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E noi Vesuviani credevamo che il Vesuvio ci avesse liberati dalla paura del fuoco…

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La “catastrofe” ci ricorda la natura sociale del fuoco e del suo corteo di valori positivi e di paure. Il particolare rapporto dei Vesuviani con la lava del Vesuvio. L’incendio ancora in corso è un complesso capitolo di storia sociale, in cui la Natura vesuviana risponde ai nostri oltraggi, più che con le fiamme, con i vapori e le colonne di fumo.

Diceva Bachelard che il fuoco è da sempre una realtà più sociale che naturale: da quando Prometeo lo rubò agli dei per donarlo agli uomini, e per far sì che gli uomini diventassero come gli dei. E aggiungeva che questo mistero noi l’avvertiamo anche quando osserviamo la fiamma che cuoce una bistecca. Il fuoco che cuoce il cibo avviò, secondo Lèvy- Strauss la storia della civiltà, e il fuoco del focolare ispirò l’arte del racconto, perché, diceva sempre Bachelard, è come dotato di virtù ipnotiche e perciò sollecita il vagare dell’immaginazione: il tema lo trattarono, da punti di vista diversi ma con esiti analoghi, Verga in “Nedda”, D’ Annunzio nel “Fuoco” e Italo Calvino nel “Sentiero dei nidi di ragno”. Epico e tragico, nello stesso tempo, è il pianto di Scipione Emiliano mentre contempla dall’alto Cartagine che brucia tra le fiamme appiccate dai Romani vittoriosi: piange, il generale della vittoria, perché in quelle fiamme “vede” il presentimento di altre fiamme, quelle che un giorno divoreranno anche Roma. Il fuoco che chiude capitoli di storia e ne apre nuovi è un tema frequente non solo nella letteratura – mi piace ricordare gli “Inni alla Notte” di Novalis–, ma anche nella storia delle religioni: il dio Mitra consacra la funzione purificatrice del fuoco, e il Cristianesimo vede le fiamme come strumento del tormento estremo.
Anche la paura del fuoco ha una dimensione sociale, perché si condensa e si coagula intorno a palazzi e a città.Racconta Plutarco che Licinio Crasso, il più ricco dei Romani, aveva ammassato immensi tesori grazie non solo alle guerre, ma anche con l’acquisto, per pochi soldi, di palazzi crollati o incendiati: crolli e incendi erano “divinità romane della morte, affini e conviventi”. E Giovenale chiedeva agli dei che lo facessero vivere in una città “dove non scoppia mai un incendio, dove non si sperimenta l’angoscia notturna”. E i soldati che scrivono ai famigliari dai campi di battaglia della Prima Guerra Mondiale, per indicare i proiettili dei nemici, usano quasi sempre l’immagine del “fuoco”.
Noi Vesuviani abbiamo, del “fuoco” del Vesuvio, un’idea e un sentimento complicati. Alla base c’è, ovviamente, la paura della lava “vomitata” dal vulcano e della cenere infuocata, che distruggono la vita, la vegetazione, le cose. Ma la Serao e Ada Negri notarono, durante l’eruzione del 1906, che i contadini ottajanesi sapevano muoversi sotto la pioggia di lapilli e quelli di Terzigno e di Bosco conoscevano il percorso che avrebbe fatto la lava, e credevano che quel fuoco, prima di diventare pietra – un altro “mistero” vesuviano – avrebbe reso più fertili le zolle dei vigneti e degli orti, e dato sapore e profumo particolari all’olio e al vino, e cancellato “le fatture cattive”, togliendo potere alle fattucchiere. Durante l’eruzione del 1871 alcuni “turisti” si avvicinarono troppo alla lava che si muoveva lungo l’Atrio del Cavallo e vennero sepolti, scrisse Palmieri, “dall’igneo torrente” sgorgato all’improvviso da una fenditura del suolo. E intanto, la sera, sul lungomare di Napoli, si radunavano i napoletani per godersi lo spettacolo del Vesuvio che eruttava fuochi naturali più belli di quelli artificiali: e coloro che davano in affitto sedie e vendevano “franfellicchi” facevano affari d’oro. L’altro ieri, dai “social” si è levato un coro di male parole contro una coppia di sposi e i loro amici che, proprio su quel lungomare, si facevano selfie con il Vesuvio in fiamme alle spalle.
Questo incendio del Vesuvio è un capitolo di storia sociale. Abbiamo avvertito la paura che nasce dall’impotenza: martedì, dal lato di Ottaviano, i vapori si gonfiavano e si fondevano in una sola cortina di fumo, e la sera si sono sprigionate dalla nebbia, alte e violente, le lingue di fuoco. Piovevano cenere e frammenti di legno: si cercavano notizie e informazioni certe, i “social” alimentavano la lava di chiacchiere grottesche e di “bufale”. La paura aveva un odore particolare: come di plastica bruciata, un acre lezzo che scorticava la gola, e pungeva il petto nello sforzo del respiro. Questo capitolo comprende il paragrafo dedicato a coloro che hanno “dato una mano”, realmente, e senza sosta, e senza piazzarsi davanti alle telecamere. C’è il capitolo serio delle responsabilità, c’è il nugolo di frecce che si abbatte sul Presidente dell’Ente Parco e lo riduce peggio di San Sebastiano, ma non credo che tutta la colpa sia solo sua. C’è spazio per tutti: per ministri, per giornalisti a cui non pare vero parlare male di Napoli, per certi napoletani che ce la mettono tutta per farsi parlare addosso dai “lombardi”, per sindaci eroi e semidei, e per il loro variopinto corteo di giannizzeri incapaci di rinnovare il repertorio e di adeguarlo alla circostanza eccezionale.
Ma il protagonista è solo lui, il Vesuvio: alle offese degli uomini ha risposto ironicamente, rimandando in faccia a noi tutti i nostri oltraggi e inviandoci, tra cortine di fiamme, segnali di fumo. Chi sa cosa vogliono dire. La paura ha la forma di quelle colonne di vapori. Le fiamme, alla fine si spengono: i vapori, invece, si dissolvono nell’aria, e entrano nel nostro respiro.