La camorra diventa “sistema”. A. Lamberti, R. Cantone e P. Mancuso diedero...

La camorra diventa “sistema”. A. Lamberti, R. Cantone e P. Mancuso diedero l’allarme molti anni fa. Inutilmente.

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La “liquida” camorra imprenditoriale fa sistema con la burocrazia e con pezzi della borghesia delle professioni. I politici usati spesso solo nel ruolo di controfigura e di prestanome. La lucida analisi di V. Spagnuolo Vigorita.

La fotografia della situazione l’ha fatta Luigi Ferrarella nell’incipit di un articolo di qualche settimana fa ( CdS, 3 maggio): “ Eufemistico parlare ancora di “infiltrazioni” della ‘ndrangheta al nord “ se a essere condannati per concorso esterno in associazione mafiosa sono “il direttore sanitario che nell’ Asl di Pavia amministrava un budget annuale di 780 milioni di euro per 530.000 cittadini,…un imprenditore che ha asfaltato le strade di mezza Lombardia…il carabiniere… che per proteggere il figlio di un boss fece sparire i bossoli” dalla scena dell’omicidio di un albanese. E c’è pure l’avvocato di Pavia “che contava quanto un sindaco- ombra”. Chi ha mai visto un sindaco – ombra?

Lo schema si ripete nelle vicende criminali dell’ Expo, in quelle del Mose di Venezia, nelle pittoresche trame della mafia della Capitale, nella torbida gestione dell’ospedale di Caserta: tanto per citare le storie più recenti. Nel 2010 Giuseppe D’ Avanzo, in un articolo sul libro di Raffaele Cantone e di Gianluca di Feo “ I Gattopardi” scrisse, tra l’altro: “.. intere categorie del ceto medio alto, commercialisti, banchieri, funzionari delle istituzioni vengono inglobati nel sistema di potere del clan…Cosa Nostra non è più uno “Stato nello Stato”, non ha un’ideologia, non è solo un’istituzione centralizzata. E’ un cartello di imprese.”. (la Repubblica, 16/11/’10). La novità non stava nel “cartello di imprese”: l’ evoluzione imprenditoriale della mafia era già stata analizzata, tra il 1990 e la fine del secolo, da Diego Gambetta e da Giuseppe Carlo Marino, e quella della camorra, più lenta e più contorta, da Isaia Sales e da Paola Monzini, che, – lo dissi e lo ripeterò fino alla noia -, ha condotto l’analisi più profonda della camorra vesuviana e nolana degli anni 1970- 1990 in alcune pagine del suo libro “ Gruppi criminali a Napoli e a Marsiglia – la delinquenza organizzata nella storia di due città( 1820-1990)”, pubblicato nel 1999.

La novità è questa: le mafie non puntano più sui politici, la cui inaffidabilità cresce di elezione in elezione, perché la selezione è poco seria, perché si dissolvono i vecchi partiti, perché i politici emergenti sono- dal punto di vista delle mafie – arroganti, ignoranti, superficiali e intempestivi, nel senso che non hanno sensibilità per il ritmo della politica: non sanno quando bisogna tacere, e quando è necessario parlare, e cosa bisogna dire quando si è costretti ad aprir bocca. Le mafie ora puntano sulla burocrazia, sui funzionari di ogni livello, purché occupino la sedia giusta: e le sedie giuste stanno dovunque ci siano occasioni per bandire appalti da affidare agli amici degli amici. Alleandosi con le burocrazie e mettendo le mani sull’ “emergenza” e sugli investimenti ordinari, le mafie si aprono ai gruppi sociali da cui provengono i professionisti che occupano gli uffici della Pubblica Amministrazione sia come funzionari che come interlocutori dei funzionari.
Nell’ ottobre del 2007, nel lasciare il pool della Dda per la Cassazione, il dott. Raffaele Cantone dichiarò che a Napoli c’è “ una borghesia mafiosa che conclude affari con i clan” e che ne fanno parte non solo gli imprenditori, ma anche “il professionista che fa da prestanome, …tecnici, commercialisti, avvocati, politici”. A Napoli ci sono due camorre, spiegò il magistrato: quella di città, “simile al gangsterismo urbano e quella della provincia, che invece è come la mafia. E come la mafia, ha scelto la strategia della sommersione.”.(CdM, 18 /10/ ’07) In realtà, già nel secondo Ottocento la camorra del Vesuviano e del Nolano nuotava “sommersa”: tanto “sommersa” da sfuggire all’attenzione anche degli storici di professione che pure hanno dedicato migliaia di pagine alla camorra del sec. XIX. Nel 2009 Amato Lamberti scrisse che la “camorra liquida” permea ormai quasi tutta la trama del tessuto sociale e fornisce, “ a richiesta, servizi per individui, amministrazioni pubbliche, imprese produttive, mercati territoriali, sia di carattere illegale( sostanze stupefacenti, usura, gioco d’azzardo), sia di carattere legale, ma a condizioni illegali ( smaltimento illegale dei rifiuti, costruzioni abusive, false fatturazioni, truffe all’Inps, all’ Aima, agli incentivi della Comunità Europea”, contrabbando, falsificazione delle “griffes”. Amato Lamberti esortava a riflettere sulla consistenza dei gruppi sociali coinvolti in questo mercato.

C’era il rischio che cittadini e perfino pezzi di istituzioni si rivolgessero alla camorra per risolvere i problemi connessi al disordine sociale che la camorra stessa aveva generato.( CdM, 25/06/09). Insomma, non si poteva escludere che l’attività della camorra “imprenditrice” venisse, di fatto, nel giudizio dell’opinione pubblica, legalizzata.

Nel 1998, dopo la tragica alluvione di Sarno e di Quindici, il dott. Paolo Mancuso, magistrato, scrisse d’essere rimasto sconcertato nel sentir dire da qualcuno che era meglio “intervenire con immediatezza”, anche a costo di rivolgersi a personaggi e a strutture della criminalità organizzata. Dire cose di questo genere, commentò il dott. Mancuso, significa che “ abbiamo, tutti, già perso…Significa che ancora pensiamo che esista una camorra che possa, se regolarmente utilizzata e ricompensata, assicurare un qualsiasi regolare servizio e non strumentalizzarlo per il raggiungimento dei suoi fini di profitto e di egemonia. Significa che riteniamo accettabile la legittimazione, in nome dell’emergenza, di una camorra che si proponga come portatrice di salvezza e di efficienza…”( la Repubblica, 5/6/ 1998).

Questa camorra “liquida”, alleata della burocrazia, sarà ancora più difficile da sconfiggere, perché pare che nessuno voglia farle una guerra vera. Sulla guerra “finta” al mercato illegale degli appalti pubblici il prof. Vincenzo Spagnuolo Vigorita ha scritto, poche settimane fa, un luminoso articolo, “Il coro stonato dell’anticorruzione”: “ I vertici della burocrazia, di certe magistrature, dei centri di “controllo, di pressione politica sono sempre gli stessi da decenni, intoccabili… Il dogma assoluto è l’esecuzione dell’opera per (il preteso) pubblico interesse. . Non si annullano neanche gli appalti comprati e venduti, neanche con la confessione dei colpevoli o le solide indagini giudiziarie. Si ignora ciecamente la norma fondamentale del codice civile per cui è nullo il contratto ( nella specie, di appalto), se ne è nulla la causa o la motivazione comune. E quale più oscena causa può darsi che la compravendita degli appalti? ”.(la Repubblica,12/4/’15).

E i politici? Molti politici, di ogni livello, sono ormai ridotti a far da controfigura e da prestanome: sono come quei sintetici colpi di pennello in forma di corpo umano che nei quadri di paesaggio servono solo a dare l’idea delle proporzioni, e che si chiamano “macchiette”.

LA STORIA MAGRA

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