  Vangone condusse il gruppo nel Bosco Reale di Portici, a casa di un distinto signore che si vantò d’essere stato maestro dell’esule re e di presiedere un Comitato, di cui facevano parte il barone Caracciolo, il principe di Montemiletto e quello di Ottajano.  Nel pomeriggio il drappello si recò a Boscotrecase, e qui il sarto presentò agli agenti alcuni manutengoli del brigante:  suo zio Ferdinando Cozzolino Martorelli, l’oste Luigi Buono, il fabbricante di telerie Gennaro Alderisio che raccontò di aver consegnato proprio quella mattina agli uomini di Pilone due pistole e molte cartucce.

Gli spioni chiesero di incontrare il capobrigante; fu risposto che fino a qualche giorno prima egli passeggiava tranquillo per le vie dei paese, era ospite o di suo cognato Raffaele Falanga, uomo di agiata fortuna, o di Gennaro Lettieri, nella cui bettola si intratteneva in amichevoli colloqui con i galantuomini e con ufficiali e militi della Guardia Nazionale.  Insieme a loro, una sera, Pilone aveva brindato con una sciampagna, che gli era stata regalata dalla moglie del locandiere dell’Hotel Diomede di Pompei, sua appassionata ammiratrice. Aveva partecipato ai brindisi anche un Cola, di San Giuseppe di Ottajano. Ma da qualche giorno Pilone non scendeva dai suoi rifugi montani. Giravano per la campagna strani personaggi che più volte avevano tentato di incontrare il bandito facendosi raccomandare da Paolo Collaro, il taverniere del Mauro, e dalla piacente sua moglie, che molto piaceva al brigante. Che però aveva detto di no a tutti, temendo forse una trappola.  Vangone, Alderisio e l’accento romanesco del Cerulli alla fine lo convinsero a dire di sì .  La sera Cerulli e Migliaccio si inerpicarono verso la valle dell’Inferno, tra le aride forre delle Logge e là dove i castagneti si diradano incontrarono Pilone.  Al chiaro di luna, intorno al fuoco, si fumò, si bevve, si parlò di molte e grandi cose.  Il brigante giurò che erano pronti alla rivolta 6000 uomini, però mancavano danaro, armi e un motto d’ordine con gli altri capi.  Cerulli lo confortò rivelandogli d’aver portato da Roma e nascosto nei pressi di Napoli molto oro e molti fucili.  Pilone congedò gli ospiti con calorosi abbracci.

Ma, tornati a Boscotrecase, Cerulli e Migliaccio furono arrestati dal capitano della G.N. che aveva lo stesso cognome del brigante. Cosa sia avvenuto nelle ore precedenti e cosa avvenne poi, è un enigma che il giudice Costantino Fiorese non riuscì a decifrare, nemmeno quando poté interrogare il Migliaccio. Il quale raccontò che, visti i suoi colleghi in prigione, il Boccabella aveva svelato la sua e la loro  identità invitando il capitano della G.N. a liberare gli arrestati e ad arrestare il Vangone e gli altri manutengoli. Ma il Vangone non fu arrestato e i due agenti rimasero in cella. La mattina del 9 il sindaco di Boscotrecase e il capitano della G.N. scortarono a Napoli il Boccabella a cercare conferme ufficiali delle sue dichiarazioni. Al ritorno in paese trassero di cella il solo Cerulli; mezz’ora dopo Pilone conquistò trionfalmente il paese. Nel breve scontro le Guardie nazionali ebbero la peggio: Antonio Marano fu ucciso, Girolamo Marano fu ferito a morte, feriti gravemente furono Carmine Sorrentino e Ferdinando Rendina. I prigionieri vennero liberati e Migliaccio e Acampora si videro costretti a unirsi alla banda e a continuare a fingere d’essere borbonici. Migliaccio raccontò che, per fingere in maniera più credibile, aveva puntato il fucile preso nella rastrelliera  del corpo di guardia su un “signore” che dal balcone del suo palazzo osservava la scena , ma Pilone lo aveva fermato gridandogli quello è cosa nostra.  Proprio così gli aveva detto Pilone, mentre si divertiva a sparare sugli stemmi sabaudi:  il giudice del circondario, Camillo D’Avino, era cosa nostra.

Abbandonato in piazza il brigante Michele Abenante, che era stato ferito, il capo e i suoi si ritirarono sul monte con una marcia di dodici miglia, verso il Mauro. fino a un casino da cui uscirono un uomo e un giovanetto con pane e sigari in abbondanza.  Migliaccio giurò di non ricordare se fosse il casino del Principe di Ottajano o di un altro nobile; spiegò confusamente che Pilone aveva permesso a lui e all’Acampora di scendere a Napoli a prendere i fucili, che li aveva accompagnati Nunzio Vitelli con la parola d’ordine  Viva Francesco Il, viva Bosco, n.23, che a Napoli aveva fatto arrestare il Vitelli: il quale non aveva negato d’essere intimo confidente  di Pilone e di provvedere al rifornimento della comitiva  “coi mezzi somministrati da certi nobili che nominò”. Ma il Migliaccio su quei nomi ebbe un vuoto di memoria, che  il giudice Fiorese non lo esortò a colmare. La storia d’Italia, fin dalle prime pagine, è un grande vuoto di memoria.

Immagine: Quadro ” H. Vernet, Il brigante tradito, 1828″.