Il malaffare. Tre schemi e quattro giocatori: il sindaco, il burocrate, il...

Il malaffare. Tre schemi e quattro giocatori: il sindaco, il burocrate, il camorrista, la ditta cara all’onorevole

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"Ferdinando Botero, I giocatori di carte, 1989"

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Dopo il crollo dei partiti della Prima Repubblica è incominciata la “stagione dei sindaci”. Dal 1991 a oggi 250 Comuni sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose, e altri 100 sono stati “indagati” per anomalie amministrative.  E’ un fenomeno solo italiano.

 

Nel 2015 è stato anche l’anno dei libri sulla mafia e sulla camorra: “La mala setta” di Francesco Benigno, l’analisi di Sales sull’ Italia delle mafie, l’amara denuncia che il magistrato Nino Di Matteo ha affidato a “Collusi. Perché politici, uomini delle istituzioni e manager continuano a trattare con la mafia”, e infine la storia di Pasquale Scotti, il superlatitante da poco arrestato in Brasile, che viene raccontata nel “Camorrista fantasma” da Luigi De Stefano, il commissario di polizia che per primo lo catturò, nel 1983, e da tre giornalisti: il compianto Enzo Musella, Gaetano Fragliola e GianMaria Roberti. Magistrati, poliziotti, studiosi e giornalisti ci dicono due cose: la prima è che l’ “economia dell’Italia è condizionata dalle mafie”( la Repubblica, 2/02/2015) e la seconda è che mafia, camorra, ‘ndrangheta, politici e parti delle istituzioni dello Stato hanno intrecciato una rete di relazioni così solide che più solide non si può. Negli ultimi 25 anni sono stati sciolti, “per infiltrazioni mafiose”, 250 Comuni e altri 100 sono stati “indagati” per far luce su incarichi e appalti avvolti nell’oscurità:  gli studiosi del fenomeno ritengono che le organizzazioni criminali non si interessino più dei livelli alti del sistema politico, ma non mollino il controllo sulle amministrazioni locali, soprattutto da quando il crollo dei partiti tradizionali ha avviato quella che Aurelio Musi ha chiamato “la stagione dei sindaci”, dei sindaci eletti dalle civiche, dei sindaci dalle maggioranze “volubili”,  che si cambiano da una settimana all’altra, dei sindaci che si sentono padroni del Comune.

Le carte e le cronache relative ai Comuni “indagati” dalle forze dell’ordine e dalla magistratura ci dicono che il malaffare segue, in sostanza, tre schemi. Il primo schema, diffuso dal Nord al Sud, è quello del sindaco “cane sciolto”. Il sindaco di Monterosso a Mare, paese ligure colpito dall’alluvione dell’ottobre del 2011, deve spendere 300.000 euro raccolti da “Sky Repubblica” per rimettere in sesto una scuola che però ha resistito abbastanza bene alla violenza della natura. Egli invita i funzionari a “inventare i danni”, adottando nella circostanza un metodo già collaudato: “un gruppo di professionisti” si impegna a redigere schede con il “sistema della somma urgenza in modo svincolato dalle usuali procedure”. (la Repubblica, 5/02/16): un sistema che fa miracoli, e non solo a Monterosso, come vedremo prossimamente.

Il secondo schema è quello classico: gli amministratori locali sono “pupazzi” manovrati dai pupari camorristi e mafiosi. Gli esempi sono innumerevoli, e segnano tutta la storia italiana. Roberto Saviano ha raccontato di recente (la Repubblica,16 gennaio 2016) il caso del siciliano Francesco Campanella, “collaboratore di giustizia, braccio destro di Nino Mandalà, boss di Villabate”. Il Campanella, presidente del consiglio comunale di Villabate fino al 1999, divenne nel 2000 segretario nazionale dei giovani dell’Udeur: Ma “è ricordato”, scrive Saviano, perché procurò a Bernardo Provenzano una carta di identità valida per l’espatrio, e perché contribuì alla fondazione di un “Osservatorio permanente sulla criminalità”: con il permesso di Mandalà e di Provenzano. “Questa paraculata serviva a dare alla mafia un pedigree antimafia”: una pratica assai diffusa, dalle Alpi alla Sicilia.                                               ” Campanella – scrive Nino Di Matteo, che lo interrogò – rappresentava quel mafioso dalla faccia pulita che tanto conta nella nuova strategia delle cosche”. E fu lui a far da tramite tra i boss di Villabate e “una grande impresa romana” che voleva costruire nel territorio comunale un centro commerciale polifunzionale che sarebbe stato “il secondo d’Europa”. Nel computer di un architetto “trovammo – scrive, disgustato, il magistrato –l’elenco dettagliato degli impegni assunti dalla società imprenditrice nei confronti di criminali e assassini”. I mafiosi di Villabate avrebbero indicato le ditte a cui andavano affidati gli appalti per la costruzione; i nomi degli impiegati da assumere, “nella misura del 20% sul totale”; le ditte e i commercianti a cui sarebbero stati ceduti il 30% dei negozi realizzati nella galleria del centro commerciale. Recentemente, per aiutarci a capire come siamo combinati, Enrico Deaglio ha ricordato che uno degli uomini più ricchi d’Italia, – le sue società valgono 5 miliardi di euro –, un siciliano nato a Castelvetrano, ma arricchitosi in Lombardia dove è morto il mese scorso, viene sospettato dalla DIA di essere il prestanome di Messina Denaro, il capo dei capi, anche lui di Castelvetrano (Il “Venerdì”, 12/02/16).

Il terzo schema è il meno frequente nella casistica dei Comuni sciolti per infiltrazioni: forse gli inquirenti non riescono ancora a inquadrarlo in una prospettiva nitida, forse è un meccanismo ben congegnato. Seguono questo schema le vicende di alcuni Comuni del Casertano: la storia politica della centrale termoelettrica di Sparanise ne è un esempio “didattico”, perché vede convergere gli interessi di  aziende care  alla Destra e di società care alla Sinistra: secondo alcuni giornalisti nessuno si è preoccupato dell’interesse dei cittadini ( “Pensiero libero” 12/11/ 2009 ; “ImolaOggi.it”, 22 /12/2014). Il terzo schema è la ripetizione del secondo: ma al posto dei camorristi ci sono i politici di un certo livello e di potere consistente, che impongono sul territorio le ditte di loro gradimento. Ovviamente, questi “onorevoli” protettori possono essere “amici” dei camorristi, e camorristi essi stessi, ma tutti i “giocatori” tendono a mettere in evidenza la “legalità” delle relazioni: il politico che conta non ha bisogno della pistola per farsi rispettare, dispone di mezzi “legali” di persuasione. Egli protegge gli amministratori locali a molti livelli, tutela in molti modi, può offrire candidature, e, con la necessaria riservatezza, posti di lavoro nelle ditte a lui care, soprattutto se esse svolgono la loro attività in Comuni contigui: il raccomandato di Castello di Sopra lo mandiamo a Castello di Sotto, e viceversa: e così non diamo nell’occhio. Il politico che conta aiuta gli amministratori locali “amici” a curare la propria immagine con sagre, mostre, feste e premi.

Ma la “stagione dei sindaci” ha dato un potere straripante alla burocrazia comunale, che ha il compito di costruire su basi solide l’impianto delle “pezze d’appoggio”. Gli autori dei libri citati non danno al tema lo spazio che esso merita: eppure tutti i documenti che ho letto, e non sono pochi, dicono chiaramente che spesso l’ultima parola tocca ai burocrati, soprattutto quando gli amministratori trovano una qualche difficoltà nel leggere e nello scrivere quelle carte là. “Non ha alcun senso mandare a casa i politici e lasciare al loro posto i dirigenti o i funzionari che hanno concretamente favorito le infiltrazioni..Chiederemo con urgenza una mappatura degli impiegati della pubblica amministrazione che, pur essendo stati condannati per reati commessi durante l’attività, continuano ad occupare lo stesso posto e ad attendere alle stesse funzioni. Credo che neanche il 10% sia stato assegnato ad altre funzioni.”. Lo diceva, nel dicembre 2006, Francesco Forgione, presidente della Commissione Antimafia ( CdM, 29/12/06). Potrebbe dirlo anche oggi, parola per parola.

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