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Napoli. Allarme devianza giovanile: il passaggio da adolescenti a criminali per il Sociologo Amato Lamberti.

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Sono ancora troppe le zone in questa città dove la devianza minorile prolifera, arrendendosi a un’arretratezza culturale dalla quale è difficile liberarsi. Troppo ancora c’è da fare ed è incredibile notare quanto l’analisi sociologica di Amato Lamberti sia ancora terribilmente attuale. 

Proviamo a racchiudere in un’unica riflessione alcuni elementi precedentemente proposti dal Sociologo Lamberti e tutt’oggi fondamentali per orientarci sugli eventuali provvedimenti da attuare contro gli eventi che contaminano lo sviluppo del territorio. Nello specifico, osserviamo tre ambiti che riguardano lo stato delle devianze giovanili: “Contesto famiglia-scuola-società”, “necessità di politiche di prevenzione anziché politiche di repressione”, “delinquenti con personalità narcisistico-criminali”.

Già diversi anni fa il Sociologo delle devianze e della criminalità organizzata, scomparso nel 2012, si domandava dove, come, perché e per colpa di chi nasce la devianza giovanile a Napoli e nel suo hinterland. I disagi dei giovani vanno prima di tutto analizzati nel loro contesto e ci torna dunque utile riflettere sulle parole del Sociologo Lamberti: “L’azione deviante di un adolescente rimanda spesso ad un quadro relazionale che sembra connotarsi per una genitorialità inefficace sul piano del controllo e, in generale, di inadeguatezza rispetto ai nuovi compiti evolutivi posti dal figlio.

Sembra quindi delinearsi un quadro in cui emerge con forza la crisi della funzione genitoriale, intesa nel doppio significato di modello di riferimento e di ostacolo da superare” e ancora “L’aumento delle devianze giovanili è indice, inoltre, dell’esistenza di elementi disfunzionali all’interno della realtà sociale in generale. Per un adeguato percorso evolutivo è necessario, infatti, che il minore – nel suo processo di personalizzazione e di socializzazione – sia sostenuto anche dalla scuola e dalla società più in generale. Famiglia, scuola e società rappresentano, dunque, il luogo in cui il giovane acquisisce le prime regole morali, la consapevolezza che la vita è radicata non solo sui diritti, ma anche sui doveri. Un difficile rapporto dell’individuo con la famiglia, la scuola e gli agenti di socializzazione determinano quelle carenze di interiorizzazione del sistema normativo che, a loro volta, favoriscono la devianza.

Esiste un rapporto molto stretto anche tra il fenomeno della criminalità giovanile e la nascita delle società complessa. Analogamente, la situazione attuale dei giovani – soprattutto degli adolescenti – è fortemente legata alla condizione della periferia metropolitana. Questo rapporto evidenzia in maniera netta le trasformazioni che sono avvenute negli ultimi anni all’interno della società complessa (o postindustriale). Non a caso, la periferia è lo spazio urbano in cui si verificano più facilmente le condizioni negative che portano alla devianza i giovani, i quali sono costretti a vivere in condizioni sociali precarie”

Quali sono dunque le politiche da attuare al più presto? È sempre Amato Lamberti a risponderci attraverso una delle sue analisi: “Le politiche repressive aumentano solo il numero dei detenuti ma non riescono né a ridurre né a controllare i tassi di devianza e di criminalità. Il fatto che un dodicenne accoltelli un quattordicenne per futili ragioni, dimostra che ad essere fallimentari sono le politiche di prevenzione della devianza. Ma quando si investe tutto sulle politiche di repressione non resta disponibile niente per investimenti di prevenzione sociale sul territorio”. Ripartire con un organo serio che riorganizzi le politiche di inclusione sociale, appare come una priorità, per farlo bisogna chiamare a raccolta tutti gli operatori qualificati con la supervisione di un apparato governativo che favorisca lo sviluppo di un mercato del lavoro inclusivo, promuovendo l’occupazione come un diritto e un’opportunità per tutti, combattendo, inoltre, lo svantaggio in materia di istruzione e formazione e riqualificando le aree caratterizzate da una molteplicità di svantaggi.

Il Sociologo in una delle sua analisi sui minori a rischio pubblicata su ilmediano.it specificava un altro importante concetto: “Forse la crisi della famiglia è arrivata a un punto tale da richiedere misure urgenti di sostegno a favore dei genitori e soprattutto dei figli. Il fatto che sempre più spesso sono i minorenni a commettere delitti anche di sangue imporrebbe alla società una riflessione sul ruolo e la funzione delle agenzie educative, non certo un abbassamento della soglia di punibilità. Mettere in galera un minore non risolve certo il problema della sua rieducazione e del suo reinserimento nella società.

Sembra quasi che siamo tornati alle teorie lombrosiane del delinquente nato, contro il quale non c’è altra difesa che il carcere a vita. E, invece, delinquenti non si nasce ma si diventa: perché si nasce in una famiglia scassata, si cresce in un ambiente culturalmente ed economicamente deprivato, si vive in un contesto di degrado, disoccupazione, delinquenza abituale, si frequentano solo figure marginali che debbono inventarsi ogni giorno strategie di sopravvivenza illegali. Contro tutte queste situazioni di esclusione la società potrebbe fare molto, ma dovrebbe investire in politiche di inclusione sociale a favore delle famiglie, adulti, donne, giovani, bambini, coinvolgendo tutte le strutture e le associazioni disponibili. E, invece, si preferisce investire sulle forze dell’ordine e sulle carceri, con il risultato di fare delle carceri delle vere e proprie discariche umane di persone trattate solo come rifiuti”.

Perché non si investe abbastanza in risorse sugli adolescenti e i giovani, sulle famiglie, sulla scuola, sui luoghi di aggregazione giovanile, sul lavoro di strada? È sempre Lamberti a risponderci, ancora oggi, attraverso le sue riflessioni: “Ci si ferma ai rituali della denuncia, della lamentazione, della indignazione, dello scaricabarile delle responsabilità, senza mettere mai mano alla loro soluzione, pur potendo contare, a livello di docenti, di ‘presidi’, di operatori culturali, di Associazioni di volontariato sociale, su straordinarie risorse di intelligenza, di creatività, di disponibilità all’impegno per il cambiamento, finora sempre mortificate. In questa situazione di disattenzione generale, nell’assenza di ogni seria politica di intervento a favore dei minori diseredati e di risanamento dei contesti urbani più disgregati, a Napoli, soprattutto nell’area Nord, ma anche nel centro storico e nelle tante ‘periferie’ della città, sono da tempo in funzione, nascosti, e neppure tanto, nei palazzi fatiscenti accatastati nei vicoli, nei ‘casermoni’ di edilizia economica e popolare, negli appartamenti e negli scantinati di palazzi avveniristici abitati da più persone di quanti ne contano molti paesi dell’hinterland, degli enormi ‘incubatori criminali’ che hanno già cominciato a produrre i prototipi delle nuove generazioni di delinquenti, quelli che anni fa definivo come ‘macchine criminali’, unicamente orientate allo scopo, senza alcuna remora morale, senza alcun freno inibitorio.

Delinquenti con personalità che definivo come ‘narcisistico-criminale’, probabilmente irrecuperabili, perché frutto di un processo di troppo precoce socializzazione al crimine e di troppo rapido inserimento in attività criminali che portano l’uso della violenza e della armi e l’assoluto disprezzo per la vita degli altri, visti solo come nemici da eliminare. È su questi ‘incubatori’, che mi sembra si stiano moltiplicando nella conurbazione informe che circonda la città di Napoli, che bisogna decidere ad intervenire – e certo non bastano i protocolli e i patti per la legalità – altrimenti, tra poco, non sarà sufficiente neppure quell’esercito di cui ogni tanto qualcuno invoca l’intervento”.

In questa che il Professore definiva “la città duale”, affetta da una sindrome sociale in cui da un lato esiste una metropoli benestante con contesti positivi, risorse e opportunità di sviluppo, mentre dall’altro esiste una città abbandonata a se stessa e vittima di un degrado culturale e di assenza di crescita, bisogna intervenire con un piano preciso in cui, punto per punto, siano stilati tutti gli interventi di prevenzione e partecipazione da attuare sul campo in un lasso di tempo predefinito.

A chiarirci questa necessità è ancora il Sociologo Lamberti: “Per assicurare un avvenire diverso ai figliastri di Napoli bisogna intervenire sulla società e sulla città. Bisogna rompere quel meccanismo che fa sì che chi nasce marginale muore emarginato o delinquente. Se al povero come strumento di difesa e di promozione sociale si lascia solo la violenza, non ci si può lamentare dell’eterno riprodursi della camorra, sia essa intesa come mentalità, costume, stile di vita, organizzazione criminale. Anche gli emarginati vogliono vivere e non soltanto sopravvivere”. È da questi input che bisogna ripartire, con il contributo di ognuno, affinché nessun altro ragazzo ammazzato ci ricordi quanto muoia facilmente anche la nostra volontà di cambiare.

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