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Luca Vecchione e l’acustica del Palazzo Medici di Ottajano: un pregio e un’ insidia…..

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Luca Vecchione dotò il Palazzo di un’acustica perfetta, che i principi di Ottajano, appassionati di musica, misero al servizio di violinisti, pianisti e cantanti invitati a esibirsi nella “corte” e nelle sale. Il Palazzo conservò le testimonianze della passione che i Medici nutrivano per la pittura, per l’archeologia, per i cavalli da corsa, per la produzione di  vini.  Questa è la storia che merita di essere ricordata: il Palazzo Medici deve diventare la sede del Museo, anche virtuale, del Vesuvio e della civiltà vesuviana.

 

Nel 1895 i nuovi proprietari del Palazzo Medici di Ottajano chiesero all’ing. Ernesto Bifulco di sistemare, anche con interventi radicali, alcune stanze del primo e del secondo piano, di ridisegnare i finestroni interni e di modificare il sistema di condotti e di canali che correvano, dentro e fuori,lungo i muri dell’edificio. Il Bifulco rispose che quei lavori avrebbero arrecato “un qualche danno”alla perfetta acustica della corte interna, dei tre saloni forniti di pianoforte e perfino dello spazio esterno in cui nel 1890 avevano suonato, cantato e ballato, durante la festa di Montevergine, alcuni “gruppi” popolari. Insomma, il Palazzo era destinato alla musica e al teatro: vi si esibirono certamente Bellini e, a metà dell’Ottocento, la Marchionni, “prima attrice” del Regio di Torino e il violinista genovese Carlo Andrea Gambini. Carlo Del Balzo, che fu amico di Onorato, fratello scapestrato dell’ultimo principe di Ottajano, raccontò che il Palazzo ospitava, in estate, concerti di violinisti, di pianisti, di cantanti lirici. Era una vocazione di famiglia, e non solo il riflesso dell’educazione musicale che i nobili consideravano un indispensabile segno del loro stato.

Michele de’ Medici, figlio di Giuseppe III e nipote di don Luigi, fu membro della commissione incaricata di ricostruire il San Carlo dopo l’incendio del 1816; appassionati di musica furono l’altro Michele, figlio di Giuseppe IV, Angelica che andò sposa al barone Correale di Sorrento, e la moglie dell’ultimo Medici, donna Maria Felicita Eleonora Gallone dei principi di Tricase, che nel 1892 ospitò a Palazzo, per quasi due mesi, Gabriele D’Annunzio e la sua amica, Maria Gravina. La prof.ssa Clara Borrelli ha raccontato magistralmente il soggiorno di D’ Annunzio a Ottajano: alla vicenda dedicò un articolo sul “Roma”, nel gennaio del 1938, il poeta e pittore futurista Francesco Cangiullo. Scrisse il Cangiullo che Felicita Gallone aveva tenuto nascosta a lungo l’identità dei due, inseguiti probabilmente dai creditori di D’ Annunzio e dal marito dell’amica: la principessa “con un vezzo presentava il poeta come Andrea Sperelli”. Ricordiamo che Cangiullo conosceva bene Ottajano: prima della Grande Guerra aveva partecipato a una gara podistica organizzata dal Circolo che poi si sarebbe chiamato “Armando Diaz”. E poiché ho parlato di D’Annunzio, ricordo ancora una volta che giurare sulla presenza di Leopardi a Ottajano è solo un atto di fede nella tradizione orale. Documenti, non ce ne sono: e “la Ginestra” Leopardi certamente non l’ha scritta lungo la salita di Montevergine. Non aggiungiamo alle mandrie di “bufale” che giornalisti, storici (?) e sceneggiatori del Novecento hanno “lanciato” contro il Palazzo Medici anche qualche “bufala “ottocentesca.

Il pregio dell’acustica perfetta venne dato al Palazzo dall’architetto Luca Vecchione che negli anni ’60 del sec.XVIII lo ristrutturò, trasformando il castello seicentesco in una fastosa residenza di campagna, destinata in parte allo “svago”, come le grandi ville del Miglio d’oro, in parte all’amministrazione delle attività produttive, come gli edifici centrali nelle masserie del Vesuviano interno. L’architetto seguì certamente le indicazioni suggerite dal Sanfelice, e la scala che sale dal giardino ne è testimonianza tangibile. Un omaggio al Maestro fu anche la scelta del motivo-guida dell’architettura: Vecchione lo individuò nell’armonia e lo realizzò nella facciata principale che è splendidamente coerente con il “quadro” delle selve e della Montagna, nel prospetto interno che guarda verso la stretta e ripida strada di San Michele, nella ritmica scansione dei pieni e dei vuoti, nella disposizione delle stanze. Rispettò quel motivo-guida anche Angelo Mozzillo, quando illuminò angoli, pareti e soffitti con i suoi affreschi. E poi i prodigi dell’acustica, realizzati anche grazie all’uso del lapillo e con la costruzione della rete di condotti e di canali: chi viveva in questo “luogo” ne assorbiva, fatalmente, misura e valori. Non ci meravigliamo perciò se i contemporanei hanno raccontato, unanimi, che i modi e la voce stessa di Luigi de’ Medici restavano sereni e “riflessivi” – segno dell’armonia interiore – anche nei momenti più agitati.

Ora, non è giusto che questo Palazzo venga ricordato sempre e solo come un bene confiscato alla camorra, come il castello di Cutolo. Non è giusto che giri ancora “la bufala” che vi si tenevano summit di camorristi in anni in cui il Palazzo era un ammasso di pietre e di travi: e poi, il sistema acustico del Vecchione non avrebbe garantito la riservatezza, anzi… Nella parola “legalità” c’è uno stridente contrasto tra la bella sostanza del significato e la forma “fonetica” che è evidentemente disarmonica: quando pronunci la parola, ti pare di inciampare, di cadere in avanti:légali- tà. Se nel Palazzo la parola viene ripetuta spesso, con il tono alto e acuto del predicatore e del moralista, e da voci improprie e inadatte, può capitare che il sistema acustico approntato dal Vecchione prolunghi, diluisca e alteri i suoni con un effetto comico certamente sconveniente. Insomma, è una parola scontrosa, “legalità”: non si concede facilmente a tutti, non si fa pronunciare impunemente da ogni bocca.