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I moralisti della politica ne sono certi: da martedì vincitori e vinti canteranno in coro, come sempre: scurdammoce ‘ o passato”…

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Nel film “Il Turco napoletano” l’on. Cocchetelli dice una verità eterna: il politico deve essere pronto a ogni sacrificio “per il bene della Nazione”. E perciò i moralisti non incomincino a lamentarsi se da martedì, conclusa la battaglia elettorale, vincitori e vinti canteranno in coro i testi sacri della filosofia napoletana: “Simmo ‘e Napule, paisà’”, “ Tammurriata nera “ e “Dove sta Zazà?”.

I moralisti della politica sono dei presuntuosi estremisti dell’idealismo: non ammettono che la realtà possa non tener conto delle loro indicazioni e delle loro attese. Da queste elezioni amministrative i moralisti si aspettavano una svolta, anche piccola, almeno un tentativo di girar pagina. E invece dicono gli incontentabili che non c’è nulla di nuovo. Io, invece, ho letto programmi fantastici, dominati da parole ossitone in – tà, vivibilità, equità, legalità, che da sole, con il loro rumore, danno peso e sostanza ai discorsi ,e ho ascoltato bellicosi proclami di guerra alla camorra. Dicono i moralisti: parole, parole : ma, essendo un meccanicista, e non un idealista moralista, non posso escludere che questa volta alle parole seguano i fatti.. A Trapani è capitato che i candidati alla poltrona di sindaco, mentre cercavano voti in giro per la città, fossero ricercati dai funzionari delle Procure addetti alla consegna di avvisi di garanzia: ma è un caso isolato, che tutt’al più ha dato una nota di colore a questa campagna elettorale. Non dimentichiamo che in Italia è accaduto almeno tre volte che il popolo sovrano eleggesse come sindaco un candidato che, prima dell’elezione e anche dopo, si trovava come ospite in una cella delle patrie galere.
A Somma Ves.na il PD non ha partecipato alla battaglia: i motivi non sono del tutto chiari, ma quali che siano, fanno parte della storia consolidata del nostro territorio: del resto, diceva un sindaco ottajanese che in politica, quando si possiede una buona dose di cazzimma, l’assenza può pesare più della presenza. Candidato sindaco a Somma era un assessore della Giunta che amministra Ottaviano: ha fatto campagna elettorale da assessore in carica. Embé, qual è il problema? La legge lo consente: anzi i teorici della politica dicono da tempo che è cosa buona e giusta disegnare una nuova organizzazione del territorio sulla base di consorzi intercomunali. La globalizzazione ha cancellato le concezioni tradizionali di “spazio” e di “confine”: E dunque diamo a Cesare quello che è di Cesare, e al sindaco avv. Capasso quello che è del sindaco avv. Capasso.
I moralisti delusi si adagiano in un melmoso pessimismo: dicono che da martedì incominceranno le solite manovre: salti della quaglia, balzi olimpionici dal carro degli sconfitti su quello del vincitore, la caccia alle deleghe: insomma, la solita storia. Ma non è colpa di nessuno, ribattono i meccanicisti, se fin dai tempi dei Faraoni d’Egitto l’edificio della politica ha, oltre alle sale per le cerimonie, anche un retrobottega e una tavernetta: i sindaci amministrano persone, e le persone sono composte di anima, forse, e di corpo certamente: e il corpo ha fame e ha sete. L’ho già detto e lo ripeto: in questi tempi, inquinati e ammorbati da folle di moralisti, il fortunato è chi non viene eletto sindaco. Il pessimismo dei predicatori diventa opprimente come questa afa quando si colora dei toni grigi dello scetticismo napoletano, del “tiramm’’a campà’”. Questa filosofia, diceva Vittorio Paliotti, ha molti testi sacri, ma il più sfizioso di tutti è la canzone “ Simmo ‘e Napule, paisà’: il testo, di Peppino Fiorelli, venne musicato da Nicola Valente. Era il 1944, e per le strade della città fascisti, che negavano di essere stati fascisti, e freschi antifascisti dell’ultima ora cercavano un modo per mettere sul passato non una pietra, ma una piramide di macigni : “ Nun vale cchiù a niente / ‘o passato ‘a penzà’….chi ha avuto, ha avuto, ha avuto / chi ha dato, ha dato, ha dato / scurdammoce ‘o passato / simmo ‘e Napule, paisà’…”.
Nello stesso anno, per chiarire meglio il concetto che bisognava accettare le apparenze come se fossero la realtà e, soprattutto, che era necessario non vedere, e dimenticare ciò che si era visto, e cancellare i ricordi con l’acido dell’ironia amara, i napoletani cantavano “ Tammurriata nera” , “ E chello ca se vede / nun se crede, nun se crede”, è nato “nu criaturo niro niro”, e la mamma lo ha battezzato come napoletano perfetto, l’ha chiamato Ciro. E in quell’incredibile 1944 i napoletani cantavano “ Dove sta Zazà ?”, l’amara storia di Isaia che è stato abbandonato dalla sua donna, Zazà, e dopo una vana ricerca, si accontenta di “trovare” la sorella di lei, con la speranza che non si “fumino” anche lei, come “ si fumarono Zazà”. Un sindaco ha l’obbligo di dare un governo alla città che lo ha eletto: se Zazà non è disponibile, chiederà il sostegno della sorella di Zazà, e se un sindaco del Pd fa maggioranza con consiglieri eletti a destra, embé qual è il problema? I consiglieri venuti in soccorso faranno un gruppo nuovo, e gli daranno un nome “sinistro”. Come dicevano alcuni filosofi, i nomi sono la sostanza delle cose: il bimbo sarà pure nero, ma è totalmente e veracemente napoletano, perché si chiama Ciro.
E voi, moralisti idealisti, non chiamateli “imbrogli” e non parlate di “campagna acquisti”. La verità è quella che nel film “Il Turco napoletano” l’on. Cocchetelli svela a Totò turco: sopporto tutto, anche che tu, turco napoletano, metta le mani addosso alla mia donna: sopporto tutto “per il bene della Nazione”. Giova ricordare che Totò, il suo “ma mi faccia il piacere…”, non l’ha detto in quella circostanza….Se alla pescivendola di Pasquale Celommi – un piccolo capolavoro – tu chiedi: “Ma è pesce fresco?”, lei non ti risponde un semplice “sì” o un semplice “no”, ma un complicato: “ E tenite ‘o coraggio ‘e m’ ‘o domandà’”? A te tocca tradurre e capire, se è “sì” o se è “no”. Ma c’è qualche nesso, tar i sindaci e la “pisciajola”? C’è, il nesso c’è…..