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Passeggiando tra i banchi del mercato grande dell’antica Pompei, un sabato mattina

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I dipinti della “villa” di Giulia Felice rappresentano scene del mercato grande che si teneva a Pompei ogni sabato: sembrano scene dei mercati  di oggi. La storia di Giulia Felice, il cui onore venne salvato da Maiuri, e i nomi di due tessitori giudei: Maria e Tamudiano Vesbio.

Ricorda Amedeo Maiuri che la “villa” pompeiana di Giulia Felice fu tra i primi edifici pompeiani portati alla luce, tra il 1755 e il 1759, da “una paranza di sterratori”: i quali, dopo aver inviato bronzi, marmi e pitture al Museo Regio di Portici e “qualcosa sottomano a qualche ministro forestiero più arrabbiato degli altri in fatto di anticaglie, lo interrarono di nuovo come un sepolcro svuotato.”. Come si vede, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Dopo il terremoto del 62, Donna Giulia appese il cartello “affittasi” ad una parte della sua “villa”: offriva in locazione, oltre a “taverne” e a piccoli appartamenti nell’ammezzato, anche un bagno pubblico per clienti raffinati: un balneum venerium. I soliti malpensanti interpretarono il “venerium” nel modo più malizioso, immaginando che Donna Giulia fosse una “maitresse” d’alto bordo e che nel suo bagno si potessero comprare i piaceri di Venere. Ma Amedeo Maiuri salvò l’onore della signora spiegando che il nesso voleva solo dire che i bagni erano così eleganti da poter ospitare anche la dea della bellezza.

E’ assai probabile che il realismo fosse il segno distintivo della personalità di Donna Giulia: lo dimostrano i dipinti della sua villa, che rappresentano scene di mercato, inquadrate tra le colonne corinzie di un portico: August Mau e Francis W.Kelsey, non ebbero dubbi: gli affreschi ritraggono il “macellum”,  la sede del mercato, prima che il terremoto del 62 la devastasse

A Pompei il mercato grande si teneva ogni sabato: il giorno dopo i mercanti ambulanti si spostavano a Nocera, il lunedì ad Avella, il martedì a Nola, il mercoledì si spingevano fino a Cuma, e il giorno dopo mettevano banco a Capua. Gli affreschi commissionati da Donna Giulia e i disegni che ne ha tratto il Mau ci permettono di entrare nella dimensione quotidiana del mercato di Pompei, di riviverne i momenti come in una prospettiva che Robert ‘Etienne giudicò“fotografica” (v. foto in appendice). In una sequenza c’è un venditore di calzature, circondato da scarpe e da attrezzi del mestiere: egli sta mostrando una scarpa a due signore sedute su una panca: una di esse tiene un bambino sulle ginocchia; di fronte, altre due clienti aspettano il loro turno e “hanno l’aria di chi, mentre aspetta, segue la conversazione”.

In un’altra scena un mercante mostra i tessuti poggiati sul suo braccio sinistro a due signore che toccano la stoffa e pare che non si fidino troppo delle parole del venditore. Chiudono la scena una serva che sta in attesa e un uomo in tunica corta, forse il servo del mercante, che cerca di trattenere alcune donne che si stanno allontanando. E’ probabile che il mercante venga da fuori città. A Pompei c’erano importanti officine tessili, come quella di Eudosso, in cui lavoravano molti operai: nel portico dell’officina si sono trovati i nomi graffiti di sette uomini e undici donne, e tra queste, un’ Amarillide  a cui è dedicata una volgare epigrafe. C’erano tra gli operai anche due giudei: la donna si chiamava Maria, e l’uomo Tamudiano Vesbio: Tamudiano da Thamud, la città da cui egli veniva, Vesbio, dal nome del monte più importante del territorio.

In un’altra scena un venditore di vasi e stoviglie, circondato da piatti poggiati a terra, colpisce con un bastone un piatto per dimostrare a un compratore quanto sia solido e resistente. Accanto, un cliente esamina un orcio; dietro, un ragazzo batte con il martello su una incudine. Come ci racconta l’epigrafe, il venditore promette una discreta somma di danaro a chi gli riporterà il piatto di bronzo che qualcuno ha rubato dal suo banco, e la somma crescerà, se gli porteranno anche il ladro. Poco lontano, un passante scuote un vecchio che si è addormentato: un uomo con un paniere e un ragazzo che tende un piatto aspettano che il vecchio si svegli. Egli è probabilmente un venditore di cibi cotti, pesci e ortaggi, conservati nei grandi orci: in uno di essi c’è un mestolo, e il dettaglio induce a pensare che il vaso contenga salsa calda. I venditori di frutta e di legumi tenevano banco anche nel mercato grande, oltre che nel mercatino degli alimenti: le pagine di Robert ‘Etienne ci sollecitano ad immaginare le lunghe file di carri che ogni sabato portavano in città  i prodotti del Vesuviano e dell’agro sarnese, e la folla dei carrettieri che celebravano nel mercato di Pompei il rito proprio di ogni mercato: il confronto tra i modi di vita, tra le esperienze e le astuzie, tra i gesti, e poi l’arte di far parlare le cose, e di ascoltarne e interpretarne le voci.

I mercanti ambulanti pagavano una tassa per il banco: nell’anno del terremoto M. Fabio Agathimo gestiva l’appalto per la riscossione dell’imposta e versava nelle casse dell’Amministrazione le quote che ad essa spettavano attraverso il banchiere Cecilio Giocondo. Tutti gli ambulanti pagavano, o qualcuno “s’’a scappottava”? Questo gli affreschi di Donna Giulia non lo dicono.