Due alunni del Ginnasio di Ottajano, due eroi della I Guerra...

Due alunni del Ginnasio di Ottajano, due eroi della I Guerra Mondiale

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Vittorio Giordano, di Terzigno, e Michele Diomede Pisanti, di Ottajano, vanno incontro alla morte  in battaglia.  La loro morte è un “exitus”, un’ uscita di scena esemplare, colma di valori simbolici.

Frequentai il ginnasio e il liceo nell’antica sede del “Diaz” a piazza Rosario: l’ aula destinata alla mia classe  era intitolata a Vittorio Giordano. Quando  lessi le scarne note biografiche del giovane eroe, mi colpì il fatto che era  morto in battaglia  pochi giorni prima della  fine della guerra. Fu uno degli ultimi morti. Vittorio Giordano, di Clemente e di Giovanna Greco, nacque a Terzigno il 21 dicembre 1898. Quando lo chiamarono alle armi, era studente di Medicina e di Chirurgia presso l’Università di Napoli. Come sottotenente della 2a compagnia del 23° reparto Bersaglieri d’assalto partecipò alla battaglia che decise la guerra e che si combatté lungo il Piave dal 14 al 21 giugno 1918. Le truppe italiane respinsero l’ultimo disperato attacco degli austriaci e li costrinsero a riattraversare il fiume, in una ritirata che anche dal comando nemico, in particolare dal Boroevic, fu letta come l’inizio della fine. Nota Giorgio Rochat che in quei giorni lungo il fiume sacro compagnie di soldati italiani che erano rimaste senza ufficiali si aggregarono spontaneamente a quelle che avevano ancora un comando: la fiducia nella vittoria creò in poche ore ordine e armonia. Tra il 15 e il 17 giugno Vittorio Giordano, che con i suoi era schierato a Bocca di Callalta, meritò la medaglia di bronzo al valor militare, poiché “sempre alla testa del proprio plotone con fermezza e coraggio singolari, respingeva reiterati attacchi nemici e faceva prigionieri.”.

In quella stessa battaglia, il 24 giugno, sul monte Asolone Ciro Scianna, bersagliere siciliano, conquistò la medaglia d’oro alla memoria con una motivazione che merita di essere letta: “Soldato di altissimo ardimento, in aspra battaglia, sotto un micidialissimo tiro di fucileria e mitragliatrici nemiche e fra tragiche lotte corpo a corpo, portava con irresistibile slancio lo stendardo del battaglione d’assalto alla testa delle ondate, infiammando i compagni entusiasti del suo coraggio. Sulla vetta raggiunta, colpito in pieno petto, cadeva nell’impeto della sua superba audacia, dando al tricolore l’ultimo bacio e alla Patria l’ultimo pensiero col grido: Viva l’Italia!”. Il siciliano Ciro Scianna con un grido e con un bacio trasformò la sua morte in un “exitus”, in un volontario sacrificio di sé che si carica dei più alti valori morali e diventa un modello, un esempio “pedagogico”.

Il 30 ottobre l’armata del Duca d’ Aosta attraversò il Piave.  Una mitragliatrice austriaca, piantata sul ponte di San Donà, bloccava l’avanzata dei fanti della brigata “Cosenza” e dei bersaglieri del XXIII. Vittorio Giordano, comandante di un plotone di arditi, capì lucidamente che era venuta l’ora in cui chi comanda deve stare alla testa dei suoi: “con mirabile coraggio si slanciava” sulla mitragliatrice e “incontrava morte gloriosa sul campo.”. Gli concessero la medaglia d’argento al valor militare.

Michele Diomede Pisanti,  figlio di Luigi ed Elena Pisanti, nacque a Ottajano il 31 maggio 1890. Nel 1914, quando lo richiamarono alle armi, era già insegnante nelle scuole pubbliche della sua città e in quelle di Somma: venne aggregato, come sottotenente, a un reggimento della III Armata. Cadde da prode, guidando all’assalto i suoi soldati e spingendoli con il suo esempio a “oltrepassare la terza linea dei trinceramenti nemici” sul Monte San Michele. Era il 6 agosto 1916. Il giorno prima Giuseppe Ungaretti aveva paragonato il proprio pianto alla pietra del “San Michele / così fredda/ così dura / così prosciugata / così refrattaria / così totalmente/  disanimata”, e aveva detto, a sé stesso prima che agli altri, che “la morte /si sconta / vivendo”: che è una epigrafe meravigliosa per i soldati di tutte le guerre. Il 5 Ungaretti meditò sul silenzio. Il giorno dopo, mentre Michele Diomede Pisanti e centinaia di eroi morivano sotto il fuoco dei nemici,  il poeta cercava di descrivere i rumori della “notte violentata”:  “L’aria è crivellata/ come una trina/ dalle schioppettate /degli uomini / ritratti/ nelle trincee /come lumache nel loro guscio/ “. Michele Diomede Pisanti  aveva deciso che non era bello restare nel guscio come una lumaca, che bisognava  uscire, lanciarsi all’ attacco, andare oltre:  questo modo di morire imprime alla esistenza di Michele Diomede il ritmo della poesia epica.

Dall’epica alla cronaca.  Armando Diaz, che aveva Ottajano nel cuore,  alla fine del conflitto dispose che  nel convento del Rosario venisse “depositato”, come segno d’onore e di riconoscenza, un cannone, preso dal bottino di guerra. Il convento, sede del  Ginnasio, dal 1916 al 1918 aveva ospitato alcuni ufficiali austriaci  fatti prigionieri.  Il nostro giornale ha recentemente pubblicato  il testo della lettera con cui uno di questi prigionieri, tornato in patria, ringraziava il dott. Catapano.  Ovviamente, anche altri Comuni e Istituzioni di ogni parte d’Italia godettero di questo privilegio, che venne regolato dai burocrati militari e civili a partire dal 1921. I cannoni, prima di essere distribuiti, vennero controllati e “devitalizzati”  negli arsenali di Genova e di La Spezia. Da quale arsenale venga il cannone di Ottaviano, non so e non mi interessa. Non mi metto a guardare dentro un cannone: da ammiratore del dio Mitra so che  nel nostro magico territorio anche un cannone “devitalizzato” può mettersi a sparare. All’improvviso.

LA CITTA’ INVOLONTARIA

 

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