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Gli schiavi musulmani che costruirono la Reggia di Caserta e le “chiacchiere” di Dumas senior sulle tessitrici di San Leucio…

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“F.Falciatore, La lettera galante”

Lavorarono alla costruzione della Reggia disegnata da Vanvitelli anche 400 schiavi musulmani e un centinaio di galeotti. Le ruberie perpetrate ai loro danni dagli ufficiali, e i severi provvedimenti di Bernardo Tanucci. Dumas padre raccontò Napoli anche inventando storie simpatiche e segnate dalle note del sentimentalismo rococò.

Nella seconda metà del ‘500 incominciò a diffondersi, a Napoli, la moda che le famiglie nobili avessero schiavi e servi “esotici”: i due schiavi turchi che prestavano servizio nel Palazzo Medici di Ottajano durante il principato di Giuseppe I nel 1665 si convertirono al Cristianesimo e il loro battesimo venne registrato negli atti ancora oggi custoditi nella Chiesa di San Michele Arcangelo. Nel 1740 il Regno di Napoli stipulò, con i Turchi di Costantinopoli, un importante trattato che regolava i rapporti commerciali tra i due Stati: tra i “commerci” sottoposti a disciplina vi era anche quello degli schiavi. Ma oggi parliamo solo dei 400 schiavi musulmani che, insieme con i galeotti, vennero costretti a svolgere i lavori più faticosi e più pericolosi durante la costruzione della Reggia di Caserta. Il Lalande, che visitò i cantieri nel 1765, e dunque 13 anni dopo la posa della prima pietra, raccontò che alcuni di questi schiavi erano pirati tripolini catturati dalle navi napoletane, altri erano stati fatti prigionieri durante le incursioni della flotta di Napoli lungo le coste tunisine, altri ancora erano stati venduti da mercanti “ebrei”: ignorava l’astronomo francese che molti di quegli schiavi erano una “merce” fornita direttamente dal governo turco secondo le norme del trattato del 1740. Agli schiavi turchi veniva promessa la libertà, se si fossero convertiti: e se avessero contratto matrimonio con una donna del Casertano, avrebbero acquisito il diritto alla cittadinanza napoletana. Ma osservò Luigi Nicolini che sarebbe stato impossibile per i turchi, costantemente controllati dalle guardie e invisi ai casertani, conoscere donne del posto: tra l’altro, se anche fossero riusciti a sposarsi, non avrebbero potuto mantenere una famiglia con la misera paga stabilita dai “mastri”.
Luigi Nicolini tirò fuori dalle carte d’archivio l’elenco delle ruberie che il capitano Sebastiano La Rosa, capo delle guardie, e il “fiscale “La Rocca, che avrebbe dovuto controllarlo, perpetravano sistematicamente ai danni di schiavi e di galeotti: pare di leggere la cronaca di questi giorni: sono gli stessi metodi usati da certe cooperative caritatevoli che gestiscono l’accoglienza dei migranti. I due figuri rubavano sul cibo, sulle scarpe, sul vestiario, sulla paglia per i muli e incassavano la tangente anche dagli osti che gestivano lo spaccio del vino all’interno dei cantieri. Schiavi e galeotti potevano comprare pane e frutta solo dai rivenditori “raccomandati” dal capitano: chi sgarrava veniva frustato a corda semplice, a corda doppia, a corda messa all’ammollo nell’acqua. Il La Rosa veniva aiutato nella pratica delle sevizie da due colleghi delle vittime, il galeotto Giuseppe Ceprano e lo schiavo tripolitano Scialabi: come si vede, la storia tende a ripercorrere le strade già note. Ma quando le notizie arrivarono a Bernardo Tanucci, il grande toscano che reggeva il Regno, la giustizia fu rapida, implacabile e definitiva: il La Rosa venne degradato, restituì il malloppo, perse stipendio e pensione, e trascorse cinque anni nelle segrete del Maschio Angioino, Scialabi venne condannato a cinque anni di carcere duro con doppia catena, e il galeotto Ceprano morì in cella prima della sentenza.
Alessandro Dumas senior mescolò nel “Curricolo” notizie vere e interessanti e storie che egli “costruiva” dilatando, sempre nel segno di un sentimentalismo rococò, scarne e banali notizie di cronaca. La Reggia di Caserta gli piacque a metà: un francese non poteva sentire un’ammirazione totale per un edificio che pretendeva di gareggiare, in splendore e in magnificenza, con la reggia di Versailles. Dumas visitò, nello stesso giorno, anche la filanda di San Leucio, la “capitale” dell’industria della seta. E, sbrigliando la fantasia, ci racconta che re Ferdinando I, grande “cacciatore” anche di donne, aveva raccolto a San Leucio, a lavorare ai telai, le più belle ragazze del territorio, e che queste ragazze dimostravano “in ogni modo la loro riconoscenza per l’affetto” del re. Da questo scambio di sentimenti “nacque tutta una popolazione di piccoli filatori e di piccole filatrici”, che il re trattò con lo stesso affetto riservato alle loro madri, decretando che i maschi sarebbero stati esentati dal servizio militare e le donne avrebbero avuto una dote di cinquecento franchi. “Perciò i matrimoni abbondano a San Leucio”.Bisogna dire che Dumas senior ha reso un grande omaggio alla bellezza particolare di Napoli anche con le storie inventate: solo una città che un suo connazionale avrebbe definito qualche anno dopo “irripetibile” poteva accendere, e nello stesso tempo tenere sotto controllo, i fuochi dell’ immaginazione dello scrittore.
A corredo dell’articolo c’è un quadro, “La lettera galante”, che Filippo Falciatore dipinse tra il 1738 e il 1740, e che ben rappresenta modi e colori della cronaca mondana a Napoli, a metà del Settecento.