I ragazzi (napoletani) della Luna

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La storia di tre ragazzi, la storia di un sogno che parla di speranza e di futuro.

 

Andare sulla Luna con una lattina, per studiare le radiazioni cosmiche grazie ai cianobatteri. Si può, anzi, si farà: entro fine anno. È l’idea di tre studenti napoletani, i giovanissimi vincitori della competizione mondiale Lab2Moon: Mattia Barbarossa (16 anni), Dario Pisanti (22 anni) e Altea Nemolato (18 anni). In altre parole il Team Space4Life.

Il Team Space4Life. Da sinistra: Mattia Barbarossa (16 anni), Dario Pisanti (22 anni) e Altea Nemolato (18 anni).

Il trio del Sud Italia – appena rientrato da Bangalore (India) per ritirare il premio – ha sbaragliato gli oltre 3.000 progetti rivali nella competizione Lab2Moon, indetta dalla compagnia spaziale indiana, privata, Team Indus. Se tutto andrà secondo i piani, il 30 dicembre Team Indus lancerà il suo rover lunare a bordo del razzo PSLV-XL dell’Indian Space Research Organization (ISRO), grazie al Google Lunar X Prize. E sul rover lunare sarà installato “Radio-Shield”: è così che il team napoletano ha chiamato l’esperimento scientifico. Un esperimento che potrebbe essere il primo italiano, e persino europeo, a giungere sulla superficie lunare.

Nato quasi per caso da un’idea di Mattia Barbarossa, e progredito grazie all’incontro con Dario Pisanti al Nasa Spaceapp Challenge di Napoli, il progetto del team Space4Life è semplice, ma allo stesso tempo brillante. Consiste in un contenitore delle dimensioni di una lattina di Coca-cola, e dal peso di 250 grammi, all’interno del quale è inserita una colonia di cianobatteri del genere Synechococcus sp., noti per le loro capacità fotosintetiche. Ma la cosa più sorprendente è che il progetto “Radio-Shield” è stato realizzato senza alcun sostegno pubblico o privato, trovando solo in seguito l’appoggio del Center for Near Space (CNS), centro di competenza spaziale dell’Italian Institute for the Future, con sede a Napoli.

L’obiettivo del Team Space4Life è quello di riuscire a risolvere con i cianobatteri il problema delle radiazioni spaziali: i raggi cosmici che possono danneggiare il nostro Dna, una delle principali preoccupazioni per il futuro dell’esplorazione e dell’espansione umana nello spazio profondo. A proteggerci da questi, sulla Terra, c’è l’atmosfera e il campo magnetico terrestre, ma nello spazio l’uomo non ha protezioni.

«Con i cianobatteri» spiega Altea Nemolato dell’ITIS-LS Francesco Giordani di Caserta, che nel team è l’esperta di biologia e genetica, «potremmo proteggerci da alti livelli di esposizione da radiazioni, come quelli che si riscontrano sulla Luna». Secondo Dario Pisanti, l’unico laureando dei tre, che studia ingegneria aerospaziale all’Università di Napoli Federico II, «i cianobatteri possiedono una capacità di protezione dalle radiazioni superiore al piombo. E rispetto al piombo una colonia di cianobatteri è molto più leggera, economica ed ecologica».

Secondo Mattia Barbarossa, il più giovane del gruppo e vero ideatore dell’esperimento, in futuro si potrà costruire uno “scudo” contro le radiazioni, sovrapponendo strati di colonie di cianobatteri per «ricoprire lo scafo dell’astronave che porterà i primi astronauti su Marte, o di una stazione abitata nello spazio cis-lunare». I cianobatteri, dunque, potrebbero essere la soluzione. E «se lo scudo si dovesse rompere sarebbe possibile ricrearlo».

Quella del Team Space4Life «è un’idea unica, sia per l’utilità nei futuri viaggi dell’uomo nello spazio che per l’approfondimento con cui è stata progettata» sottolinea Sheelika Ravishankar di TeamIndus. «Hanno considerato ogni aspetto e ogni possibile imprevisto».

Al giovanissimo team non resta che lavorare sodo, a stretto contatto con l’India, per far sì che tutto fili liscio e “imbarcare” il loro sogno su un volo di sola andata per la Luna. Un sogno che parla di speranza, di un Sud che ha voglia di riscatto, di giovani brillanti che con impegno e sacrificio hanno solo bisogno di un’opportunità.

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