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I menu del Quirinale: quando Pertini fece servire alla regina Elisabetta tacchino novello ripieno

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I raffinati cartoncini a stampa dei menu. Il vino Nipozzano di “Frescobaldi” nei pranzi del Presidente Leone, l’origine del tortellino bolognese, il tacchino ripieno nei pranzi offerti da Pertini, la lunga visita che Elisabetta e Filippo fecero nel 1980, i rigatoni e la cassata che i Reali inglesi mangiarono a Palermo, nel Palazzo del “Gattopardo”.

Nel 2011 Maurizio Campiverdi e Francesco Ricciardi pubblicarono, per l’Accademia Italiana della Cucina, un elegantissimo volume sui “menu del Quirinale”. Vi si racconta, tra l’altro, che donna Vittoria, la moglie del Presidente Leone, modificò sostanzialmente i menu dei pranzi ufficiali del Quirinale: per esempio, dispose che sui cartoncini a stampa non venissero più indicati i contorni e non inserì nei menu i piatti tipici napoletani. Nell’ ottobre del 1973, nel pranzo in onore del Presidente del Parlamento Europeo, vennero serviti brodo in tazza, risotto alla certosina, coscio di agnello allo spiedo, macedonia melba, pinot d’Attimis e nipozzano “Frescobaldi”. Visitai il castello di Nipozzano, nel cuore del Chianti, molti anni fa, e lì, e poi in Provenza, incominciai a capire che “conservare” l’ambiente e custodire i monumenti della storia, fossero pure ruderi e resti di palazzi e frammenti di masserie, era un atto non solo di sensibilità culturale, ma anche di astuzia economica. Il ristoratore, che ci consigliò di gustare il nipozzano sull’arrosto di agnello, parlava, come se fossero presenti, dei nobili toscani che nel ‘600 coltivavano la vite nel territorio, e raccontò, come se fosse un fatto noto a tutti, di Donatello, lo scultore, che beveva solo nipozzano. Chi sa cosa bevevano Francesco Solimena, Jacques Volaire e Filippo Palizzi quando erano ospiti dei Medici nel Palazzo di Ottajano….
Anche Isabelita Peron, che i Leone ebbero ospite a pranzo nel giugno del ’74, bevve nipozzano sulla lombata di vitello cucinata alla piemontese, e dunque con il tartufo nero, mentre a far compagnia alla spigola dell’Adriatico venne scelto il “Gavi dei Gavi”. Nell’aprile del ’73 il Presidente e la sua signora si recarono a Pontecchio Marconi per festeggiare i 500 anni della Fondazione della Banca del Monte. Sulla copertina del menu (v,foto in appendice) l’artista bolognese Alessandro Cervellati raffigurò l’ origine leggendaria del tortellino che un oste di Bologna avrebbe creato mentre ammirava attraverso il buco della serratura, in una locanda di Castelfranco, l’ombelico della dea Venere.
Al Premio Nobel Carlo Rubbia il Presidente Pertini offrì ristretto in tazza, crespelle alla sorrentina, filetti di pesce sampietro, tacchino novello farcito: accompagnavano il tutto il bianco “Villa Simone” e il refosco “Villa Bernarda”, mentre al semifreddo alla nocciola venne abbinato lo spumante Ca’ del Bosco.E’ probabile che il refosco ricordasse al grande Presidente i suoi amici scrittori, Pasolini e Volponi. Il 18 ottobre del 1980 Pertini ricevette a Villa Rosebery, a Napoli, i reali del Belgio, Baldovino e Fabiola: il menu si aprì con il brodo in tazza, si sviluppò dai tagliolini al prosciutto al girello di vitello al forno attraverso una leggera spigola bollita e si concluse con il babà allo zabaione. I vini furono il bianco della cooperativa “La Caprense” e il “per’ ‘e palummo” della Casa D’Ambra.
Le cronache dell’epoca raccontano che quattro giorni prima Pertini aveva ospitato al Quirinale Elisabetta d’Inghilterra e il marito. I Reali inglesi erano arrivati a Firenze in aereo, e dopo la visita ufficiale nei Palazzi romani si recarono a Napoli, dove li aspettava lo yacht “Britannia”, e da Napoli, via mare, puntarono sulla Sicilia. Le autorità partenopee esaudirono un desiderio della regina: contemplare, dal suo panfilo, il notturno del golfo illuminato dai fuochi artificiali, mentre sul ponte del “Britannia” una “paranza” in costume ballava la tarantella. Il pranzo al Quirinale fu fastoso, soprattutto nell’apparato: i tavoli vennero disposti a “ferro di cavallo”, perché nessuno dei convitati volgesse le spalle all’ospite regale: erano presenti anche Riccardo Muti, che allora dirigeva l’Orchestra Filarmonica di Londra, e Pietro Annigoni, a cui la regina aveva concesso il titolo di “pittore di corte”. I 50 camerieri servirono un pranzo sobrio – Elisabetta aveva chiesto ufficialmente porzioni ridotte-, un pranzo imperniato su “vol au vent all’ammiraglia” e sul solito tacchino novello ripieno.Il rigoroso cerimoniale prevedeva che chi si rivolgeva alla regina la chiamasse, la prima volta, “Vostra Maestà” e, successivamente, solo “Madame”; le signore non erano obbligate a portare cappelli e guanti, mentre gli uomini dovevano indossare lo smoking: alcuni politici non parteciparono al convito, perché non avevano l’abito richiesto. Per il saluto a Elisabetta il cerimoniale prevedeva un inchino appena abbozzato e proibiva rigorosamente anche il solo accenno di un baciamano. Il 20 ottobre, a Palermo, il cardinale Pappalardo violò la regola e strinse la mano alla regina, che non la ritirò, addolcita forse dalle migliaia di Palermitani che l’avevano accolta, al porto, tra scrosci di applausi, gridando “Elisa, Elisa”. I Reali inglesi furono ospiti al Palazzo Gangi, quello del “Gattopardo” di Visconti: il padrone di casa, il principe Vanni Calvello di San Vincenzo, fece preparare un menu sicilianissimo: rigatoni in pasta sfoglia, pesce spada al forno, cassata siciliana. La regina gradì anche il conclusivo bicchierino di marsala: sapeva che quel vino l’avevano inventato due inglesi, Ingham e Woodhouse. (Continua).

Cartoncino menu stile liberty