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Nola,maggio 1896, Piazza Duomo: si fermano le carrozze della “rretenata” per Montevergine e si sfidano i cantanti “a figliola”….

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Partecipavano alla “gita” a Mercogliano anche guappi e camorristi di Napoli, del Vesuviano e del Nolano. La “rretenata” era la corsa a briglia sciolta in cui gareggiavano  le carrozze, al ritorno a Napoli. In ogni “gita”, nella piazza del Duomo a Nola, si sfidavano i cantanti “ a figliola e a fronna”. Nel maggio 1896 per la prima volta alcuni pellegrini salirono a Mercogliano in bicicletta.

 

“A ‘rretenata” era la “gita” dei Napoletani a Montevergine di Mercogliano: una “gita” in carrozza, che si teneva, di solito, due volte all’anno, a maggio e a settembre. Partecipavano alla “gita” guappi e camorristi di primo livello, e le loro donne, “maeste e cape nenne”, in abiti sgargianti,e ornate con gioielli vistosi. In ogni carrozza c’era il cantante “a fronna ‘e limone” e “a figliola”. I gitanti facevano una breve sosta a Pomigliano, e la sera si fermavano a Nola, nelle taverne e in casa di “cumparielli”: durante il viaggio si univano al corteo le carrozze dei guappi e dei camorristi del Vesuviano e del Nolano, accodandosi ognuna alla carrozza dell’ “amico” napoletano: anche da questi movimenti gli informatori della polizia, “i mercanti di fiato”, traevano qualche notizia sulle alleanze tra i delinquenti della città e quelli della provincia. Durante la “rretenata” del maggio 1896 i “mercanti di fiato” notarono, per esempio, che stavano scalando la graduatoria dell’Onorata Società il sensale Nicola Morra, “’o puzzulaniello”, e il commerciante Francesco Attanasio, fratello di quell’ Andrea, detto “Andreuccio ‘e l’arsenale”, che quindici anni dopo sarebbe stato accusato, con il Morra, di aver partecipato alla riunione di camorristi in cui venne decretata la condanna a morte di Gennaro Cuocolo e della di lui moglie Maria Cutinelli, detta “’a sorrentina”. Gli informatori segnalarono anche che a Pomigliano si erano uniti al corteo Giovanni Beneduce, “mediatore di carni macellate, di Pollena o Sant’ Anastasia”, e Michele Massa, di Ottajano, “proprietario di cave”, entrambi già noti come “uomini di rispetto”.

Il cronista del “Roma” pubblicò il 25 maggio del 1896 un lungo “pezzo” sulla gara fra i cantanti “a figliola” che si era svolta, come ogni anno, in piazza Duomo, in una Nola trasformata in una immensa osteria: si cucinava e si mangiava in ogni casa e in ogni vicolo, e “vermicelli, e polli, e litri di vino” si consumavano in grande quantità anche nel cortile e nelle aule della scuola elementare “Vanvitelli”. La piazza era coperta di bancarelle: vi si vendeva di tutto: acqua, frutti di mare, castagne, zoccoli gialli e rossi, trombette, torrone, sorbetti, fuochi di artificio, e gli scialli lavorati sui telai di Cimitile. Quando il vino arrivò a toccare le corde giuste, incominciò la gara del “canto a figliola”: un cantante intona una strofa in cui si allude a qualcosa, e il suo antagonista deve essere pronto a cogliere l’allusione e a rispondere cantando. Da un balcone di via Giordano Bruno – scrive il cronista –  “Giovanni d’a Marina” intona il suo canto in cui fa cenno di un fatto di sangue avvenuto a Fuorigrotta; e subito gli risponde “’o Scugnatiello”, che, sebbene sia anziano, conserva la voce fresca di quando era giovane “picciotto” al seguito di Antonio Lubrano, “Antonio di Porta di Massa”, avversario di Salvatore De Crescenzo, capo dei capi della camorra. Gli uffici di polizia raccolgono tutte queste cronache e aggiornano gli elenchi dei cantanti “a figliola e a fronna”, sospettati di servirsi dei loro canti per mandare, dall’esterno, messaggi ai carcerati. Il sospetto è già registrato in ciò che resta, in archivio, del fascicolo che sui fratelli camorristi Giovanni e Antonio Pardi venne preparato dalla polizia borbonica nel 1854. Anche l’articolo del maggio 1896 venne messo agli atti dagli uffici di polizia, e l’anno dopo fu trascritto, in un suo libro, da Abele De Blasio, fondatore e direttore dell’ufficio antropometrico della Questura.

Dopo aver descritto Salvatore “’o nepote e Ngiulillo”, che canta da un balcone in via Flora, e Pasquale “’e Furcella” che si esibisce all’angolo di vico Duomo, il cronista racconta che in questa “gita” di maggio per la prima volta “salirono” a Montevergine di Mercogliano dei “biciclisti”, che al ritorno ornarono di rose e di arbusti le ruote delle loro biciclette”: come di rose e di arbusti erano ornate le carrozze che, al ritorno a Napoli, venivano lanciate in una corsa sfrenata, a briglia sciolta, o al Ponte della Maddalena, come in quel maggio 1896,  o a Poggioreale. Era questa la vera e propria “rretenata”, ed era scritto che tagliasse per primo il traguardo il “tiro” del camorrista più alto in grado. Prima dell’inizio della corsa, le “maeste” si cambiavano d’abito: non potevano rientrare in città indossando la stessa veste che portavano alla partenza: il cambio stava a dire, metaforicamente, che a Montevergine si erano confessate e purgate d’ogni peccato: insomma, erano “nuove” dentro e fuori.

Scrive il cronista che nella notte nolana tutte queste” appetitose maeste e maestelle”, se si fossero disposte in fila, sarebbero apparse, a una certa distanza, come “parroci processionanti in cotta e stola”: infatti, indossavano tutte delle camicette bianche, su cui risaltavano l’oro, le perle e i diamanti, e “sottabiti dai colori squillanti”. Ci fu un’altra novità, nella serata di Nola: per la prima volta dai balconi si cantarono le “canzonette popolari” e un certo Abate eseguì, oltre alla canzone di Montevergine, anche due “pezzi” più frivoli, “Tiempe felice” e “ ‘A voce ‘e primmavera”. I tempi cambiavano.

Tuttavia durante la notte il vino, qualche sguardo scostumato e qualche canto “a fronna” troppo spinto provocarono, come al solito, duelli a colpi di bastone e di coltello, e almeno otto feriti. Il cronista del “Roma” non ne parlò. Non aveva più spazio.