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La rivolta di Barcellona e della Catalogna parte anche dalla cucina. Le “ricette immorali” di Vàzquez Montalbàn.

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Il dittatore Francisco Franco dispose che tutti i ricettari di cucina venissero scritti solo in castigliano e parlassero di piatti “spagnoli” e in nessun caso di piatti “regionali”. L’identità catalana segna sia la letteratura che le arti figurative. Il “modernismo catalano”. Pepe Carvalho, il personaggio di Vàzquez Montalbàn, ha anche il compito di “urtare” il conformismo e il perbenismo che 35 anni di “franchismo” lasciarono  in eredità alla società spagnola.

 

La Spagna, dicono gli storici, nasce con una doppia “anima”, la castigliana e la catalano- aragonese. Queste due “anime” hanno cercato di incontrarsi negli spazi della sensibilità religiosa, ma sono state sempre gelose della loro identità: un’identità nitida, che ha espresso la sua vitalità non solo nelle forme della politica e dell’organizzazione sociale, ma anche nella letteratura e nelle arti figurative. All’inizio del sec.XX  il movimento artistico che va sotto il nome di “modernismo catalano” ispirò, attraverso le architetture di Antoni Gaudi e la pittura di Ramon Casas, una  interpretazione originale del “Liberty”: la stampa madrilena osservò e giudicò il movimento con manifesto sospetto, vedendovi un chiaro segnale del fatto che si stava risvegliando la vocazione della Catalogna all’autonomia. Ed era un’analisi esatta, come tenteremo di spiegare in un prossimo articolo su Gaudi e sullo splendido quadro “La carica” che Ramon Casas dedicò ai moti di Barcellona del 1902: i catalani scesero in piazza per protestare vigorosamente contro i clan politici di Madrid che gestivano tutto il potere. In quegli anni anche la cucina divenne un “luogo” destinato a raccontare e a tutelare l’identità della Catalogna: questo fu l’obiettivo di alcuni scrittori di gastronomia, soprattutto di Ferrara Agullò e di Ignasi Domènecq, il quale nel 1924 pubblicò la “Teca” (v.foto), una raccolta di ricette semplici adatte alla cucina delle classi popolari. La dittatura franchista (1939-1975) represse, ad ogni livello, i regionalismi e le spinte autonomistiche: Madrid divenne il centro di tutto, e a Barcellona fu consentito di essere antagonista della capitale solo sui campi di calcio: perciò Vàzquez Montalbàn scrisse che “il Barcellona è l’esercito disarmato della Catalogna”. Francisco Franco tolse la libertà anche ai forni e ai fornelli e mise al bando i ricettari regionali: gli scrittori di gastronomia potevano scrivere solo in lingua castigliana, e solo di “cucina spagnola”.

I regionalismi ripresero fiato dopo la morte di Franco, e più intensamente a partire dalla metà degli anni ’80, quando in Spagna e nel resto dell’Europa gli strateghi della prima fase della globalizzazione crearono il mito dei “sapori di una volta” e illusero la classe media, abituata ad alimentarsi con cibi surgelati e precotti, che ogni tanto fosse possibile trovare quegli antichi sapori, e a prezzi modici, nelle trattorie e nelle osterie “fuori porta”. Manuel Vàzquez Montalbàn affidò a Pepe Carvalho, lo straordinario protagonista dei suoi “gialli”, anche il compito di combattere contro due veleni “franchisti”, il conformismo e il perbenismo, che hanno intossicato a lungo, e forse ancora intossicano, la società spagnola. Pepe abita a Barcellona, è stato comunista, ha combattuto contro Franco, fa l’investigatore privato, è fidanzato con Charo, che di mestiere fa la prostituta, brucia ogni giorno qualche libro, poiché i libri della sua ricca biblioteca nulla gli hanno insegnato, mangia solo piatti della cucina catalana classica, piatti pesanti e complicati. Nel 1988 Vàzquez Montalbàn condensò la sua polemica ironia contro “il conservatorismo morale dominante”, contro la “nuova galoppante moralizzazione” nel libro “Le ricette immorali”. L’idea di base è originale. Ogni piatto si collega o a una pratica erotica, o a un certo tipo di partner, che può essere un commesso viaggiatore, un ricco e ipocrita borghese, una giovane inglese dalle natiche ben disegnate, una splendida orientale dal seno imperioso. Nell’introduzione lo scrittore si dichiara convinto del fatto che la morale non è un valore assoluto, ma relativo, e “che, di conseguenza, anche essa è immorale”: “ognuna di queste ricette è una scommessa su un’altra morale possibile, su una morale edonista alla portata di coloro che credono in una felicità immediata, basata sull’uso e persino sull’abuso di saggezze innocenti: saper mangiare, saper cucinare, cercare di imparare ad amare.”.

Sotto l’ironia di questo libro “leggero” c’è la disillusione del grande scrittore, costretto ad ammettere che nella sua Spagna anche la democrazia post-franchista non è capace non di risolvere, ma nemmeno di affrontare seriamente la questione delle autonomie regionali. Questa disillusione si incrociava in lui con il timore, prossimo a diventare certezza,  che la civiltà dell’Occidente si fosse ormai avviata verso il tramonto.

Sembrava all’amara ironia dello scrittore che la sensualità delle coppie stabili e dei coniugi “molto convenzionali” fosse un esercizio “eccezionalmente ludico” da praticare nei giorni di festa: e perciò egli lo associava ai dessert.  I dessert sono l’ultima spiaggia per le coppie dalla morale irreprensibile che non trovano più stimolo alcuno nei film a luci rosse: questi film ormai si possono vedere a qualsiasi ora, e su ogni canale televisivo, e dunque hanno perso del tutto la capacità di stimolare, non hanno più il loro “essenziale sapore di frutto di celluloide proibito.” A queste coppie dalla morale irreprensibile lo scrittore consiglia un dessert di banane flambées, perché nelle banane “ il rapporto tra significante e significato, tra contenitore e contenuto, è direttamente referenziale. Nove mariti su dieci a cui l’onesta moglie ha offerto” un tale dessert “hanno colto una diretta provocazione sessuale.”.

E’ probabile che Vàzquez Montalbàn abbia incominciato a sospettare che i progetti delle autonomie in Spagna e nel resto d’Europa venissero strumentalizzati dal nuovo modello di capitalismo che non aveva, e non ha,  rispetto alcuno né per le identità dei popoli, né per i valori delle persone, ma si preoccupava, e si preoccupa, solo di costruire i mercati del lavoro più convenienti per le banche e per le imprese