L’originalità “classica” di un pittore “vesuviano”, Luigi Franzese

L’originalità “classica” di un pittore “vesuviano”, Luigi Franzese

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Nei quadri di Franzese c’è la bellezza, complessa e modernissima, che Gadamer considerava necessaria per colmare l’abisso tra ideale e reale. L’uso magistrale del colore.

Che il Vesuvio sia promotore e simbolo del caos è un principio di conoscenza che tutti sono disposti a condividere come verità che non ha bisogno di essere dimostrata. Ma Luigi Franzese possiede, saldamente, anche un’altra verità che molti ignorano, e cioè che il Vesuvio dal caos in cui la sua natura terribile ha squinternato le cose ha sempre tirato fuori un ordine nuovo, un nuovo cosmo, sociale, morale, fisico. Luigi Franzese sa, in quanto vesuviano nello spirito, e non solo all’anagrafe, che il Vesuvio è ritmo: lo è nel profilo, nella forma, nelle linee che si intrecciano intorno ai “ pieni” e ai “vuoti” della sua massa; lo è nel ruolo di simbolo, un ruolo complesso, in cui è presente anche l’idea della recita e della maschera, a partire dal primo Settecento, quando alcuni intellettuali napoletani videro il vulcano come il fondale di un palcoscenico, il Golfo, in quel mitico teatro che è Napoli.

Luigi Franzese è un pittore colto: in lui l’intuizione dell’immagine che diventerà “quadro” nasce evidentemente da una lunga riflessione. La sua forza innerva vigorosamente anche il momento del lavoro tecnico, quel fatale momento in cui il pittore è chiamato a confrontarsi con gli strumenti e con la prodigiosa potenza illusionistica della pittura, che attraverso la materia dei colori può evocare anche le forme della scultura e dell’architettura. Sappiamo che oggi i confini e le classificazioni tradizionali delle arti figurative sono stati spazzati via in nome delle avanguardie. Sappiamo che ogni cosa può diventare arte, a patto che un critico parolaio decreti che è arte e trovi in questa “cosa” artistica anche un senso, e con scrosci di chiacchiere lo spieghi, questo senso, non solo a noi, ma all’artista stesso che ascolta sorpreso e inebetito. E se anche lo volesse, l’artista inebetito non potrebbe protestare: la critica ha stabilito che una qualsiasi opera d’arte è una forma aperta, e che una volta esposta, o pubblicata, non appartiene più all’artista. Ma nell’arte di Luigi Franzese non c’è pane per questi ciarlatori.

Le opere del pittore sangiuseppese sono oggettivamente così colme di senso che a chi le guarda impongono il silenzio della contemplazione e della riflessione: si realizza così una significativa corrispondenza tra questo silenzio e quello in cui l’opera fu creata. Ovviamente anche i quadri di Franzese si aprono alle interpretazioni: ma nessun interprete può prescindere dal solido dato oggettivo, dal “fantasma” dell’intuizione che costituisce la base dell’opera ed è il fondamento del giudizio del bello. I quadri di Franzese sono belli, di quella bellezza complessa e modernissima che Ernst H. Gombrich spiegò come incremento di sensibilità e di conoscenza e che V. Kandinsky e H.G. Gadamer giudicarono una necessità ontologica, destinata a colmare “l’abisso tra ideale e reale”. In questa bellezza c’è la classicità della pittura di L. Franzese, e nella classicità ci sono le ragioni di una sfida che i suoi quadri lanciano al fruitore chiamandolo a ricostruire il viaggio che il dato oggettivo compie attraverso le emozioni dell’artista fino alla trasfigurazione in segno e simbolo. E “classico” è il coraggio con cui il pittore, dopo aver conosciuto e sperimentato i movimenti più significativi del secondo Novecento, è tornato ad essere Luigi Franzese, pittore: pittore orgoglioso della propria sensibilità per il colore che si fa forma e spazio, forma nello spazio. Il pittore vesuviano Luigi Franzese dice che c’è una parola in cui si racchiude tutto il senso della sua opera, e che questa parola è “afflato”, “ perché il soffio, il respiro, l’alito sono segni di presenza e quindi di speranza.”. Non è un caso che abbiano parlato della loro arte come di un “ respiro” anche l’espressionista Richard Gerstl e il realista malinconico Jules Pascin, diversi in tutto, ma tutti e due maestri assoluti del colore.

Nel quadro pubblicato accanto al titolo l’idea di Franzese si fa colore. Le fiamme si muovono grazie alle variazioni di tono del rosso vermiglio, contrastato qua e là da macchie di giallo e di azzurro: e muovendosi sprigionano nello spazio fasci di luci e di bagliori che vibrano, rabbrividiscono al contatto con il freddo timbro dell’azzurro e del celeste. E’ uno spasimo cromatico che non si fermerà mai: la sua irrequietezza è come alimentata, per contrasto visivo, dalla scura immobile fascia di buio e di terra da cui le fiamme si sprigionano. Può capitare che il pittore esponga i suoi quadri all’azione reale e diretta dell’atmosfera vesuviana, al vento e alla pioggia, che vi imprimono segni di cui nessuno mai potrà dire che sono casuali.

Nel quadro pubblicato in appendice la vita è all’interno della cavità: scorrono liquidi i riflessi celesti, esaltati dal contrasto grafico e cromatico con gli anelli rossi e le macchie gialle e bianche. Questa vita cerca una via di uscita dalla cavità, che è circondata, e bloccata, implacabilmente, da una striscia compatta e nera: lungo la quale, tuttavia, si svolge una linea rossa, e pare che sia il segno di una speranza, che il nero della terra e della notte si possa sgretolare aprendo un varco alla materia luminosa e mobile.
Nei quadri di Luigi Franzese il colore non è mai decorativo: la sua vitalità è tale che imprime il movimento anche a tutte le linee. E’ un colore che suggerisce, dice e significa, che sollecita gli occhi e propone colloqui. E’ un “espressionismo” vesuviano, nel senso che sa parlare ad alta voce, e sa alludere. Sempre nel segno dell’eleganza e della concretezza.

Luigi Franzese

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