Il parmigiano lo fanno in Brasile e lo chiamano “parmesao”:...

Il parmigiano lo fanno in Brasile e lo chiamano “parmesao”: e la Comunità Europea che fa?…

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G.Recco, Natura Morta

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La Comunità è solo una macchina finanziaria, regolata dalla Germania e dai suoi alleati di fiducia. La Germania ha dichiarato guerra al “Made in Italy”, che però gli Italiani non sanno difendere. La signora Merkel dà i voti…..

Sono il meno indicato a parlare del duello tra i Greci e la Comunità Europea. Credo che Tsipras sia un mediocre demagogo, ma non mi piace una Comunità che pensa solo ai mercati finanziari, e ci pensa con le categorie dettate dalla Germania e dai suoi giannizzeri.  A poco a poco, considerando i fatti e riflettendo sulle interpretazioni dei fatti, alcuni storici – anche qualche storico “prodiano”- si sono convinti che la guerra contro l’Italia incominciò  nell’ultimo decennio del sec.XX, quando venne liquidato l’ IRI. I liquidatori sentenziarono, con sdegno, che l’ industria di Stato era proprio una “fogna a cielo aperto” – così l’ aveva giudicata all’inizio degli anni ’80  l’”Economist” : era  il centro della corruzione della classe politica, era la fornace in cui si bruciavano i risparmi degli Italiani. Insomma, il Male Assoluto. Venne considerato trascurabile il fatto che, nonostante tutto, l’IRI aveva permesso alla nostra economia industriale di diventare una delle più solide al mondo. Romano Prodi fu il responsabile primo di questa liquidazione, che ha esposto e ancora espone aziende strategiche del nostro Paese all’assalto della speculazione globale. Solo nel 2014 i tedeschi hanno comprato 18 aziende italiane. Ma per fortuna la classe politica ora non si corrompe così facilmente come prima…..

La Comunità Europea  è solo una macchina finanziaria: lo dimostrano,  con esemplare evidenza, l’incapacità di concordare una risposta unitaria alla politica estera di Putin e i “muri” – muri non solo metaforici – che Francia, Inghilterra e Germania hanno opposto alla richiesta dell’Italia di considerare la migrazione dalle coste meridionali del Mediterraneo un problema europeo, e non solo italiano. E non si riesce ancora a capire cosa i comandi militari dei tre Paesi pensino veramente dell’ Isis e dell’estremismo islamico. I politici hanno deciso di classificare questo caos come “terrorismo”, che è parola strana: da una parte evoca l’orrore delle stragi e la paura di massa, dall’altra suggerisce la consolante speranza che il fenomeno comunque  si esaurirà. Nessun terrorismo è eterno.  Ma se l’Isis prende Bagdad, Damasco e tutti i pozzi di petrolio, ci penserà Israele a spiegare all’Occidente cosa sta avvenendo tra la Mesopotamia e l’ Africa settentrionale. Mi auguro che gli strateghi europei non chiedano consigli ai colleghi americani, i quali tra Iran, Afganisthan, Irak e Libia non  hanno indovinato una mossa: o forse le hanno indovinate tutte, se, come pensa qualcuno, tutte le loro mosse miravano solo a mettere in ginocchio l’Europa. Il capitolo del “miracolo” economico italiano si chiuse a metà degli anni ’70: non appena gli americani adottarono in Medio Oriente nuove strategie, in Italia i prezzi dei prodotti petroliferi e il costo della vita si impennarono fino alla vertigine. Poche ore fa l’ amico Franco Cammisa ricordava su “fb” che l’Italia fu costretta a chiedere prestiti, e la Germania volle in cambio non chiacchiere e carte, ma l’oro della nostra riserva.  Nel 1979 Edward Luttwak, consigliere di Presidenti americani, sentì il bisogno di studiare le cause del crollo dell’Impero Romano, e di capire quali erano state le forme della così detta “ invasione dei barbari”:  nelle visceri dell’ Africa e dell’ Asia qualcosa incominciava a muoversi.

La Comunità Europea non tutela  l’economia del “ Made in Italy”. Abbiamo appreso dalla TV e dai giornali che a Villaricca degli ingegnosi signori davano la cittadinanza italiana a prosciutti polacchi falsificando le etichette più note, e li rivendevano ai discount. E’ uno dei tanti oltraggi che gli Italiani  stessi infliggono sistematicamente al più importante patrimonio italiano, il “made in Italy”: come se non bastassero le contraffazioni perpetrate dagli stranieri. La vicenda di Villaricca  è stata raccontata con l’accompagnamento di trombe e tamburi, perché parlare di Napoli come dell’epicentro della peste fa comodo a tutti,  e in particolare a chi vuole dimenticare che al mercato della contraffazione – olio, vini, conserve, capi di abbigliamento – partecipano, democraticamente, italiani di tutte le regioni e Paesi di ogni continente.   I giornali olandesi e tedeschi inchiodano queste notizie in prima pagina, e ce le tengono per giorni, poiché è in corso, nei palazzi della Comunità europea, una battaglia senza quartiere sulla etichettatura dei prodotti. In linea di massima, tutti i governi condividono  la proposta di elencare sulle etichette degli alimenti gli ingredienti e, nonostante il mal di pancia di qualche governo, anche  il luogo di produzione:  ma quando l’Italia, la Francia e la Spagna hanno chiesto di indicare il luogo di produzione anche sulle etichette di ogni altro manufatto,  la Germania, l’Olanda, la  Gran Bretagna e la Svezia  hanno alzato le barricate, e le tengono su con ogni mezzo, poiché, ha scritto Alberto D’ Argenio, “ vogliono continuare a griffare con il marchio nazionale prodotti che di fatto comprano in Cina o in altre nazioni a basso costo, basso controllo sulla salute dei consumatori e sulla mano d’opera.” (La Repubblica, Affari & finanza, 25 maggio’ 15).

Se passasse la proposta di Italiani, Francesi e Spagnoli, la Germania non potrebbe più battezzare con la griffe “ Made in Germany”  i prodotti di punta della sua industria, l’auto e l’hi – tech, che in parte vengono realizzati  in altri Paesi. Il danno che l’ “italian sounding”, la falsificazione del “made in Italy”, arreca alla nostra economia e alla nostra immagine viene stimato non inferiore ai 50 miliardi di euro. In nome di tutto questo, la signora Merkel promuove solo chi condivide la sua idea d’Europa. Il signor Renzi non si capisce ancora che idea di Europa abbia: per ora,  batte le mani alla maestra che ieri gli ha dato un sette. Un sette abbondante. Ah, se Tsipras fosse stato un allievo modello come questo giovanotto fiorentino… Ma delle cattedre della signora parleremo domani.

(Immagine: G. Recco, Natura morta con prosciutto e casatiello)

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