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Quando i Vesuviani invocavano la Madonna dell’Arco contro il Demonio e contro il Vesuvio…

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Fin dal primo momento il culto della Madonna dell’Arco fu un baluardo contro l’ossessione demoniaca e contro le fattucchiere che infestavano il territorio tra le paludi di Volla e Sant’ Anastasia.  Dall’eruzione del 1631 la Madonna protesse i Vesuviani anche dalla furia del Vesuvio.  L’eruzione del 1694 e le sconvenienti pratiche dei “curiosi”.

La storia stessa della fondazione del Santuario fa capire chiaramente che  i Domenicani ne fecero un baluardo contro la piaga di “magare” e fattucchiere che,  secondo gli studi del Lopez, “infestavano” il territorio tra Volla e Sant’ Anastasia, trovando nelle paludi di Volla  le erbe e il “clima”  utili alle loro arti. Alla Vergine dell’Arco venne riconosciuto quasi subito anche il particolare carisma di liberare donne e uomini preda dell’ ossessione demoniaca: ma alla fine del secolo XIX il Pellet, console della Francia a Napoli, osservava che non venivano più mostrate al pubblico le tavolette votive in cui era rappresentato il momento conclusivo degli esorcismi praticati nel Santuario: i diavoli, nelle sembianze di pipistrelli, volano via dalla  bocca dei liberati. Tuttavia in un testo del 1828 venivano raccontati due esorcismi.  Un’ossessa, che si chiama Vittoria, “strascinata e tenuta per forza avanti la Santa Immagine dà urla di disperata, gettasi per terra, si strappa i capelli, si graffia con tale rabbia le guance che ne piovono rivi di sangue”. Non appena il frate esorcista la unge con l’olio della lampada che “arde davanti alla Sacra Effigie, a vista di tutti, le scappa di bocca una catena di ferro lunga mezzo palmo, da cui pendeva una borsettina, intrigata in molte fila, con dentro peli, ossiculi, vetro pesto e altre mondiglie”. Più rapido è il rito di liberazione a cui viene sottoposto il napoletano Orazio: non appena  l’esorcista lo fa entrare nel  Santuario, “ si ode una voce orribile, con la quale lo spirito delle tenebre si confessa obbligato a sgombrare da quel corpo con altri 104 suoi compagni per l’impero di Colei a cui si era ricorso”.

La devastante eruzione del 1631 permise ai teologi nolani e napoletani di costruire una facile analogia tra fuoco della lava e fuoco dell’Inferno, e di immaginare che  l’Atrio tra il Somma e il vulcano fosse una porta del regno di Satana. La  Madonna dell’Arco, che proteggeva i vesuviani dalle fiamme della dannazione eterna, venne subito invocata a difesa degli infelici che il vulcano minacciava nella vita e nei beni. Giulio Cesare Braccini, “dottore di leggi e protonotario apostolico”,  raccontò nella sua cronaca, da testimone,  che il 17 dicembre 1631 – la Montagna rumoreggiava già da un giorno- proruppe  da una voragine “aperta sopra Ottajano” un grosso torrente d’acqua, che si divise subito “ in tre profondissimi canali”: uno di questi “passò sotto il Palazzo del Principe”, e tutti e tre “sgorgarono insieme nel piano di Nola, allagando Sant’ Elmo, Saviano e tutti quei contorni, con affogarvi molte persone, le quali né poterono, né ebbero tempo di salvarsi”. Subito dopo il vulcano incominciò a eruttare una interminabile tempesta di fuoco,di lapilli e di macigni enormi. Centinaia di  Vesuviani, e tra  questi molti Ottajanesi, si rifugiarono nel  Santuario di  Madonna dell’ Arco e si misero sotto la protezione della Vergine. E la Vergine li  salvò:  i fulmini, che in gran numero e senza sosta accompagnarono l’eruzione, entravano nel  Santuario attraverso  i finestroni posti in alto, ma non facevano alcun danno né alle persone, né alle cose: la folla vide, sbalordita, alcune “saette” girare intorno all’  “edicola”  dell’altare maggiore, in cui era custodita la Sacra Immagine, e uscire dalla chiesa attraverso le finestre da cui erano entrate.

A Sant’  Anastasia  subì qualche danno solo il quartiere dei “Sallustri”,  nei pressi di  Via  Capodivilla, che allora segnava il confine con Somma. Vennero risparmiate, dice Braccini, anche le greggi di pecore che appartenevano al Convento.  Racconta un cronista che prima che iniziasse l’eruzione,  il  volto della Madonna fece “mostra di impallidire, quindi di riprendere il bianco usato, e infine, per breve spazio di scomparire del tutto”. Ma  ricomparve “ben tosto e di colore vermiglio carico”. Il cronista diffidava  “gli  empi” dal ridere di questo suo “veritiero” racconto.

Il volto della  Madonna  apparve “vermiglio” e severo nei primi giorni dell’eruzione del 1694, mentre un fiume di fuoco scendeva verso l’Arso di  San Giorgio e verso il Lagnuolo di Trocchia. Si scoprì subito il motivo dell’ira della Vergine:  “la novità della lava” raccontò poi il Palmieri “ e del fuoco che scorreva devastando le campagne attirò”, tra Madonna dell’Arco e Pollena, “ uno straordinario numero di curiosi, per cui sulle sponde dell’igneo torrente si vendevano rinfreschi e sorbetti, si vedevano improvvisate capanne ed osterie, e poco lontano “donne di mondo” che cercavano di ricavare profitto dal loro mestiere”. Per  costringere queste “donne di mondo” a interrompere la loro attività e ad allontanarsi dal luogo fu necessario che accorressero da Portici i Padri Alcantarini, i quali con appassionati e minacciosi sermoni distolsero i “turisti” da certi piaceri sconvenienti e li  spinsero a riflettere sul significato religioso dell’eruzione.

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