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Quando la storia diventa teatro comico. Pomigliano, 8 aprile 1861: il tumultuoso arresto di un prete borbonico…E poi oggi…

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Cisterna invasa dai “piemontesi” che vogliono arrestare un parroco borbonico, il parroco che chiama a raccolta i parrocchiani con il suono delle campane, l’arresto dei borbonici, il corteo di carrozze che li portano in carcere, la relazione del capo dei “piemontesi”, la vera storia dei suoi informatori. Questo 150 anni fa. Oggi un corteo di politici e di menestrelli che ci spiegano, in TV, come risolveranno il problema degli “incendi” vesuviani….

La storia, quella grande e quella piccola, può essere tragica e nello stesso tempo anche comica: dipende dai punti di vista. In questi giorni non c’è “salotto” televisivo in cui politici napoletani di varia taglia e menestrelli di metallo non sempre prezioso non propongano definitive soluzioni per il problema degli “incendi” del Vesuvio, e non parlino, tutti, dico tutti, con l’ espressione assorta e solenne di chi sta sciorinando il suo genio, ma per modestia non chiede applausi, e con quella punta di severità che vuol dire: Voi cittadini combinate i guai, e noi politici dobbiamo porvi riparo. Dobbiamo pensare a tutto, noi. Per fortuna che esistiamo. Se Otto Dix avesse visto la faccia di qualcuno di loro, ne avrebbe immortalato con quattro pennellate la bocca schioccante e la strana luce degli occhi, la luce di chi scorge, in lontananza, le terre felici della Cuccagna, e gli viene da ridere una squillante risata, ma non può, in pubblico….Ma fa caldo: per ora, accontentiamoci della comicità del passato.
Gaetano Martinez, che era nel 1861 il pittoresco comandante distrettuale della Guardia Nazionale, non appena gli dissero che una comitiva di borbonici e di briganti si preparava a mettere a ferro e a fuoco le terre tra Pomigliano e Cisterna, chiamò alle armi una compagnia di carabinieri e di guardie “vestite alla cacciatora” e entrò in Cisterna. Nel cuore della notte dell’8 aprile 1861. Il posto della Guardia Nazionale lo trovò chiuso: e sebbene bussasse più volte e di volta in volta più energicamente e ripetesse ad alta voce il suo nome e il suo ruolo, il piantone, temendo che fossero briganti, non apriva. Ma alla fine, convinto forse dalla voce amica di uno dei “cacciatori”, il piantone aprì, e per farsi perdonare, accompagnò Martinez e i suoi al palazzo in cui abitava il parroco Mansi, capo dei borbonici di Cisterna.
Il Mansi non si fece sorprendere. Per circa un’ora attraverso la porta saldamente sbarrata egli discusse con il paziente capitano, dichiarandosi innocente. Quando capì che il Martinez non sarebbe andato via senza di lui, si attaccò alle campane e le sonò a stormo, e cessò di scampanare solo quando vide arrivare i suoi parrocchiani, che, armati “con armi di campagna e lunghe mazze”, circondarono il capitano e i suoi uomini. Ma se il Mansi aveva letto, forse, “ I Promessi Sposi”, Martinez aveva letto certamente Cesare. Ordinò dunque ai suoi di fronteggiare la folla, e intanto due guardie, rotto l’accerchiamento, correvano in carrozzella a cercare rinforzi nei paesi vicini, e altre due, “con non poco rischio”, si arrampicavano sul campanile e tagliavano le funi delle campane. Il Martinez, infine, arringò la folla, prima con le parole della prudenza e della moderazione, poi, come gli dissero che stavano per arrivare nugoli di carabinieri piemontesi partiti da Pomigliano a piedi, a cavallo e in carrozza, “dalla preghiera” passò alla minaccia: “al più piccolo movimento” appicco il fuoco al paese, casa per casa.
I parrocchiani, valutate le cose, giudicarono che era meglio tornarsene a letto – tanto, è un parroco, non gli torcono un capello, e domani ce lo ritroviamo “piemontese” – e anche il parroco pose fine alla sua “insurrezionale resistenza”, si piegò al carico della sua croce, e salì sulla carrozza che sotto buona scorta lo portò alla Questura di Napoli. Fu la notte delle carrozze : da Pomigliano ne partì un lungo corteo, diretto alle carceri napoletane, con a bordo i capi del partito borbonico locale, e tra questi il canonico Aniello De Falco, l’avvocato Giuseppe Cirino e il canonico Fontana, che era di Licignano.
Nella sua relazione al Marchese Ottavio Tupputi, Comandante Generale della Guardia Nazionale di Napoli e della Provincia, Martinez descrisse la notte di Cisterna in stile tragico, come un’impresa rispetto alla quale la presa di Alesia e le “fatiche” di Cesare apparivano poco più di una scampagnata. Il capitano chiese, tra l’altro, che fossero “degnamente remunerati e gratificati” i suoi informatori diretti e indiretti, e, in particolare Raffaele Pipolo, Sabato Di Palma e Pasquale Scarpati. Il Pipolo, pomiglianese, era capo di un clan di camorristi che prima dell’arrivo dei Piemontesi gestiva il contrabbando di “spirito”, con la benedizione della polizia borbonica, e che, dopo l’unità d’Italia, con la benedizione degli stessi poliziotti, diventati “italiani”, estese la sua attività al contrabbando delle carni macellate. Sabato Di Palma, sommese, lo troviamo coinvolto, nel ’63, in un vasto “commercio” delle armi, dei cavalli e dei corredi del disciolto esercito borbonico: a questo “commercio” si dedicarono anche alcuni camorristi ottajanesi. Pasquale Scarpati, “lavoriere di San Sebastiano”, fu, sotto gli ultimi Borbone, camorrista del “gioco” nelle taverne tra Massa e Portici, poi, arrivati i Piemontesi, fece il doppio gioco, si infiltrò nella banda Barone, si alleò con i Borrelli di Sant’ Anastasia fornitori di “salumi e salami” ai mercati di Napoli, strappò dalle mani del clan napoletano dei Lubrano il controllo degli orti vesuviani, e partecipò anche al sequestro di Cuocolo, negoziante di pelli.
E Marco Monnier si meravigliò del fatto che il fratello di questa “bestia feroce”, non meno feroce di lui, era stato scelto come capitano delle Guardie Nazionali di San Sebastiano: avrebbe dovuto combattere camorristi e briganti.
Embè? Marco Monnier si meravigliava troppo facilmente…