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Gen Verde: crediamo nell’amore e nel noi insieme

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Il successo del concerto acustico del Gen Verde, tenutosi recentemente al Metropolitan di Sant’Anastasia, è stato suggellato dagli applausi, dal pubblico in piedi per ballare e lasciarsi coinvolgere, ma ancor più dalla comprensione del loro messaggio: la fraternità è vita, è ricominciare ad amare, è il “noi” realizzato. Abbiamo intervistato una componente della band, Alessandra, per raccontarsi e raccontare più in profondità quello che le unisce, le sostiene, le affascina, le motiva.

Solitamente si promuove un artista, un gruppo musicale. Si evolvono nel tempo, ma son sempre loro. Nel vostro caso il nome non cambia, le componenti del Gen Verde invece dal ’66 ad oggi sono state tante. E il messaggio è sempre l’amore e l’unità, la vera umanità. Come si spiega? Cos’è il Gen Verde?

“Questa è una bellissima domanda; quando rispondo a queste domande prima di tutto indago sulla mia vita. È il motivo per cui ho detto il mio sì quando mi è stato chiesto di venire al Gen Verde ed è il motivo per cui siamo animate dal voler testimoniare con tutte noi stesse che la fraternità possibile.
I gruppi, nel panorama mondiale, sono tanti e tanti che fanno bellissima musica.
Il Gen Verde è un gruppo multi-artistico internazionale composto da sole donne, in questo momento provenienti da almeno di 11 paesi del mondo e, appunto, il nome è sempre quello; soltanto che dal 1966, negli anni, nel Gen Verde sono passate più di 140 ragazze, che hanno aderito ad un progetto, cioè hanno detto “sì, ok, sono pronta a donarmi per un obiettivo” e questo sì al donarsi è rimasto sempre lo stesso. Se ci penso bene cambia il look, cambiano i generi musicali, perché devono cambiare in quanto abbiamo davanti giovani di varie epoche, persone di tante parti del mondo. Diciamocelo pure: una vita dedicata a far vivere il Vangelo tra di noi e comunicarLo ha bisogno di cambiamento, perché l’amore cambia sempre, secondo me; a noi interessa che attraverso il nostro lavoro arrivi questa idea: la fraternità è possibile, la pace è possibile e comincia prima di tutto da me”.

Per poter diffondere un messaggio di fratellanza occorre poterlo testimoniare. Qual’è il rapporto tra voi?

“La nostra vita è molto stretta, nel senso che lavoriamo e viviamo insieme, quindi lavorare e vivere non è solo paradisiaco, ci sono dei momenti in cui abbiamo a che fare con scelte pratiche, scelte anche artistiche da fare; ognuno mette a disposizione la propria idea, dopo di che è pronta anche a che quella idea non venga realizzata perché in quel momento non serve”.

Una canzone tocca cuore e anima quando entra e “spacca”. Da cosa o come nascono le vostre?

Parto da un esempio reale: è stata creata una canzone dal titolo “Encuentro” da tutte le componenti del Sud America, Panama, Messico Equador e, ovviamente, ognuna portava il suo genere musicale, il suo modo di pensare quella canzone…; c’è stato un momento in cui si son dovute guardare in faccia e dirsi che, nonostante la diversità, quello che ne sarebbe venuto fuori è un testo e musica ancora diverso da quello che la propria cultura può dare. Fatto questo passo, che è stato bellissimo, è nata la canzone, in cui ciascuna si è ritrovata pienamente. Una canzone colpisce molto per il ritmo, le parole, perché è gioiosa, ma anche perché sotto c’è una esperienza di dialogo profondo tra chi l’ha composta. E, come poi costatiamo, è la canzone ideale, che risponde al nostro progetto di fraternità, la canzone che “spacca”.

Che i valori siano in crisi è un dato di fatto. Che siano impressi in ciascuno anche. Se vi sembra di vedere che tutto crolla, come fate a credere?

Ancora indago su me stessa. Al Gen Verde ci lavoro e faccio di tutto, come le altre. Ognuno di noi è pronta nelle cose pratiche da fare: scene, microfoni, luci, palco, abiti; ci cerchiamo il lavoro, creiamo tutti i contatti; lavoriamo sul linguaggio mediatico, siamo sempre in continuo aggiornamento.
A volte capita di non essere d’accordo, ma ogni volta, prima di iniziare il lavoro ci diciamo: guarda, io sono qui perché il mondo creda che la fraternità è possibile. Quindi…ci si chiede scusa.

Siete state a Sant’Anastasia, paese mariano per la presenza del Santuario di Madonna dell’Arco, noto nel mondo. Qual’è il vostro approccio con territori simili?

Ogni territorio ha la sua tradizione e anche le sue devozioni. Abbiamo la possibilità di girare il mondo e vediamo tanti modi diversi di essere devoti o legati alla figura di Maria e quindi mi sento fortunata per questo; non vedevo l’ora di venire a Sant’Anastasia, in questa parte della provincia di Napoli, perché non la conoscevo. Per me ogni territorio è sacro, ma non parlerei tanto di approccio al territorio, nel senso che al di là di quello che si crede o non si crede – ad esempio anche in Cina sentivo la stessa cosa – l’approccio è con le persone; ed abbiamo dialogato e lavorato con ragazzi buddisti o ebrei, mussulmani o con ragazzi che non credono proprio niente; l’approccio è con loro, abbiamo lavorato sempre allo stesso modo, cioè credendo alla sacralità di quello che ognuno nella sua cultura e la sua religione vive e vede e crede.

La terra è piena di luoghi dove Maria si fa “rivedere”. Oltre a cantarLa, che rapporto avete con Lei?

Prima di tutto vorremmo noi essere Maria, cioè riviverla in qualche modo affinché gli spettatori la possano vedere sul palco; ovviamente Maria era una donna straordinaria, era una mamma di famiglia …… Noi andiamo sul palco con i tacchi, come donne che fanno spettacolo, con lievi trucchi, quindi la cosa è questa: noi abbiamo da raccontare la vita di Maria nel modo più bello che conosciamo oggi, nel modo fruibile per tutti, perchè tutti possano riconoscersi in qualche modo in quello che facciamo, cantiamo, raccontiamo; questa è la cosa più importante. Prima di salire sul palco, se ho avuto una difficoltà, dico Ave; non dico tutta l’Ave Maria, mi impegno a dire la mia Ave Maria attraverso i miei movimenti, il mio modo di donare quello che canto, sorridere o piangere o quello che serve per restituire il Vangelo al pubblico nel modo in cui noi facciamo, cioè con la musica. Quando cantiamo il Magnificat – per me è molto… politico – quello, per me, è la rivoluzione vera. Per me Maria è: essere una donna forte, una donna che vuole portare un segno nella società, per cambiarla dal di sotto, anche con il proprio amore, con le cose che fa, portarlo nel luogo di lavoro, valorizzare l’altro lì dove è.

Le idee hanno una forza potente. Qual’è la vostra risposta di fronte alle idee forti delle nuove generazioni?

Spesso, dopo i concerti, ci fermiamo in quel luogo per fare workshop con i giovani; arriviamo e abbiamo davanti ragazzi con lo sguardo vuoto, ragazzi sdraiati sulle sedie, tante volte lavoriamo con adolescenti che danno l’impressione di non avere nulla da dire, perché non hanno il coraggio nemmeno di guardarci negli occhi, perché non sono abituati a mettersi in gioco. Incominciamo a incontrarli e la cosa che accade è che, al di là di quello che noi pensiamo, vengono colpiti dal vederci insieme di tutte le nazioni e vedere che noi andiamo da loro al di là del loro apparente scoraggiamento; apparente perché nel momento in cui noi andiamo a conoscere loro, andando noi da loro per fare noi il primo passo verso l’altro, questi giovani trovano nei workshop uno spazio dove potersi esprimere, proprio perché hanno ideali grandi.

E la risposta alla bellezza, che mette in rapporto col trascendente?

Per me la bellezza è quando, anche dopo tanti anni, davanti a un ricordo, ritrovo le stesse emozioni.
Noi mettiamo cura alla scenografia, alle canzoni, alla musica, non perché vogliamo essere impeccabili, ma perché la gente ha diritto di mettersi in contatto con qualcosa che parla più di noi attraverso di noi; e che dice qualcosa di più di quello che noi diciamo: il mistero, il trascendente appunto. Ed io ci tengo così tanto a questa parola!

Vorresti dire qualcos’altro?

Sono molto contenta di essere stata fra voi. Il mondo ci sfida tanto anche con problematiche varie e noi vogliamo arrivare a tutti, a tutte quelle periferie per portare la speranza, un po’ di conforto, una carezza, ma nello stesso tempo sfidarle a lavorare e a credere che, impegnandosi personalmente, possiamo cambiare le cose insieme agli altri. Se riusciamo a dare un po’ di questa forza, penso che Dio sarà felice.