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L’albicocca vesuviana, “‘a crisommola”, ha molti nomi: ma “ dint’’a pellecchiella ce sta ‘a cannella”.

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Era questa la “voce” dei contadini vesuviani che “scendevano” a Napoli a vendere “le spaselle” piene di “crisommole”. Le ragioni che nell’Ottocento segnarono il trionfo dell’albicocca vesuviana: perché alle signore veniva consigliato dai medici di mangiare albicocche. Le numerose varietà del frutto, e i pregi della “pellecchiella”.

 

Alla storia dell’albicocca vesuviana Carmine Cimmino ha dedicato una plaquette – testo e immagini- che verrà pubblicata in autunno come e-book all’interno del nostro sito “Le vie del gusto”. Il libro, di cui in quest’articolo riferiremo qualche passaggio importante, è il risultato delle ricerche condotte sulle riviste di agraria dell’Ottocento e sui testi della storia dell’alimentazione: sul tema specifico dell’albicocca vesuviana Cimmino considera puntuali e significative le pagine che il prof. Silvestro Sannino ha dedicato alla “crisommola” – il frutto d’oro – nel suo splendido libro “Civiltà agricola vesuviana”. L’albicocca si coltivava dovunque: i documenti del primo Ottocento citano, tra le albicocche prodotte in Italia, anche un’albicocca del Portogallo e un’albicocca di Germania, che però spesso – avverte l’autore dell’articolo, che è del 1838,- risultava assai “amara”. Ma proprio in quegli anni incominciava la marcia trionfale dell’albicocca vesuviana: i napoletani di ogni livello sociale ne avevano riconosciuto il primato, e per il sapore particolarissimo, e per il profumo. Cimmino racconta come contribuirono al successo dell’albicocca vesuviana i signori di città padroni delle masserie che circondavano il vulcano.  Nella seconda metà dell’Ottocento, quando Artusi incominciò a unificare l’Italia nel segno dell’arte della cucina, le “confetture” e la “gelatina” di albicocche occuparono un posto di rilievo nel menù quotidiano dei borghesi, anche a Napoli: e, anche in questo campo, le “crisommole” del Vesuvio confermarono di non avere rivali. Al successo del frutto vesuviano contribuì anche la scienza medica: era opinione diffusa, tra i sanitari comunali e tra i professori universitari, che l’albicocca apportasse benefici a chi soffriva di debolezza di vista, di infezioni al sangue, e di stitichezza: in una rivista medica bolognese – l’articolo è del settembre 1880 – l’uso dell’albicocca come lassativo veniva consigliato soprattutto alle “signore”, forse per la delicatezza della sua azione specifica. Insomma, si dava ragione a Salvatore De Renzi, uno dei più grandi medici napoletani del primo Ottocento, il quale aveva sentenziato che anche un consumo elevato di albicocche non produceva gli effetti disdicevoli, “sconcerti viscerali e congestioni sanguigne e seriose dell’addome”, di cui erano colpevoli, negli eccessi, tutti gli altri frutti e gli ortaggi.

Alla fine dell’Ottocento Oreste Bordiga e  Salvatore Carotenuto confermarono ciò che per anni avevano scritto gli esperti dell’Istituto Agrario di Portici, che le albicocche vesuviane si vendevano nei mercati di Napoli “a vil prezzo”, e perciò occupavano – lo avevano occupato fino dai tempi di Masaniello – un posto importante nell’alimentazione dell’”infima classe”, e che nella stagione propizia ogni giorno arrivavano in città, dagli orti vesuviani, decine di contadini che “si piazzavano” agli angoli delle strade con le loro “spaselle” piene di “crisommole” e invitavano all’acquisto i passanti con il caratteristico richiamo. “so’ cu’ ‘ a cannella dinto”: dentro hanno la cannella, sono dolcissime. Negli orti vesuviani l’albicocco veniva consociato ad altri alberi da frutta, e anche alla vite, perché molti viticultori credevano che la contiguità favorisse la trasmissione dei profumi dal frutto ai grappoli d’uva. La coltivazione divenne più intensa e più sistematica a partire dagli anni’50 dell’Ottocento, quando la viticultura vesuviana venne prostrata dalla peronospora, dalla fillossera e dall’oidio: tra Somma e Sant’ Anastasia i proprietari terrieri  piantarono, al posto dei vigneti, estesi albicoccheti di “crisommole amennolelle, spaccarielle, alessandrine, gelsomine, lugliesi e peres”: il meticoloso elenco è di Ruggero Arcuri, che visitò i luoghi nel 1880. A quella data i documenti indicano come “grossisti” di albicocche Luigi Sodano e Antonio Sersale di Sant’ Anastasia: pare evidente che i numerosi produttori sommesi preferivano essere venditori in proprio.

Grande è il numero delle varietà delle albicocche: nei primi anni del ‘900 Luigi Savastano e Salvatore Carotenuto, esperti dell’Istituto Agrario di Portici, lo spiegano con l’inclinazione a sperimentare degli agricoltori vesuviani, con gli effetti delle devastanti eruzioni e con le due “epidemie di marciume” che nel 1850-53 e nel 1865- 1870 avevano distrutto le piantagioni di albicocchi producendo, attraverso la germinazione dei semi, nuove varietà. Lungo è l’elenco delle varietà messo a punto da Silvestro Sannino: all’inizio del secolo XX, meraviglia, abbate, prete, monaco, voccuccia, cerasiella, gargiulo, spadaccina ed altre; poi, a partire dal primo dopoguerra, la cardinale, la vollese, la ceccona, l’acqua di serino, la portici, la vitillo. E infine la mitica pellecchiella, che, scrive il Sannino, è “originaria di Portici, dove la sig.ra Fortuna Miniero la ricorda almeno dal 1930…polpa soda, consistente, color arancione, zuccherina, molto profumata, aromatica, mediamente succosa, saporosa…Tende ad essere la cultivar più diffusa dell’area vesuviana; notevole, per l’aspetto tecnico e la qualità, la produzione dell’alto colle sommese, ove Mario Angrisano e altri hanno saputo esprimere livelli di assoluta eccellenza, grazie anche alla difesa contro la grandine con reti”.

Quadro: J.B.S. Chardin, Vaso di vetro con albicocche.”