Home Territorio Cinema e parole “Mia Madre” di Moretti: un capolavoro costruito intorno all’intensità dei sentimenti.

“Mia Madre” di Moretti: un capolavoro costruito intorno all’intensità dei sentimenti.

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Applauditissimo al festival di Cannes, “Mia Madre” è un film intenso e sincero, commovente e ironico quanto basta, che fruga come un coltello nell’intimità del regista, senza mai tralasciare la realtà con i suoi piccoli drammi e le sue scarne gioie.

A quattro anni dall’ultimo lavoro, Habemus Papam, Nanni Moretti ritorna sul grande schermo con “Mia Madre”, un film in cui tutto si gioca sull’antitesi che vi è tra la figura candida e amabile della madre e l’inadeguatezza di un’intera generazione (cinematografica e non solo). La protagonista è Margherita, interpretata da una bravissima Margherita Buy (la quale centra in pieno il “mantra” di Moretti: “l’attore deve stare accanto al personaggio”). Margherita è una regista che si prepara a girare il suo nuovo film, incentrato sui travagli e sulle battaglie degli operai di una fabbrica venduta ad una multinazionale americana. La regista è divorziata, ha una figlia adolescente e un compagno che lascia quando incominciano le riprese del film, conduce una vita mesta e insoddisfatta da inquieta eroina di Ibsen. A rendere i suoi nervi ancor meno saldi ci pensa la situazione difficile della madre Agata, interpretata da Giulia Lazzarini, una donna anziana, professoressa di latino ormai in pensione, malata di cuore e ricoverata, con ben poche speranze, in un ospedale di Roma. Durante tutto il film Margherita è accompagnata dalla presenza stabile e sicura del fratello Giovanni, un ingegnere che ha preso un periodo di aspettativa dal lavoro per accudire la madre.

Il mutamento radicale del cinema di Moretti è evidente ancor più che nel film, che trionfò a Cannes, “La stanza del figlio”. Il sarcasmo mordace e la critica feroce alla società contemporanea lasciano il posto all’esercizio continuo e profondo dell’introspezione e all’analisi di temi “universali”: ne esce un film che è intenso in ogni suo momento. L’intensità mi pare che sia il segno del nuovo cinema di Moretti, il quale centra il lavoro sul sentimento , dimostrando che non hanno eccessivamente torto coloro che ritengono che i grandi film siano quelli in cui si ride e si piange molto.

Il regista questa volta si mette da parte, ma non del tutto, come attore, e affida il suo dramma di figlio imperfetto e sognatore, costretto a fare di tanto in tanto una piccola visita alla realtà, a Margherita Buy, la quale, con intelligenza e maestria, s’immedesima totalmente nel personaggio senza dimenticare di essere se stessa. Giovanni , interpretato da Nanni Moretti, è onnipresente, accompagna Margherita in ogni suo gesto, dal più spietato al più banale, resta accanto a lei come un angelo di Wim Wenders : la Buy potrebbe essere Marion, solitaria e spaesata.

Moretti ha deciso di affidare il suo dramma alla Buy, ma in realtà il suo mettersi da parte è solo una scelta strategica, che gli consente di osservarsi dal di fuori, con più lucidità e più ragionevolezza, di diventare bersaglio della sua stessa ironia e analista del suo stesso dolore. “Mia madre” è un film intimo, Giovanni e Margherita sono come “due foglie aggrappate su un ramo in attesa”, affrontano il quotidiano con la consapevolezza che prima o poi della loro Agata non resteranno altro che i libri polverosi, i dolci ricordi degli ex alunni, i gesti memorabili e quelli deliranti che accompagnano la malattia. L’atmosfera viene alleggerita di tanto in tanto dai piacevolissimi sketch di John Turturro, nei panni dell’attore americano capriccioso che recita nel film di Margherita e che dà una lezione di “metacinema”, ispirata, più che da Pirandello, da Truffaut. Egli, infatti, vuole vivere la

realtà liberandosi dal giogo della finzione che, come ogni attore, è costretto a portare in scena. Moretti non ha portato in scena soltanto la sua intimità osservandola (e osservandosi) come in uno specchio, ma ha tradotto in “Mia madre” la realtà nella sua interezza, dimostrando che è ancora possibile fare cinema senza tradire se stessi e senza cedere ai banali compromessi del business del successo cinematografico.

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