La guerra al demonio nel culto della Madonna dell’ Arco: tarantolati,...

La guerra al demonio nel culto della Madonna dell’ Arco: tarantolati, esorcismi, ossessi

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Santuario di Madonna dell' Arco, tavoletta votiva, sec.XVIII"

 

Le forme della religiosità popolare. Il “tarantolismo” vesuviano e il santuario di Madonna dell’ Arco. Le tavolette votive degli ossessi esorcizzati. Lo strano caso di Giovanni Vassallo, sacerdote napoletano, esorcista e “mago”.

 

I riti del lunedì in albis e i cortei dei fujenti aprono, nel Vesuviano e nella Campania Felice, una lunga stagione della religiosità popolare che si conclude alla fine dell’estate, dopo che sono state festeggiate la gloria delle Madonne Nere – la Madonna dell’ Arco, la Madonna di Castello a Somma, la Madonna del Carmine, la Madonna di Montevergine – e la potenza di San Michele Arcangelo, del San Michele Arcangelo di Ottaviano, baluardo contro l’insidia del fuoco del Vesuvio. Durante questa stagione, se avessimo lo “sguardo” addestrato e ispirato del mio amico Gennaro Barbato, principe degli esploratori dei siti archeologici nel nostro territorio, vedremmo uscire dalla terra e dai boschi i fantasmi degli dei pagani che si sono convertiti al Cristianesimo cambiando nome e che al Cristianesimo e alla religiosità popolare hanno prestato riti, simboli e cerimonie. Iside egizia, venerata a Pompei, era patrona dei marinai e durante la processione che si svolgeva in suo onore gli “iniziati” portavano, in alto sulle loro teste, modelli preziosi di barche: e modelli di barche portavano, e portano ancora, al santuario di Madonna dell’ Arco i fujenti di Barra e di San Giovanni a Teduccio.

La tavoletta votiva che accompagna il titolo e che appartiene al patrimonio del santuario di Madonna dell’ Arco (  inv. n. 3324) è un olio su tela di cm. 48x 36, del sec.XVIII.   Il danzatore, che ha camicia e spada ornate di rosse strisce di canapa annodate “ a farfalla”, è un tarantolato che ha ottenuto la guarigione dalla Madonna dell’ Arco: egli non si è fidato delle chiacchiere degli stregoni e dei guaritori, non ha creduto  che il copioso sudore provocato dalla sfrenata tarantella bastasse a  liberarlo dal veleno e dalla frenesia. Non è questo il momento per discorrere del tarantolismo che di solito viene collegato alla cultura pugliese. Ricordiamo solo ciò che scrisse Ernesto De Martino: “ l’essere morso dalla tarantola è soltanto un’ immaginazione o anche una esperienza allucinatoria che dà orizzonte e figura ad una crisi di carattere nettamente psichico. Al tarantolismo pugliese – che sopravvive in forma cristianizzata nella festa di San Paolo a Galatina – fanno riscontro numerosi paralleli storico – religiosi, specialmente nel magismo di tipo sciamanistico”, anche in quello dei “paesi islamici dell’ Africa mediterranea”.

Nella prima metà dell’ Ottocento Salvatore De Renzi, grande medico napoletano e illuminato studioso di antropologia medica, osservò  che fenomeni simili a quelli del tarantolismo ( o tarantismo) pugliese venivano prodotti,  in provincia di Napoli, dal morso della vipera. In un saggio del 1858 Enrico Cossovich collegò proprio alla festa del lunedì in albis a Madonna dell’ Arco la danza che i napoletani chiamano “tarantella”, dal nome del ragno velenoso, la tarantola, la cui “morsicatura si dice che imprima al paziente una così fatta sensazione che l’obbliga, suo malgrado, a ballare con strani movimenti e contorsioni.”. La “tarantella” del lunedì in albis a Madonna dell’ Arco  è ormai solo un ballo di “amoroso significato”, una “danza voluttuosa”: ma Cossovich condivide la tesi di Emanuele Bidera che alle radici della “tarantella” c’è la “sicinnide”, una frenetica danza pagana legata ai culti misterici di Dioniso e di Cibele e al culto fallico di Priapo.

Nella tavoletta pubblicata in appendice ( inv. 1313), – una tempera magra su tavola, di cm. 47 x 28,5 del sec.XVII –  tre padri domenicani esorcizzano un’indemoniata. Uno di essi pronuncia le formule rituali soffiando sulla bocca della donna, un altro  cinge il collo di lei con una stola e con la mano ordina al demonio di uscire dal corpo della infelice, sostenuta da due donne, sotto lo sguardo attento del terzo domenicano: gli spiriti maligni, sconfitti, escono dalla bocca dell’ ossessa sotto forma di pipistrelli, che l’arcangelo Gabriele, armato di spada,  insegue in volo.  A sinistra in alto c’è la Madonna dell’ Arco, al centro un angelo dà da bere a Gesù nell’orto di Getsemani, a destra c’è San Francesco. In un territorio prossimo alle paludi di Volla – le paludi erano il “luogo” demoniaco per eccellenza – e dominato dal Vesuvio, che alcuni teologi consideravano una porta dell’ Inferno,  il fenomeno dell’ ossessione era molto più diffuso di quanto si pensi. Il ruolo dell’esorcista fu difficile e per certi aspetti pericoloso, essendo esposto ai sospetti delle pratiche magiche. Pasquale Lopez ci racconta la storia di un sacerdote, Giovanni Vassallo, il quale nel 1697 esorcizza una donna “affatturata e spiritata”. Egli “leggendo un libro faceva salire gli spiriti a lingua, li comandava e li faceva scendere abbasso”, poi faceva il segno di croce sul corpo della donna e di tanto in tanto “ le soffiava sopra”. E fin qui era solo esorcismo autorizzato. Ma il Vassallo, raccontò la “spiritata”,  ordinava alla donna di mangiare “certe ostie scritte”, le ungeva le spalle dolenti con una miscela di acqua santa benedetta e di olio di ruta, “ e di detta acqua mi lavava la faccia e la beveva”.  “ E qui – scrive Lopez – il  Vassallo ci sembra guaritore e “magaro” a un tempo”.

Il Vassallo, che possedeva anche libri “particolari”, venne condannato a cinque anni di carcere. L’anno dopo, il carcere gli venne commutato in esilio da Napoli. Lo mandarono a Capodimonte, che allora era un “pago”, un villaggio fuori le mura di Napoli: e così la lettera del decreto veniva rispettata. Nel 1699  questo strano esilio gli venne condonato. Si avvicinavano tempi nuovi.

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