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“Le Vie del gusto”alla “Pupatella” di Somma Vesuviana:una serata splendida, un omaggio alla eleganza vesuviana.

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Nella cena di mercoledì 11 i “piatti”, i dolci, le castagne, i vini dell’azienda “Monte Somma Vesuvio”, la magica musica di artisti ispirati hanno contribuito a creare, tra i convitati, l’armonia dell’amicizia, corrispondenze di sensibilità, un interesse comune per i temi della civiltà vesuviana. Tutto nel segno dell’eleganza e della misura. Sono questi gli obiettivi delle “Vie del gusto”.

 

L’eleganza è quella “naturale” che Gregorovius trovò nei “plebei” napoletani e vesuviani e che accendeva in lui la rimembranza di Pompei e di Ercolano. E’ l’eleganza che Melville coglieva nelle donne di Santa Lucia e del quartiere Porto che discorrevano a voce alta dalle finestre e dall’uscio dei bassi, e che sapevano dare ritmo teatrale anche alle discussioni chiassose, anche alle “vajassate”. Danno ragione a Melville i quadri in cui i pittori dell’Ottocento e del primo Novecento hanno raffigurato la plebe cittadina di Napoli e i contadini del Vesuviano. E’ l’eleganza che Paolo Monelli indicò come nota caratteristica della cucina napoletana, che è arte di aromi e di “incontri”, non di “contrasti”: è cucina della fragranza: così la battezzò Nello Oliviero.

Mercoledì sera un notevole contributo alla riflessione dei convitati oltre che alla gioia del convito è stato dato dalla “tammorra” del gruppo “O bell’o nient’”, dall’ eleganza  delle due ballerine, dalla voce di Lino Sabella, dal violino di Ferdinando De Simone e di Ondina Furnari. Un affascinante dispiegarsi di ritmi: le note ossessive e incalzanti della “taranta”, il vigore vocale di Lino che è entrato splendidamente anche nell’”anima” complicata di due canzoni classiche napoletane diverse all’apparenza, affini nella sostanza, “’O surdato ‘nnammurato” e “Tammurriata nera”, e poi il violino di Ferdinando e di Ondina che ha evocato  la malinconica leggerezza della musica composta da Nicola Piovani  per il film “La vita è bella”:  ogni momento di musica ricordava ai convitati che la cucina e l’amicizia sono armonia, che non per caso quasi tutti i grandi musicisti sono stati cuochi o esperti gastronomi. La cucina è anche pittura, diceva Giorgio Morandi, la cucina è scultura, sosteneva Picasso, la cucina è soprattutto storia, ci hanno spiegato Piero Camporesi e Massimo Montanari.

E il menù preparato dalla “Pupatella” era un capitolo di storia vesuviana. La pizza con le scarole racconta sempre di discendere dai “gatò “alle erbe che Ippolito Cavalcanti trovava già nella cucina della piccola borghesia napoletana e dalla pizza con scarole diffusa a Roma e a Napoli dalla comunità ebraica. A chi lo gusta, questo geniale “composto” ricorda ogni volta il prodigio dell’impasto che riesce a nobilitare perfino la scarola, figlia moscia dell’acqua, e a trasformare la sua punta d’amaro – un amaro scivoloso – in un tono caldo e compatto. E’il prodigio del sole di Napoli, che accende i riflessi di una vitale bellezza anche sul volto di quelle ragazze ispide e insulse che i napoletani di un tempo chiamavano proprio “scarole”. Il cuoco della “Pupatella” ha saputo manipolare l’impasto in modo da favorire la sua funzione prodigiosa: gli ha dato quella densità morbida e nello stesso tempo croccante che abbiamo percepito anche nel gustare i fiori di zucca ripieni.

E poi “’o sasiccio e i friarielli”. “’ A marenna” per eccellenza è arrivata in tavola sulla scia di un profumo che i Maestri della lingua napoletana avrebbe definito “arzente”, pensando non tanto al significato specifico, quanto all’immagine suggerita dal suono della parola, all’ “idea” di una fiamma elegante che sta per trasformarsi in luce e in calore. Diceva un “cantiniere” di Polvica che se accanto ai friarielli metti “’o sasiccio” non intero, ma aperto, spiegato, il “piatto” da maschile diventa femminile: c’erano alla radice della sua filosofia non solo l’allusione “spinta”, ma anche la giusta considerazione del fatto che “’o sasiccio” aperto comunica immediatamente alla vista e all’olfatto una nota di voluttà, di piacere sensuale. A questa nota ha mirato, simpaticamente, il cuoco della “Pupatella” e posso dire che ha centrato da Maestro il bersaglio.

Il capitolo di storia vesuviana messo in tavola dal menù si è magnificamente concluso con due protagonisti della nostra cultura: la castagna e la mela annurca. La castagna del Somma, che suscitò l’ammirazione di Della Porta e ancora alla metà del ‘900 attirava l’attenzione dell’industria dolciaria italiana, è ormai quasi solo un nome e un ricordo, e perciò sta diventando il simbolo di una crisi sociale e culturale di vaste proporzioni, aggravata dal carico delle chiacchiere e dell’ignoranza. La mela annurca si salva anche per merito di un ispirato pasticciere di Somma, Ignazio Alaia, che la tratta come ingrediente caratteristico di un tortino capace di ridurre alla resa anche splendide signore preoccupate per la “linea”: mercoledì sera guardavano i dolci schierati nel vassoio, cercavano di resistere, ma poi hanno ceduto all’avvolgente profumo, alla forma elegante del tortino, e dopo il primo morso, e l’immediato moto di compiaciuto stupore, i loro occhi già “cercavano” altri intatti tortini in attesa.

I vini dell’Azienda “Monte Somma Vesuvio” hanno creato una magnifica corrispondenza tra i piatti e la “sensibilità” dei convitati e hanno alimentato, con la loro aristocratica eleganza, quel flusso di gioia serena, di amicizia sincera e manifesta che trasforma il casuale incontro a una cena nell’emozione di un dialogo e di un confronto destinati a svilupparsi. Mercoledì sera, alla “Pupatella”, si è confermato ancora una volta il principio che la “tavola” risulta perfetta non solo per l’alta qualità del cibo e dei vini, ma anche per la capacità dei convitati di “sentire” l’amicizia. Un applauso intenso e prolungato – “’na scoccata ‘e mani”, insomma – lo merita chi lavora intorno al progetto delle “Vie del gusto”: la sfavillante Sonia Sodano, Giovanni Sodano “mago” della grafica, dell’immagine e delle diavolerie dell’informatica. E Carmela D’ Avino. La Direttrice.