Home La natura nel golfo La storia di Elica ha ancora tanto da insegnarci

La storia di Elica ha ancora tanto da insegnarci

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Storia di un mare in sofferenza

 

Aveva rischiato già una volta la vita. Mesi fa, quando fu recuperata sulle coste campane e portata al centro di recupero della Stazione Zoologica Anthon Dorn. Un brutto incidente, dal quale, però, la Caretta caretta si era ristabilita completamente grazie alle cure attente e amorevoli del personale specializzato. Tanto da poter finalmente riguadagnare la libertà e ritornare in mare. Nel suo mare.

Elica, questo il suo nome, è stata liberata il 21 settembre tra Castelvorturno e Mondragone, insieme a Jack Sparrow, Nazzarena, Venere, Geltrude e altre tre compagne di disavventure. Una giornata speciale, all’insegna della biodiversità, che rimarrà impressa per sempre nella mente dei tanti bambini delle scuole che vi hanno partecipato.

La ritrovata libertà di Elica, però, è durata pochissimo. Solo tre giorni dopo, il 24 settembre, è stata trovata nuovamente spiaggiata. Stavolta purtroppo già senza vita. Nessuna ferita evidente, ma probabilmente, nel profondo delle acque del golfo, sarà rimasta impigliata in qualche rete da pesca mentre era a caccia di meduse. E lì, ancora una volta per mano dell’uomo, ha trovato la morte. Per affogamento.

Proprio come noi, infatti, anche le tartarughe marine hanno i polmoni, e devono quindi risalire a galla per respirare prima di immergersi nuovamente.

È triste che la vita di un gigante del mare, di un “dinosauro” marino, una creatura così elegante e al tempo stesso indifesa, si debba interrompere per mano dell’uomo. Ma, cosa ancora più triste è che la storia di Elica purtroppo non è un evento isolato. Questa primavera parecchie Caretta caretta si sono spiaggiate senza vita sui litorali campani. Impatti con imbarcazioni, ami e lenze nello stomaco, o annegamento per le reti sono le cause più frequenti.

Una notizia che fa ancora più male se si pensa che negli stessi giorni, sulla rivista scientifica Science Advance, usciva un articolo a firma di Antonio Mazaris sul ruolo fondamentale che gli istituti come il Centro Ricerche Tartarughe Marine della SZN di Portici rivestono a livello globale per la conservazione delle tartarughe marine.

“Una storia di successo globale” come cita l’articolo che ha analizzato il trend demografico di sette specie di tartarughe marine dagli anni ’50. Una storia che ci dice chiaro e forte che questi sforzi sono necessari e soprattutto hanno risultati concreti, se paragonate ad altri programmi di conservazione applicati per altre specie di vertebrati.

Questi rettili marini a rischio di estinzione, grazie ai programmi di conservazione intrapresi in tutto il mondo e al coinvolgimento delle persone che vivono nei luoghi di nidificazione di queste specie, hanno cominciato a crescere di nuovo di numero. Anche se, ribadisce lo studio, “emerge la necessità di informazioni più aggiornate e continue sui siti di nidificazione, sui luoghi di alimentazione e sulle aree più frequentate”.

Informazioni preziose, che si possono ricavare però grazie all’applicazione di trasmittenti Gps/Gsm sul carapace delle tartarughe e che restituiscono dati sui movimenti e sul comportamento di questi rettili. Proprio come è stato fatto per una delle otto Caretta caretta liberate tra Mondragone e Castelvolturno.

Ma oltre agli sforzi di enti, associazioni e istituzioni, all’uso delle migliori tecnologie a disposizione della scienza, serve il coinvolgimento della popolazione. Non solo gli abitanti delle zone costiere dove la Caretta caretta sceglie di nidificare, come il Cilento o il Casertano nella nostra Campania. Serve una maggiore consapevolezza da parte di tutti. Dei pescatori “della domenica” per non lasciare ami e lenze in giro per il mare, dei diportisti per non impattare con le tartarughe che risalgono in superficie per respirare. Ma soprattutto di chi è pescatore di professione, che dovrebbe mettere in atto misure di salvaguardia del patrimonio marino per non far si che il mare diventi un deserto. E sarebbe auspicabile anche una maggiore consapevolezza da parte dei consumatori. Perché scegliere prodotti ittici non significa solo pensare al gusto e alla freschezza del prodotto che si compra, ma significa anche pensare al metodo con cui quel prodotto arriva in tavola. E quindi ai metodi di pesca e alla chiarezza delle etichette.

Secondo i dati ufficiali di Fao e MedReAct, il 96% degli stock ittici dell’UE nel Mediterraneo è troppo sfruttato, e la pressione  supera fino a nove volte il rendimento massimo sostenibile (ovvero numero di catture possibili  senza compromettere la sopravvivenza della specie). Le specie che hanno superato la soglia di sostenibilità sono quelle più commerciali, come sardine, acciughe, merluzzo, triglia e gamberi. Secondo l’UE, ad esempio, si dovrebbe ridurre la pesca del merluzzo del 90% e quella delle triglie del 76%. E nel resto dei mari le cose non sono migliori.

Dati allarmanti soprattutto se si pensa agli stock ittici non denunciati, alla pesca illegale, alle tonnellate di pesce scartato perché non richiesto dai consumatori che vengono regolarmente rigettate in mare ormai senza vita, o peggio inscatolate sotto falso nome e rivendute per altre specie, come hanno denunciato alcune inchieste. I dati sulla diminuzione del pescato a causa della pesca eccessiva potrebbero quindi essere ben peggiori di quanto emerso finora.

Non basta più conoscere il luogo di provenienza del pescato, dovremmo conoscere l’abbondanza delle diverse specie nei nostri mari, i periodi in cui sarebbe meglio sospendere la pesca, e soprattutto i metodi con cui viene pescato il pesce. Ci vorrebbero maggiori controlli e un maggior rispetto per il mare. Così come pretendiamo di sapere cosa c’è in una bevanda, o dove, con che metodo e con quali pesticidi è stato coltivato il pomodoro che arriva in tavola, altrettanto dovremmo prendere per il cibo che viene dal mare.

Perché è evidente che ad oggi, le misure e le leggi in vigore non bastano. Il mare sta inviando i suoi segnali di sofferenza, e sta a noi proteggerlo e consegnarlo ai nostri nipoti in uno stato in cui si possa ancora chiamare “mare” e non “deserto blu”.