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Il tema è sulla Prima Guerra Mondiale? Scrivete che fu una guerra cubista….

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Esami di stato: uscirà il tema sulla I guerra mondiale? Gertrude Stein disse che era stata una guerra cubista e l’idea è stata ripresa e sviluppata da Stephen Kern. Una guerra cubista e forse anche bergsoniana…

Il tema sulla I guerra mondiale, secondo me, “esce”. Per la soddisfazione di tutti i docenti che per mesi hanno organizzato, sull’argomento, convegni, conferenze e gruppi di studio, dopo aver premesso – spero che nessuno se ne sia dimenticato – che “oddio, non è che qui si vuole esaltare la guerra, e quella guerra poi: un orrendo macello, organizzato e sfruttato dal capitalismo nazionalista, che poi avrebbe partorito Hitler e Mussolini… e anche Stalin”. Ai candidati che si chiedono quali sono le “chicche” più adatte a condire il loro esercizio di scrittura sulla prima guerra mondiale prima dico: non illudetevi, è difficile far colpo sugli esaminatori, soprattutto sui più giovani, e poi suggerisco: non trascurate una riflessione sull’uso di armi non proprio da gentiluomini, la mitragliatrice e il sommergibile. Se questo argomento non l’avete approfondito a sufficienza, potreste affrontare il tema del ruolo delle donne al fronte e nelle retrovie, o ricamare un commento sul “potere dell’immagine” ricordando che il primo documentario di guerra, “ La battaglia sulla Somme”, venne proiettato nelle sale della Gran Bretagna il 21 agosto del 1916.
Se vi trovate in difficoltà, scrivete che la prima guerra mondiale fu una guerra cubista. Nemmeno questa è una novità assoluta: internet vi squaderna in un lampo una serie di articoli, di note e di saggi che ricordano Gertrude Stein, e le corrispondenze che ella colse tra la pittura di Léger e di Picasso e certi aspetti del conflitto. Diceva la Stein: il pittore cubista scompone la struttura dell’”oggetto” e poi la ricompone sulla tela in modo che i moduli spaziali e quelli temporali si dispongano insieme in modo simultaneo. Il punto di vista non è più uno solo, e lo spazio è una somma di forme spaziali . Allo stesso modo, le battaglie della prima guerra mondiale non si combattono più su un campo chiaramente delimitato, la morte può arrivare dal cielo, rumorosa, e può arrivare in silenzio, ad opera dei gas, le battaglie non si misurano più a giornate, e gli eserciti non si dispongono più a reggimenti e a squadroni intorno a un comandante che detta le linee di manovra. Gli strateghi e i tattici del primo conflitto mondiale muovono le pedine su immense carte geografiche, studiano gli schieramenti attraverso le fotografie scattate dagli esploratori , e quando la situazione incomincia a risultare confusa sono costretti, per capirci qualcosa, a sorvolare i luoghi a bordo degli aerei, e gli ordini li danno spesso per telefono, e per telefono ascoltano le relazioni, a caldo o a freddo, degli ufficiali: li ascoltano, e non possono guardarli negli occhi. Napoleone Bonaparte chiamava per nome i suoi veterani e capiva l’umore di Murat da come montava in sella, Luigi Cadorna raramente girava per le trincee, e chi sa se gli ufficiali del suo Stato maggiore assaggiarono mai il rancio dei fanti.
Ma internet non vi dice che Gertrude Stein fu incantata dal romanzo “ La disfatta”, in cui ‘Emile Zola descrisse la battaglia che tra il 31 agosto e il primo settembre del 1870 venne combattuta a Sedan da francesi e prussiani. La catastrofe dei francesi, gli attacchi simultanei che le truppe prussiane conducono da punti diversi, il mutare incessante della linea del fronte, i movimenti rapidi, e sempre sul bersaglio, disegnati e guidati da Von Moltke, e l’inconcludente e spossante sbandarsi dei francesi, mandati allo sbaraglio da Napoleone III e dai suoi generali, Mac Mahon e Ducrot: Zola “vede” una battaglia che è un groviglio di movimenti, che si aprono senza sosta in più direzioni: l’occhio dello scrittore è l’occhio di un pittore impressionista. Inoltre, Zola “sente” che per gli sconfitti le ore di Sedan sono lunghe un’eternità.
Candidati, se avete studiato Bergson e vi è chiara la sua concezione del tempo come “durata”, scrivetelo, che la Prima Guerra Mondiale fu anche una guerra bergsoniana. Immaginate il soldato costretto a “stare” nella trincea, a tener conto esattamente del tempo esterno, meccanico, misurato dall’orologio, dai turni di guardia, dal rancio, dal controllo delle armi, e chiedetevi come invece egli percepiva l’attesa, e le impressioni su ciò che era accaduto, e l’incertezza su ciò che sarebbe accaduto e che stava per accadere, e come “sentiva” la presenza della paura e il flusso dei ricordi. Dice Bergson che il nostro passato ci segue e “ si ingrossa senza posa con il presente che raccoglie per strada.”. Penso che i soldati delle trincee, anche quelli che non sapevano nulla di filosofia, siano arrivati, almeno una volta, a pensare qualcosa di simile a questo pensiero di Bergson, o ai pensieri di Ungaretti. Il 27 agosto 1916 Ungaretti scrisse, in trincea, che nel suo cuore “ nessuna croce manca / E’ il mio cuore / il paese più straziato. “. E un anno dopo notò che sulle macerie della guerra “ d’improvviso / è alto/ il limpido/ stupore/ dell’immensità.”. Immaginate il soldato che dalla trincea leva lo sguardo verso la notturna, serena vastità del cielo…
Non dimenticatevi di Ungaretti. Fa colore: un colore prezioso. E non dimenticatevi di Bergson. Mi dicono che Bergson è un filosofo passato di moda. Un tempo si studiava. Qualche professore arrivava a dire che la filosofia di Bergson è una delle “chiavi” della civiltà del ‘900. Ma i professori di una volta esageravano….

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