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Le “curiosità” agricole del Vallo di Lauro nel secondo Ottocento: la ciliegia tondella, la nocciola “‘ntrita”, l’oliva “raccioppella”

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Per la Festa dell’Agricoltura e dell’Artigianato che si tiene a Lauro fino a domenica ricordiamo alcuni prodotti particolari delle terre del Vallo e le tecniche di lavorazione e le “figure” sociali che essi ispirarono.

 

I cronisti dell’ultimo Settecento e dell’Ottocento sono concordi: il Vallo di Lauro produceva tutto il repertorio dell’agricoltura territoriale: perché il suolo era un mosaico di elementi, tra i quali non mancavano la cenere e il lapillo del Vesuvio, e per l’abbondanza dell’acqua, e per la struttura delle proprietà, che non conosceva il latifondo. Ma dalle carte d’archivio emergono interessanti “curiosità”, di cui parleremo più ampiamente a Lauro, sabato mattina, in un incontro previsto dal calendario della Festa dell’Agricoltura.

Prima di tutto, le ciliegie. Scrive il prof. Moschiano che nel 1861 il sindaco di Taurano, Domenico Ferraro, chiede l’intervento delle truppe “piemontesi” contro i briganti delle bande Gravina e La Gala che “opprimono” i proprietari del territorio, e pretendono di incassare, al loro posto, i proventi della vendita di “cireggie, fave e altri frutti”. La minaccia è sempre la stessa, è un leit- motiv, un “latuorno” del dibattito politico negli anni del brigantaggio: se l’esercito non interviene, i “proprietari” non potranno pagare la fondiaria. I ciliegi venivano usati nel Vallo come perni del sistema di sostegno dei tralci delle viti: si credeva, inoltre, che attraverso la misteriosa chimica delle zolle la dolcezza della “cerasa” si potesse trasmettere all’uva. Nel 1894 Giovanni Ferrante di Domicella, Antonio Ferraro di Taurano, che era forse parente del sindaco di cui prima si parlava, e Nicola Fiore di Moschiano forniscono sei “carri” di ciliegie a due “industrianti” di Marigliano, Filippo Montella e Salvatore Rega, che da qualche anno stanno sperimentando tecniche nuove per la conservazione sotto spirito delle ciliegie e dell’uva zibibbo. La loro “industria” è forse strettamente collegata a quella della distillazione dell’alcool di cui, già negli ultimi anni dei Borbone, Marigliano è un centro importante, come dimostrano le 15 “officine” censite nel 1858. Non bisogna dimenticare, inoltre, che il legno di ciliegio veniva lavorato con grande abilità dai falegnami di Lauro e di Marzano.

Sulla storia della secolare relazione tra gli agricoltori del Vallo e la coltivazione del nocciolo è stato detto quasi tutto. Sappiamo che le varietà di nocciola più diffuse erano la “mortarella”, la “camponica”, la “san giovanni” e, agli inizi del ‘900, anche la “cannellino”: conosciamo le tecniche che venivano adoperate per coltivarle e per essiccarle e gli usi e i costumi dei raccoglitori; sappiamo, grazie alle notizie fornite dalla “Statistica Murattiana”, che la nocciola divenne definitivamente la regina incontrastata dell’agricoltura del Vallo proprio tra la fine del ‘700 e i primi anni dell’’800. Sappiamo anche che la coltivazione della “mortarella” e della “camponica” modificò la struttura della società contadina, influì sull’alimentazione, contribuì alla diffusione rapida e intensa di nuove “figure” professionali: il sensale e il trasportatore, di cui parleremo, sempre a Lauro, nella conferenza di domenica 9 ottobre. Il mercato delle nocciole divenne agitato quando tra Pomigliano e Nola fu avviata la produzione di torrone: l’espressione “guappo delle nocelle” compare, nei primi anni del ‘900, in molti documenti di polizia. Alcuni contadini dovettero specializzarsi nel consolidamento dei ciglioni collinari su cui crescevano “ciuffi” di noccioli e nel drenaggio dei noccioleti.

Molti hanno parlato delle “antrite”, le “ntrite”, le nocciole che, sgusciate e seccate al sole, venivano disposte in filze e vendute durante le feste, civili e religiose: ma sarebbe interessante studiare il rapporto tra la simbologia complessa delle nocciole e i culti a cui gli abitanti del Vallo consacrarono le cappelle e gli edifici sacri disseminati tra i boschi e sulle alture del territorio.

E infine l’olio. Ancora nella seconda metà dell’Ottocento erano diffuse, nel Vallo, l’oliva “ravece” e l’oliva “raccioppella”, che davano un olio profumato, ma solo ad anni alterni: i produttori locali lo vendevano, a prezzi elevati, anche nei mercati napoletani: i Camaldolesi, che avevano  piantato a Visciano estesi oliveti di “raccioppella”, consigliavano l’uso di quest’olio per la conservazione degli ortaggi. Nel 1890 lo Scanni lodò la tecnica con cui i contadini di Lauro raccoglievano le olive, inarcando le dita della mano come denti di rastrello, e proponeva come esempio un’altra “pratica” che essi avevano perfezionato: versare nel frantoio “partite” di olive che avessero lo stesso grado di maturazione e la stessa “densità”, misurate, l’una e l’altra, da mani divenute, per la lunga esperienza, assai sensibili e rapidissime nella selezione. Intorno alla produzione di olio si muovevano sensali, trasportatori, costruttori di vasche e di attrezzi, agronomi esperti nella lotta alle malattie dell’ulivo.

Un’ultima curiosità. Nel 1863 Giuseppe IV Medici, principe di Ottajano, fece piantare circa duecento olivi “ravece”, provenienti dal Vallo, forse da Moschiano, a Toralto e allo Spezzato, che erano “contrade” della masseria del Mauro.

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