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Ottajano, settembre 1910: “folla innumerabile” alla festa della Madonna di Montevergine: il trionfo degli abiti di carta. E oggi?

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E’ probabile che i responsabili vecchi e nuovi della politica culturale ottavianese abbiano modificato obiettivi e scelte strategiche, passando da modelli che privilegiano le tradizioni a una visione più attenta agli schemi della “lyrical abstraction”. E dunque aspettiamo di vedere quale sarà il destino della storica festa in onore della Madonna di Montevergine: non mancano i cattivi pensieri di qualche malpensante.

 

Abbiamo già raccontato che l’8 settembre del 1883 i Bifulco del Vaglio trovarono in un deposito del loro palazzo a Ottajano un quadro della “Madonna Bruna”, che lo esposero in una cappella montana sul confine del parco del Palazzo Medici, e che la cappella venne intitolata alla Madonna di Montevergine, a cui è sacro l’8 settembre. In breve, la cappella montana divenne meta di folle di pellegrini: si diceva a Napoli che l’8 settembre i ricchi fanno la “juta”, “’ a camminata”, a Montevergine di Mercogliano, mentre i poveri vanno a “Montevergine di Ottajano”: e non solo i poveri, ma anche molti borghesi delle città vesuviane e i “signori” del capoluogo che con la “gita” a Ottajano concludevano le vacanze trascorse nelle ville e nelle masserie del territorio. Contribuì al successo dell’evento ottajanese il fascino dei luoghi vesuviani, terra di elezione per il culto della “Madonna Bruna” che segnava la primavera con le feste della Madonna dell’Arco e della Madonna di Castello, l’estate con la celebrazione della Madonna del Carmine, e l’inizio dell’autunno con i riti in onore della Madonna di Montevergine. Non bisogna trascurare il fatto che proprio negli anni ’80 dell’’800 si manifestò con chiarezza – e i giornali ne diedero precisa testimonianza – l’attenzione che la polizia dedicava da tempo alla “gita” dei napoletani a Montevergine di Mercogliano, alla famosa “rretenata” a cui partecipavano, con le loro “maeste” “’ncriccate”, e cioè abbigliate con rumoroso sfarzo, camorristi e guappi di varia taglia. La prudenza consigliò a molti vesuviani di tenersi alla larga dal corteo di carrozze che veniva da Napoli, e di andare a venerare la Madonna Nera nella più tranquilla Ottajano. Inoltre, si facevano sempre più intense le voci sull’invasione della Libia e sulla guerra con i Turchi, e interessanti documenti conservati negli archivi delle congreghe inducono a pensare che i genitori e i parenti dei ragazzi che prestavano servizio militare siano “saliti” a Montevergine per implorare la protezione della Madonna.

L’8 settembre del 1910 il posto di guardia dei “Seggiari”, sul confine tra Somma e Ottajano, registrò che a mezzogiorno erano passate, dirette verso Ottajano, 96 “carrozze”: e il temine indica in modo inequivocabile vetture “eleganti” tirate da almeno due cavalli, ornati, come imponeva il cerimoniale della festa, di pennacchi e di gualdrappe colorate.  Molti carri, trainati da asini e da buoi, entrarono in città dalla via di Sarno e vennero “parcheggiati” lungo la Masseria Greco. Venti giorni dopo il comandante delle guardie urbane ottajanesi spiegava al sindaco che non era stato possibile evitare risse anche gravi, e bloccare “mariuoli e altra pericolosa gente” perché la folla dei pellegrini era stata “innumerabile”.  Il che dimostrava che già vigorosa era la resurrezione della città, distrutta quattro anni prima dal Vesuvio. I cronisti descrissero brevemente la giornata con i soliti colori che tingevano  la realtà con le tinte dei “luoghi comuni”: i cantanti “’a fronna ‘e limone”, i banchi di “semmentari” e di “franfelliccari” che vendevano semi di zucca e “bastoncini di zucchero caramellato”, gli enormi “tiani” con le ultime “pullanchelle” – le spighe di granoturco lessate o abbrustolite -, e poi tutti gli strumenti musicali del folklore di Napoli e della sua Piedigrotta.

E poi venditori di frutta, di “palate” di pane, di ombrelli, di attrezzi agricoli, e anche di “pettenesse”, i pettini che tenevano fermi i “tuppi” delle donne. I “pettenessari” più famosi venivano da Cercola e da Volla, e la loro presenza compensava per via di metafora quella delle “scapigliate”, le donne peccatrici che, sciolto il “tuppo”, si gettavano a terra davanti all’immagine della Madonna e chiedevano pietà per i loro peccati. La moda degli abiti di carta, e di trombette, tamburi, fischietti, e “cavallucci”, tutti di “carta battuta, a foggia di bronzo”, segnò  le feste popolari di Napoli e del Napoletano, e caratterizzò la festa ottajanese di Montevergine fino agli anni ’60 del Novecento. Gli abiti di carta, che all’inizio servivano solo per consentire alle donne del popolo di giocare abbigliandosi, a modico prezzo, come le dame dell’alta società, a poco a poco divennero un esercizio di stile e alimentarono anche in pieno Novecento una produzione importante: importante per la qualità e per il numero dei capi. Agli inizi del ‘900 producevano abiti di carta, a Ottajano, Luca Lanza, Achille Scudieri e Vincenzo Albano, e, a San Giuseppe Ves.no, Luigi Ambrosio e Antonio e Francesco Del Giudice.

Sembrava, ancora l’anno scorso, che l’Amministrazione Comunale di Ottajano e l’Assessorato alla Cultura coltivassero il proposito di rinnovare, nella sua interezza, la tradizione della festa di Montevergine, una tradizione che consente di mettere insieme la fede e la memoria storica, e di recuperare un ricco patrimonio di arti e di mestieri, anche attraverso i progetti realizzati dalle scuole: penso al valore educativo di un progetto scolastico per la produzione di abiti di carta. Quest’anno mi dicono che ci saranno solo le solite “tammorre”. E’ probabile che i responsabili vecchi e nuovi della politica culturale ottajanese abbiano deciso di modificare gli obiettivi e, dunque, gli indirizzi strategici, passando da una “visione” che potremmo definire“neorealistica e folclorica” a un modello che privilegia alcune idee della “lyrical abstraction: i termini tecnici li usiamo, ovviamente, come veicoli di metafore. Se così stanno le cose, ne seguirò lo sviluppo con grande attenzione, nella certezza che tutto fa cultura, anche una baracca, come ha dimostrato la “baracca” installata da Philip K. Smith III nel deserto californiano (vedi foto in appendice).

I malpensanti, che non hanno dimenticato due eventi recenti, la processione dell’Assunta e quella della Madonna del Carmine, temono che la “crisi” di feste e di manifestazioni che sono state cardinali nella storia del Centro Abitato di Ottaviano non sia casuale.

Ma, per fortuna, non sono un malpensante.