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“Il nostro progetto per San Gennaro Ves.no – dice il sindaco, dott. Antonio Russo – si legge nel progetto di Piazza Regina Margherita

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“ Scrivere” nel disegno e nella struttura della piazza le linee di storia che fanno di San Gennaro Ves.no  il “luogo” dove si incontrano, si confrontano e si integrano i sistemi culturali del Vesuviano, del Nolano e dell’Agro Sarnese: questa visione delle cose spinge il sindaco Russo a “ripensare” anche il modello e le funzioni della Fiera.

 

A partire dal 1° gennaio 1841 San Gennaro divenne Comune autonomo, avendo ottenuto, per regio decreto, la separazione da Palma. La prima battaglia che il primo sindaco, il dott. Filippo Casalini, dovette combattere fu anche la più difficile: contendere il controllo della piazza, a cui poi venne dato il nome della Regina Margherita, ai PP. Riformati di San Francesco che da sempre ritenevano quell’ampio spazio una proprietà del Convento. Si combatté senza esclusione di colpi, e in alcune fasi del duello, in cui i Padri si servirono di tutto il potere dell’Ordine, il sindaco Casalini fu seriamente preoccupato per la sua incolumità.

San Gennaro Ves.no è costruito intorno alla sua Piazza: l’ampliamento progressivo e intenso del sistema urbano non ha previsto l’apertura di altre piazze, e se anche altre piazze fossero state aperte, il respiro possente della Piazza le avrebbe soffocate e ridotte a slarghi anonimi e a parcheggi. Il ritmo vitale di questo vasto e luminoso spazio lo conosco, intimamente, dal 1970: il rito del caffè mattutino al chiosco, i silenzi eloquenti e i saggi consigli della Preside Elena Borrelli Cozzolino, e lo spettacolo mattutino degli alunni forestieri che arrivavano da tre direzioni, i “vesuviani” dalla strada per Ottaviano, i nolani dalla via di Nola, i palmesi e i “sarnesi” dalla via di Palma. In quella piazza si mescolavano, e si integravano, stili e modi di giovinezza, linguaggi, esperienze. In quella piazza il prof. La Monica, che era di Camposano, mi tenne una memorabile lezione sulle differenze che egli aveva colto tra la “cazzimma” di ottajanesi e sangiuseppesi, e quella dei “nolani”. Lì ho conosciuto due amici veri, due Maestri di humanitas, Michele Moccia e  Natalino Ammaturo, lì ho ascoltato da Michele D’ Avino i suoi “ritratti” dei sindaci di Napoli e  le sue fantastiche letture di uomini, fatti e misfatti vesuviani di ogni tempo, dall’antica Pompei fino ad oggi.  Giovanni Borrelli, Felice Borrelli,  Michele D’ Avino e Francesco D’ Ascoli, Natalino Ammaturo e Natalino Guerra, i ragazzi: in quella piazza la vita quotidiana si plasmava in scene e in momenti che non erano mai banali.

Oggi c’è il pericolo che le piazze si riducano a luoghi di transito, si svuotino in spazi deserti,  diffondano l’angoscia dei loro silenzi e della solitudine per tutto il sistema urbano, lungo le strade e i vicoli, attraverso i cortili – e a San Gennaro ce ne sono ancora – e non conservino, infine,  né il colore, né la voce dei tempi che furono. “Noi vogliamo che questa piazza torni ad essere un luogo in cui si viene per incontrarsi, per fermarsi a discutere e a confrontarsi”: la voce del dott. Antonio Russo, che è il sindaco, non si impenna, non varia, resta rigorosa e convinta – la voce di un medico -: le sue idee sono nitide e chiare.

Una piazza- salotto? Non mi va di usare il termine “salotto”: tradirei i miei ricordi e il progetto del sindaco, perché l’immagine del “salotto” porta con sé, fatalmente, una nota di lezioso conformismo, di finta socialità. E invece, se è vero che tutti i luoghi hanno un’anima immortale, l’anima di Piazza Regina Margherita è fatta dalle parole e dalle memorie di mercanti, contadini, “signori”, dai clamori dei comizi e delle polemiche politiche, dall’ entusiasmo schietto dei ragazzi che nella sera illuminata dai lampioni vi giocavano a calcio.

Piazza Regina Margherita, dice il sindaco, deve essere un luogo che si apre a tutti, senza perdere una sola linea della sua identità. E questo progetto si connette con quello della Fiera, con l’idea, che sta al centro dei pensieri del sindaco, di farne non un episodio settembrino, ma un “luogo”  in cui si incontrano, in momenti distinti,  l’artigianato, l’agricoltura, l’industria, e i “prodotti” e le forme dell’arte, della cultura, dell’enogastronomia del vasto territorio..La Fiera e San Gennaro Ves.no trasformati  in vetrina continua di ciò che comunità dalle tradizioni antiche e gloriose, geniali nel carattere e nelle passioni, sanno produrre e proporre: questo è l’obiettivo del progetto.

Mi pare che la sistemazione architettonica di Piazza Regina Margherita corrisponda anche formalmente all’idea: le superfici si inquadrano in una griglia di linee rette che vanno a bilanciare il gioco degli archi sviluppato dai portoni e dai disegni delle case più antiche: il tutto costruisce la suggestione di un ordinato movimento che guida l’attenzione della gente – la guida fatalmente, mi viene voglia di dire – verso il Somma- Vesuvio che chiude la “cartolina” come una quinta di scena sul fondo di un palcoscenico. E’ uno spettacolo straordinario: vista dal teatro della Piazza, la forma solenne del Somma – Vesuvio ora  appare lontana, stemperata nella luce e nei vapori, ora si avvicina, severa, attraverso le cristalline trasparenze dell’aria e sembra confermare, con una inappellabile sentenza, che nella Piazza di San Gennaro si incrociano idee, spiriti e figure del Vesuviano, del Nolano e dell’ Agro Sarnese.

Così vollero, prima ancora dei Francescani, i Romani: e nei tramonti il paesaggio e le case si colorano, nel prodigio di un momento, di ocra e di rosso scuro e il tempo si dispiega secondo il ritmo antico che viene su dalle viscere della terra.