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Ogni nome delle castagne cotte- “verole”, “vallane”, “allesse”- è un gustoso capitolo di sapienza popolare.

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Anche nel Vesuviano le castagne hanno nutrito per secoli i poveri e hanno suggerito alla cultura contadina immagini e idee. Questa “sapienza” quelli della mia generazione l’ hanno appresa a tavola e in strada, e sono stati sollecitati a persuadersi che una trama di corrispondenze tenesse insieme il cibo, i comportamenti delle persone e i luoghi. Una scuola straordinaria, che non esiste più.

 

Vedo un “castagnaro” che dalla sua postazione lungo la strada grida ancora “so’ cavere”, sono calde, le castagne, leggo cortei di manifesti, più o meno “azzeccati”, che annunciano “sagre della castagna” organizzate anche in paesi che non avrei mai immaginato che producessero castagne, polemizzo garbatamente con un amico che osa proclamare come indiscussa la superiorità delle castagne e dei marroni del Vallo di Lauro. Per uscire vincitore dalla contesa, gli cito i nomi dei professori Savastano e Rossi che sul finire dell’Ottocento, dalle cattedre dell’Istituto di Portici, intonarono encomi alla castagna dei castagneti nostri – le selve delle Carcave e del Vallone del Fico –, gli dico che nel 1905 due produttori ottajanesi, Francesco Menzione e Arcangelo Ragosta, rifornivano di “marroni” del Somma il confettiere napoletano Ferdinando Bizzarro, che teneva bottega a vico Cangiani, e Vincenzo Del Gaizo, uno dei più importanti “grossisti” di frutta e ortaggi, che dalla sua sede a San Giovanni a Teduccio controllava tutti i mercati popolari della città. Non lo convinco: “Sono storie antiche – mi dice, l’amico – la verità è che oggi Ottaviano produce sì e no una cinquantina di chili di castagne, e tu mangi quelle che ti mandano i tuoi cognati di Quindici e di Domicella.”. Touché: l’amico mi ha preso in castagna. Si dice così – “prendere in castagna”- a causa della parola “marrone” che è il nome di un particolare tipo di castagna, ma vuol dire anche “errore grossolano”. Inoltre, il termine indica. al plurale, per analogia di forma, anche i testicoli. Per questa sovrapposizione di significati e di riferimenti, il “termine” castagno” battezza, nel linguaggio licenzioso, l’organo sessuale maschile, mentre quello femminile è la “castagna”.

Nel 1893 le guardie urbane di Ottajano inflissero una pesante ammenda a un bottegaio di piazza San Lorenzo accusato di vendere “cibi guasti” e “frutti malsani”, e tra questi, anche le “castagne del prete”, secche e con le bucce, che Emanuele Rocco chiamava “vecchioni” e che “son per lo più fracide e di cattiva qualità”: con buona pace dei “vecchioni “ e dei “preti” tirati in ballo dall’onomastica di origine contadina. La castagna può essere bella fuori, ma bacata dentro, e perciò i misogini l’hanno scelta come immagine della donna, “che ha bella la corteccia / ma ha, dentro, la magagna”. Il vecchio castagnaio che negli anni ’60 piazzava il suo banco a Ottaviano, di fronte al Circolo “A.Diaz”, nel dare la voce garantiva ai passanti: “’O verularo mio nun fa ‘nciarmi: coce sulo ‘e bbone”: il mio “verularo” non fa imbrogli, cuoce solo castagne buone, che non sono “toccate”.Era, il verularo, un padellone bucherellato che serviva per cuocere le caldarroste, e che emanava un profumo intenso e piacevole.

Le castagne sono state per secoli il pane dei poveri, anche a Napoli e nel Vesuviano: era naturale che fornissero alla sapienza popolare immagini e idee.  Già nel ‘600 degli ignoranti si diceva che non sanno distinguere “’na vallana da ‘n’allessa”, la castagna lessa con buccia da quella lessata senza buccia, e la donna brutta e l’uomo di poco valore sono, da sempre,“ nu cuoppo e’ allesse”. Nel linguaggio dei delinquenti chi aveva energia e intelligenza per sbrogliare situazioni complicate era “ommo ‘e verole e vino”, cioè era in grado di mantenere la calma anche nelle osterie e nelle cantine, dove il vino, compagno naturale e necessario dei piatti di castagne arrostite, scatenava risse frequenti. L’uomo fiacco e ambiguo lo chiamavano, invece, “ommo ‘e allesse”, perché le “allesse” si squagliano in bocca, le può mangiare anche chi non ha denti. Le castagne si mangiano senza sale: uno dei loro pregi è il sapore dolce e corposo.  Di uno che non aveva soldi in tasca si diceva che al massimo poteva comprarsi “’ o sale p’’e vallane”, e per sfamarsi, era costretto a fare “’o mariuolo ‘e castagne”: che era, un tempo, un’attività assai pericolosa. Da disperati, appunto.

Queste cose  quelli della mia generazione le imparavano a tavola: e l’ascoltare era un saporoso condimento del cibo. Erano porzioni di saggezza, che ci abituavano, soprattutto, a persuaderci, a poco a poco, che tutto fosse collegato nel mondo che ci circondava, che una trama di corrispondenze tenesse insieme il cibo, i comportamenti delle persone, i luoghi. Ed era un bel vantaggio.