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“I poveri vanno a Montevergine di Ottajano, i ricchi a Montevergine “cchiù luntano””

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 A Ottaviano dal 6 all’8 settembre la Festa della Madonna di Montevergine. La cultura della Montagna, e il senso nuovo che si aggiunge ai valori tradizionali della Festa. Un culto suggestivo, la sua storia, le sue leggende.

Adolfo Ranieri, il primo storico della nostra città, ci racconta come mise radici a Ottajano il culto della Madonna di Montevergine. L’ 8 settembre 1883 i Bifulco del Vaglio esposero al pubblico un quadro della Madonna “detta la Bruna” che avevano trovato in un loro deposito. Si decise di collocare l’immagine in una cappella montana, sul confine dell’immenso parco del Palazzo Medici, e poiché l’ 8 settembre, giorno del ritrovamento del quadro, è consacrato alla Madonna di Montevergine, a questa Madonna venne intitolata la cappella. La chiesetta, ampliata grazie alla generosità dell’ultimo principe Medici, Giuseppe V ( e non IV, come scrive un altro storico ottavianese), dei Bifulco, degli Scudieri, e alle offerte di un gran numero di fedeli, divenne rapidamente la meta di un pellegrinaggio che si svolgeva, ovviamente, l’8 settembre: dicevano i napoletani che chi non ha soldi “va a Montevergine di Ottajano”, mentre i ricchi fanno la “juta”, il viaggio, a Montevergine di Mercogliano. Il che non è del tutto vero: alla festa ottajanese parteciparono per decenni anche i ricchi borghesi napoletani che avevano passato l’estate nelle ville del territorio e che con questa “gita” a Ottajano, tra riti sacri e cerimonie profane, tra i canti e le danze dedicati alla Vergine e le sontuose colazioni sull’erba, concludevano di fatto le vacanze.

I miei zii mi dicevano che ancora negli anni ‘50 lo splendore dei “tiri” di cavalli che salivano a Ottajano non era inferiore a quello dei “tiri” che partecipavano alla “rretenata” da Napoli a Mercogliano, e che i banchi dei venditori costituivano una lunga fila, dalla chiesetta fin quasi a piazza Rosario. Le carrozze non le ricordo: ma ricordo di aver visto sfilare in piazza San Francesco ( piazza Municipio) carri policromi, tirati da maestosi cavalli con pennacchi e gualdrappe, che facevano da palco mobile per chiassosi cantanti a “fronna ‘e limone” e per suonatori di tammorra. Di questa festa restano nella memoria interminabili concerti di putipù castagnette tamburelli triccheballacche scetavajasse e il profumo non meno clamoroso di parmigiane di melanzane che giacevano, nel rispetto rigoroso della tradizione, in ampi piatti, e di maestosi peperoni “’mbuttunati”. Ancora viva è la memoria della “’mbizzata”, un gioco che consisteva nel far sì che un coltello, lasciato cadere dal giocatore dall’altezza degli occhi, si piantasse, diritto e saldo, senza inclinarsi, senza vacillare, in una “nanassa”, in un fico d’india: chi riusciva nell’impresa mangiava gratis il frutto infilzato. I cui semi però bloccavano l’apparato digerente dei colpitori troppo bravi, e il giorno dopo era una dolorosa e affannosa ricerca di medicamenti lassativi e liberatori. E non basterebbe un articolo per descrivere il carrettino, colmo di “ ficurinie”, di “Marucciello ‘o mbeciato”, appostato davanti al Circolo Diaz, e i gustosi racconti del “ficurinaio”, e la sua straordinaria abilità nello sbucciare, in due colpi, i fichi d’india. L’amico Peppe Miranda, infallibile depositario delle memorie della nostra città, mi ha consentito, con il suo racconto, di recuperare a poco a poco il ricordo di un’altra splendida tradizione connessa alla nostra festa: quello degli abiti di carta, preparati con abilità e con gusto, dalle sarte e dalle camiciaie di Ottaviano: è una tradizione che merita di tornare in vita.

L’ assessore alla cultura prof.ssa Marilina Perna ha, tra i molti meriti, anche quello di aver rinnovato la tradizione della “Festa di Montevergine”, e di lavorare senza sosta perché la manifestazione, ricca di valori religiosi e di simboli culturali, ritorni al fasto di un tempo: un “fasto” che era un auspicio propizio per l’imminente vendemmia e per il riposo invernale della Natura. La Festa, oggi, aggiunge al significato religioso e civile della tradizione un senso nuovo, poiché esprime, con vigore, la volontà degli Ottajanesi di ricostruire il loro rapporto con la Montagna, di percorrere una strada che risponda alle esigenze del nostro tempo, ma, come tutte le strade storiche, segua un tracciato antico. E dunque l’8 settembre Elena Annunziata terrà concerto, con la sua voce ammaliante, nel parco pubblico davanti al Palazzo Medici, e i “pellegrini” potranno gustare i sapori della tradizione, ricostruiti dalle delicatissime mani, dal gusto e dalla generosa disponibilità delle signore che già hanno dato prova della loro perizia nella sagra di San Giovanni. Agli organizzatori, e in particolare all’amico Vincenzo Caldarelli, il cui amore per la cultura della Montagna e per il “verde” della natura è il sentimento schietto di un animo schietto, mi permetto di ricordare che non c’è Festa di Montevergine senza il sapore vivace delle lazzarole, senza le noci, senza le prime castagne – le celebri castagne di Ottajano -, e senza i fichi “ trojani”. Il 7 settembre, nel chiostro di quello che fu il Convento dei Domenicani in piazza Rosario, si parlerà, con il sostegno delle immagini, del culto ottajanese della Madonna di Montevergine, delle leggende e della storia, delle ragioni per cui era “obbligatorio” mangiare “la spiga”, la pannocchia bollita o arrostita, e della protezione che alla Madonna si chiedeva per le selve, che erano la fonte prima della ricchezza di Ottaviano. E al patrimonio delle selve montane – un patrimonio che si è dissolto, e di cui resta solo la memoria dei nomi – verrà dedicata la mostra documentaria.

L’8 settembre sarà tutto riservato ai riti religiosi, celebrati dal parroco don Michele Napolitano. La sera, nello spazio davanti alla chiesetta, il gruppo “Zi’ Riccardo e le donne della tammorra” intonerà, in onore della Vergine, i canti in cui si sente l’eco della voce solenne e pura della Montagna, e ricamerà passi di danza che sono antiche e vitali figure di amore, di devozione, di speranza.