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Contratto a tutele crescenti: un traguardo

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Un’analisi sulla nuova forma di contratto a tempo indeterminato.

A marzo 2015, nell’ambito del Jobs Act, è entrato in vigore il decreto legislativo che introduce il contratto a tutele crescenti.

Questa nuova forma contrattuale va a regolare le nuove assunzioni a tempo indeterminato; per i nuovi assunti non varrà più l’articolo 18, vale a dire essi non beneficeranno della tutela reale.

Sostanzialmente il lavoratore non avrà diritto al reintegro nel caso di licenziamento ingiustificato o illegittimo. La regola generale è l’indennizzo monetario crescente, in base all’anzianità di servizio, con un tetto di 24 mensilità. La tutela integrale resta solo per i licenziamenti nulli o discriminatori.

I benefici dell’introduzione di questa normativa sembrano esistere per una parte e per l’altra.

I lavoratori assunti nel 2015 hanno (e avranno) tutti i diritti di cui godono gli assunti a tutti gli effetti, a differenza degli innumerevoli precari che si contano in Italia. Essi ottengono quindi un contratto a tempo indeterminato, non godono dell’articolo 18, ma hanno tutte le garanzie del caso e diritto a ferie, malattia, maternità, indennità di disoccupazione.

Le imprese possono, in questo modo, godere delle agevolazioni fiscali previste per i primi tre anni dall’assunzione.

Chiaramente questo rappresenta un incentivo ad assumere, che va quindi negli interessi dei lavoratori.

Il costo che l’approvazione di questo decreto legislativo porta con sé è l’introduzione di una nuova disparità nel mercato del lavoro. Di fatti la norma non è retroattiva, quindi per i contratti a tempo indeterminato stipulati fino al 2014 continuerà a valere l’articolo 18.

La maggiore perplessità resta ovviamente l’abbandono delle tutela reale, la possibilità per le imprese di licenziare al solo costo del pagamento di un’indennità.

Il dibattito politico riguarda in maniera particolare i licenziamenti collettivi.

Da una parte c’è chi preme per il mantenimento del regime a tutela reale, a muovere questa richiesta al governo sono il Pd, Sel e il M5S.

La posizione opposta è sostenuta dalle imprese, le quali ritengono che ai licenziamenti collettivi debba essere applicato il contratto a tutele crescenti in quanto, per definizione, si tratta di licenziamenti economici e quindi oggettivi.

Se l’approvazione di questo decreto sia una buona notizia per l’Italia, quanto ciò rappresenti un miglioramento del sistema lavoro non si può ancora dire.

Non è ancora chiaro quanto il trade-off tra tutela e incentivi all’assunzione sia stato ben risolto.

Non disponiamo ancora di statistiche, ma in questi primi mesi del 2015 è già alto il numero di neo-assunti, in particolare giovani, che in mancanza del contratto a tutele crescenti sarebbero stati soggetti a contratti a progetto, co.co.co, a chiamata o ad intermittenza.

Quella che sarà più determinante è la posizione delle imprese. Se queste troveranno davvero una convenienza nell’assumere dipendenti a tempo indeterminato, il contratto a tutele crescenti potrebbe effettivamente rivelarsi un buon provvedimento per smuovere la situazione sul mercato del lavoro italiano, caratterizzato da precariato e disoccupazione.

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