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Cento anni fa, Caporetto: la rivolta dei soldati massacrati dalla tattica assurda del loro mediocre comandante in capo.

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Tre anni di inutili e sanguinosi assalti alle linee austriache dimostrarono che Luigi Cadorna era un mediocre generale. Ma la sconfitta di Caporetto, provocata dai suoi errori, fece capire a tutti che era mediocre anche come uomo, perché egli cercò di salvarsi accusando di viltà i soldati: non ci sono altri esempi del genere nella storia universale della guerra.

 

A Luigi Cadorna, comandante supremo dell’esercito italiano, i primi due anni di guerra non insegnarono nulla: egli non si accorse del nuovo ruolo della riserva, non studiò il nuovo tipo di schieramento che preferiva la profondità alla massiccia concentrazione di uomini in prima fila, non vide che i “nidi” delle mitragliatrici austriache mutavano radicalmente la tattica di attacco. Dal 1915 alla battaglia della Bainsizza dell’estate del 1917 egli condannò al massacro i suoi uomini lanciandoli in folli assalti frontali: centinaia di migliaia di morti, di feriti, di dispersi non riuscirono a liberarlo dalla sua ossessiva certezza che avrebbe sfondato le linee austriache se fosse riuscito a mandare all’attacco “un numero di uomini maggiore delle pallottole e delle mitragliatrici avversarie”.(Lorenzo Del Boca). Cadorna non vide che purtroppo per gli italiani le pallottole erano sempre più numerose degli uomini. Non lo videro né il re, né gli altri generali: e se qualcuno se ne accorse, non ebbe tuttavia il coraggio di denunciare pubblicamente la cecità del comandante in capo. A nessuno piaceva essere bollato come un disfattista. Del resto, la guerra i generali la vedevano con il binocolo, a chilometri di distanza dal fronte, una distanza di sicurezza, nel senso che non distinguevano il sangue e  i morti: notavano solo una immensa macchia grigio – azzurra formata dalle divise austriache, e la macchia grigio-verde delle divise italiane.

Ma nel giugno del ’17 Cadorna si accorse che il suo esercito era stanco e sfiduciato: nelle lettere indirizzate al Presidente del Consiglio Boselli diede la colpa della stanchezza alla propaganda dei socialisti e degli altri pacifisti, e al governo stesso che “sta facendo una politica interna rovinosa per la disciplina e il morale” dei soldati. Nel luglio si ammutinò la brigata Catanzaro, “una delle migliori” (Piero Pieri), e il comandante in capo punì la rivolta con ventotto fucilazioni sommarie. Ai primi di ottobre Cadorna lasciò il fronte e partì per Vicenza, convinto che le operazioni erano concluse, e che Germania e Austria avrebbero ripreso l’offensiva nella primavera del ’18. “ Su sua istruzione – scrisse Indro Montanelli – i vari comandi avevano firmato ben 120.000 licenze e i treni erano carichi di militari che tornavano a casa”. Già il 9 ottobre il ministro degli Interni Orlando gli comunicò che alcuni informatori davano per certo un imminente attacco nemico di vasta portata: Cadorna gli rispose, da Vicenza, che le notizie venivano da prigionieri e disertori austriaci, e dunque erano poco credibili. Tuttavia rassicurò il ministro, dichiarando d’aver adottato tutte le misure necessarie. Ma tornò al fronte solo il 19, e ancora il 22 egli non dava alcun peso alle rivelazioni di due ufficiali romeni disertori che parlavano di divisioni tedesche e austriache concentrate nella conca di Plezzo e pronte a sferrare l’attacco.

La sera del 23 durante la cena al Comando supremo i generali italiani parlarono delle notizie sull’offensiva, “ma in tono di scherzo” sebbene per tutta la giornata i cannoni nemici avessero colpito le linee italiane con tiri isolati, ma precisi, e con “proiettili che arrivavano senza sibilo e scoppiavano a tradimento”( Cervi-Montanelli): era una novità, di cui si accorse anche il re: ma Cadorna non diede peso alla cosa. Il resto è noto. L’alba del 24 le divisioni austriache, rafforzate da sette divisioni scelte tedesche, in una delle quali militava il tenente Erwin Rommel, futuro protagonista della storia della Germania nazista, sfondarono a Plezzo e a Tolmino lo schieramento della II Armata italiana: il battaglione di Rommel fu uno dei primi ad entrare in Caporetto, dopo avere preso migliaia di prigionieri. Se l’esercito italiano fosse stato schierato in profondità su più linee e se Cadorna avesse predisposto una riserva strategica, austriaci e tedeschi non avrebbero osato condurre un attacco tanto audace. Solo la notte tra il 26 e il 27 Cadorna comprese le dimensioni del disastro e diede l’ordine di ripiegare sul fiume Tagliamento. Fu il caos, anche perché non era stato predisposto un piano organico di ritirata e il Comando supremo, scrive il Pieri, “era privo del necessario servizio di informazioni”: tra il 27 e il 30 scesero verso il Tagliamento, in un disordine assoluto, quasi un milione di soldati sbandati e cinquecentomila civili che fuggivano con carri e masserizie dai loro paesi conquistati dal nemico. Il 28 Cadorna diede la notizia ufficiale della disfatta: il comunicato, che il radiotelegrafo diffuse immediatamente in tutto il mondo, iniziava con queste parole: “La mancata resistenza dei reparti della II Armata, vilmente ritiratisi senza combattere e ignominiosamente arresisi al nemico…”.Basta questo per cogliere la misura esatta della mediocrità del generale e dell’uomo, che nemmeno nella catastrofe seppe essere degno dei gradi che la sua divisa ostentava e degli esempi che la storia militare gli offriva. Gli aerei austriaci fecero piovere sui soldati italiani che si ritiravano verso il Piave scrosci di volantini in cui si sottolineava la gravità delle parole di Cadorna: “Egli ha l’audacia di accusare di viltà il vostro esercito, fiore della vostra gioventù che tante volte si è slanciata per ordine suo a inutili e disperati attacchi. Questa è la ricompensa del vostro valore.”

Per i soldati italiani, raccontano Cervi e Montanelli, fu come un’ispirazione: si passarono la voce: diciamo a tutti che non siamo fuggiti, abbiamo solo avvertito Cadorna e il re che siamo stanchi. E molti testimoni raccontarono che più che una fuga, la ritirata degli Italiani sembrava “uno sciopero militare, festaiolo e bonario.”. Il 9 novembre Cadorna venne rimosso e il re lo sostituì con il comandante del XXIII corpo della 3a armata, il generale Armando Diaz, accettando il suggerimento del generale Alfieri, ministro della guerra nel governo Orlando che sostituiva il governo Boselli, travolto dal disastro di Caporetto. “ E’ venerato dai soldati e ha un altissimo senso dell’onore” disse di Diaz il ministro della guerra, quando spiegò ai senatori le ragioni della sua proposta.