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La scienza del miracolo

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Gli esperimenti scientifici dietro il miracolo più amato dai Napoletani

Chi è napoletano lo sa. Oggi, 19 dicembre, si aspetta il famoso “miracolo di San Gennaro”. Un evento che a dirla tutta la Chiesa non chiama miracolo, ma prodigio. Un “prodigio” che ha del miracoloso o una “magia” degna di un alchimista, di un chimico molto fine?

Per iniziare a raccontare la storia della scienza dietro al miracolo di San Gennaro, dobbiamo partire dal principio.

Il 19 settembre del 305, Gennaro, che all’epoca era il Vescovo di Benevento e poi diventerà il Santo Patrono della città partenopea, fu decapitato alle pendici della Solfatara. Una pena inflittagli nel contesto storico delle persecuzioni dell’Imperatore Diocleziano. Così a soli 35 anni, Gennaro venne decapitato. Si narra che a quel truce martirio, era presente una donna di nome Eusebia che raccolse il sangue del Santo e lo ripose in due ampolle, conservandole con cura come reliquie del Santo.

Ma è solo oltre 1000 anni dopo la morte del Santo, il 17 agosto del 1389, che viene attestato per la prima volta il “miracolo”: la liquefazione del sangue. Solo un centinaio di anni prima che le ampolle venissero traferite nella loro sistemazione definitiva: il Duomo di Napoli.

Così dal lontano 1389, le ampolle vengono esposte tre volte l’anno (tra cui appunto il 19 settembre) alla venerazione dei fedeli, che aspettano la liquefazione del sangue, considerata portatrice di buoni auspici per la città.

Ma tutti sappiamo che il sangue lasciato all’aria o anche dentro un’ampolla si asciuga, si secca. E non ritorna liquido. Ma allora com’è possibile che avvenga quello che Chiesa chiama “prodigio”? Ci può essere una spiegazione o è un miracolo?

Nel corso dei secoli diversi scienziati si sono occupati del fenomeno, concentrandosi su due aspetti: 1- il liquido all’interno dell’ampolla è davvero sangue?; 2- come fa questa sostanza a cambiare il suo stato da solido a liquido e viceversa in modo apparentemente semplice?

Per rispondere a queste domande, nel 1890, lo scienziato napoletano Albini tentò di riprodurre il fluido contenuto nelle ampolle. E mise a punto una “ricetta” a base di due misture: una di cacao in polvere e zucchero e un’altra di caseina e sale in siero di latte.

Effettivamente, le due sostanze mescolate insieme formano una sottile crosta superficiale, abbastanza solida da funzionare come una specie di tappo che trattiene la parte liquida sottostante, facendola restare immobile, così da sembrare solida. Ma agitando il composto, la crosta si rompe, le due misture si mescolano e il “sangue” torna liquido. Ma, nel 1389, anno in cui per la prima volta si ha notizia del miracolo, il cacao in polvere non era conosciuto a Napoli. L’ipotesi perciò sarebbe da scartare.

Sempre per scoprire cosa si nasconde dentro l’ampolla sacra, nel 1902 e poi nel 1989, sono state eseguite delle analisi spettroscopiche. Analisi che hanno rivelato che il fluido contenuto nell’ampolla presenta le bande di assorbimento della luce tipiche dell’emoglobina: la proteina dei globuli rossi che serve per legare l’ossigeno. Bingo! O forse no? In realtà questi studi non sono mai stati pubblicati su riviste scientifiche e gli stessi autori dello studio hanno ammesso che le linee di assorbimento della luce osservate potrebbero essere relative anche ad altri pigmenti rossi, che possono essere confusi con l’emoglobina. Insomma ancora una volta niente di fatto.

Un’altra possibilità è che il sangue nelle ampolle sia in realtà una sostanza con basso punto di fusione, che diventi solida quando conservata in un posto fresco (ad esempio nella nicchia dove abitualmente si trova) e liquida quando portata vicino a fonti di calore, vicino all’altare, in mezzo alla folla di fedeli e in prossimità di candele accese.

Infine, l’ultima ipotesi scientifica per spiegare il miracolo del Santo partenopeo, è comparsa in un articolo pubblicato su Nature nel 1991. In questo studio, i chimici Luigi Garlaschelli, Franco Ramaccini e Sergio Della Sala del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale) hanno dimostrato di avere ottenuto una sostanza dal colore sanguigno, che si comporta come il liquido contenuto nelle ampolle sacre, utilizzando tre elementi molto semplici: molisite (un minerale che in natura si trova presso i vulcani attivi), sale da cucina e carbonato di calcio.

Tutte sostanze che all’epoca potevano essere facilmente in possesso di qualsiasi alchimista napoletano. Il carbonato di calcio CaCO3 è infatti ottenibile da pietre calcaree come il marmo, da gusci di uova o da conchiglie. E, cosa più interessante e significativa, la sola fonte di cloruro ferrico FeCl3 (che dà il colore rosso) conosciuta all’epoca era la molisite: lo stesso minerale usato dal team del CICAP e facilmente rinvenibile sul Vesuvio.

Questa sostanza così creata avrebbe proprietà tissotropiche, ovvero la capacità di passare dallo stato solido a quello liquido se agitata, sottoposta a vibrazioni e microurti. Per poi tornare allo stato solido se lasciata nuovamente a riposo.

Esattamente quello che sembra accadere alla reliquia, che passa allo stato liquido quando l’ampolla che la contiene viene manipolata. Anche se, come replicano i fedeli, in diverse occasioni, nonostante l’attesa e le manipolazioni, il sangue non si è sciolto.

E allora, tissotropia o miracolo? La risposta definitiva potrebbe arrivare solo da un’analisi accurata del contenuto dell’ampolla. Fino ad allora la fortuna della città partenopea sarà affidata al miracolo del Santo, che come ogni miracolo che si rispetti, rifugge la spiegazione scientifica.