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Braciole di cotica “alla sarnese”: una “medicina” adatta a chi non tollera che Maradona tenga spettacolo al San Carlo…

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Il calcio è arte, è cultura, è metafora della vita (J.P. Sartre). Di questa arte Maradona è stato il Re Lear, il Faust e il Mefistofele:  l’ha detto Gianni Brera. E dunque la storia di Maradona e la storia del San Carlo sono perfettamente compatibili. La braciola di cotica omaggio alla cultura  della concretezza. 

Ingredienti ( per 5 persone): 5 rettangoli di cotica di maiale; 5 fette di prosciutto crudo;  gr. 100 di uva passa e pinoli; pane casereccio sbriciolato finemente; passato  di pomodoro e un cucchiaio di conserva di pomodoro; un bicchiere di vino rosso; una cipolla; basilico, prezzemolo, peperoncino, olio di oliva, sale. Preparate una farcia con  pane, prezzemolo, uva passa e pinoli, bagnatela con un velo d’olio, amalgamate,  distribuite l’amalgama sulla fetta di prosciutto crudo già stesa su ogni rettangolo di cotica, che arrotolerete in  un involtino. Legate  con un filo gli involtini e rosolateli nell’olio con il trito di cipolla e di peperoncino. Bagnate con il vino, aggiungete passato e conserva di pomodoro, il basilico,  un bicchiere abbondante d’acqua, la punta di sale. Fate cuocere a fuoco lento, finché le cotiche non diventino tenere al punto giusto. A tavola ogni fetta dell’involtino dovrà essere consumata  in compagnia del pane.  In cucina e a tavola abbiamo usato un  vino rosso di Castello di Palma.                                                                                                                                 Biagio Ferrara

 

Dunque, il 16 gennaio Alessandro  Siani racconterà Maradona, presente Maradona, dal palcoscenico del  San Carlo. Maradona e il San Carlo: gli intellettuali napoletani scendono in campo, chi a favore e chi contro: si spera che sia una battaglia vera, e non la sciacqua scaramuccia che è stata combattuta  intorno al “N’Albero” di De Magistris. Tra i “contro” c’è chi grida contro la profanazione del Tempio: l’antropologa Gabriella Pandolfi  teme che  ospitando l’evento con Maradona il San  Carlo perda la sua identità, si riduca a un “ non luogo”, a uno di quei posti senza storia di cui ha parlato Marc Augé( CdM, 4/01).  Mi limito a dire,  per ora, che Marc Augé non è la Bibbia e che le sue idee sui “luoghi” sono state contestate anche con asprezza: del resto, se ne applicassimo i principi con rigorosa coerenza, saremmo costretti a sospettare che la montagna di sale, l’opera d’arte di Mimmo Paladino,  abbia intaccato l’identità di Piazza Plebiscito, in cui venne installata nel 1995.

La storia del San Carlo e la storia di Diego Armando  Maradona sono perfettamente compatibili. Prima di tutto, perché il calcio è un’arte ed è un sistema culturale:  l’hanno detto Borges, Camus,  Jean Paul Sartre  — “il calcio è metafora della vita” -, Osvaldo Soriano, Eduardo Galeano, Pier Paolo Pasolini, che era tifoso del Bologna.  Pasolini sentenziò che il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. E questa sentenza potrebbe già chiudere la discussione.  Di quest’arte teatrale Diego Armando Maradona è stato il Re Lear, il Faust e il Mefistofele,  come ci spiegò Gianni Brera: “Maradona è uno sgorbio divino, magico, perverso: un jongleur di puri calli che fiammeggiano feroce poesia e stupore (è dei poeti il fin la meraviglia). Talora uno dei suoi piedi serve fulmineamente l’altro per una sorta di paradossale ispirazione atta a sorprendere: ma quando vuole, questo leggendario scorfano batte il lancio lungo che arriva, illumina, ispira: capisci allora che i ghiribizzi in loco erano puro divertissement: esibizione per i semplici. E il calcio si eleva di tre spanne agli occhi di coloro che, sapendolo vedere, lo prediligono su tutti i giochi della terra.”.

Questo “sgorbio divino” fa parte della storia di Napoli, e ha contribuito, in momenti difficili, a consolidare nei napoletani il senso dell’appartenenza, l’amore per la bandiera, la percezione dell’identità. Maradona raccontando Maradona può  indurre chi ascolta a ricordare il passato con un’intensità nuova e più commovente – la piacevole commozione della rimembranza -: e il rimembrare è musica, e quando questa esperienza coinvolge l’intero pubblico, è musica sinfonica. Tutto dipenderà dal buon gusto e dall’abilità di chi cura la regia dell’evento. Se lo spettacolo si impantana, la colpa non è di Maradona: del resto, quando una edizione del “Rigoletto” viene fischiata dal pubblico, la colpa non è di Giuseppe Verdi.

Ha ragione Vittorio Sgarbi quando propone di consacrare il 2017 alla cultura della realtà delle cose, delle persone, della Natura: non solo nell’arte, ma anche nell’economia e nella politica.  E’ necessario costruire argini contro le onde delle chiacchiere, riscoprire il valore sacro di ogni singola parola,  sgombrare gli occhi, il cuore e l’intelletto dai fumi e dalla cenere di sentimenti falsi e di pensieri artificiosi,  difendere la verità dei fatti – che esiste – dalla minaccia dei prefissi – pre-verità, post- verità meta- verità -, e dalle “bufale”:  e bisogna chiedere scusa alle bufale vere, nobili madri della mozzarella, per l’invereconda metafora che abbiamo abbinato al loro nome.

La braciola di cotica, schietta immagine, sia nel nome che nella sostanza, della realtà saporosa,  è un omaggio alla bellezza  del Concreto, ed è un augurio di abbondanza.  Mentre la gustavamo,  ho notato nelle espressioni dei commensali, e ho percepito nella mia,  il piacere dell’assaporare lento e silenzioso: e anche dopo, a pranzo finito, non abbiamo parlato di politica, ma degli ortaggi che Biagio ha deciso di seminare nel suo giardino,  delle castagne che avevano nutrito il maiale e la sua cotica, del tempo che passa, dell’amicizia che lo colora.  Tre note ancora. Questo tipo di braciola mia madre lo chiamava “alla sarnese”,  e ora dovrò capire perché;  il rosso di Castello di Palma che abbiamo bevuto ha svolto splendidamente il suo compito; e, infine, in cucina e a tavola la braciola è stata accompagnata dal pane del panificio “ Viola” di San Gennaro Ves.no: pane sapiente, di misura perfetta in tutte le virtù che deve avere un pane, e, soprattutto, nella delicatezza del profumo: insomma un pane degno della tradizione del territorio, che produsse grano di pregio e abili fornai, come raccontano i documenti d’archivio. Un racconto che merita di essere pubblicato.

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