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Quando le erbe “mediche” del Vesuvio sanavano non solo il corpo, ma anche i sentimenti e i pensieri……

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Nel quadro di Alma Tadema, ambientato davanti a una “cantina” pompeiana(?), lui chiede alla moglie il permesso di entrare, e di buttar giù un paio di coppe di vino; e lei, severa, gli dice: “una coppa sola, il tuo fegato è a pezzi, stasera ci mettiamo un cataplasma di verbena”. La storia, che Michele Tenore definì “meravigliosa”, delle “erbe mediche” del Vesuvio.

Per tutto l’Ottocento medici e botanici, il De Renzi, Michele Tenore, e Giuseppe Antonio Pasquale, riconobbero che sulle “virtù” delle erbe del Vesuvio molto avevano da imparare dai contadini vesuviani. Al Pasquale un vignaiuolo di Somma spiegò che l’ erba di San Giovanni (hypericum perforatum ), assai diffusa, e nota anche con il nome dialettale di pericon, funzionava da scaccia diavoli e annacquava i malefici delle potenti fattucchiere che infestavano il territorio tra Sant’ Anastasia e Volla: mi  dicono che fino a pochi anni fa chi andava a cercare quest’erba tra le lave, nell’atto di strapparla, si proteggeva col segno della croce. Nel 1865 Giuseppe Antonio Pasquale trovò l’erba di San Giovanni delle capre o erba caprina (hypericum hircinum), dall’odore forte proprio come quello delle capre, nelle selve di Somma e di Ottajano, e solo a Somma, ma rara, l’erba di San Giovanni montana (hypericum montanum ). La medicina popolare vesuviana conosceva bene le proprietà cicatrizzanti, antiinfiammatorie e, soprattutto, antidepressive dell’erba: era un patrimonio di cognizioni che veniva dalle culture greca e araba, e che le “farmacie” degli ordini religiosi avevano diffuso per tutto il territorio. Tra le erbe delle fattucchiere vesuviane occupava un posto di prestigio la pimpinella ( poterium sanguisorba ), o salvastrella. La trovavano a Somma e ai Canteroni, e facevano a credere alle donne che chi ne portava addosso la radice non poteva restare incinta. Lo stesso potere veniva attribuito alla borracina spinosa, che si trovava a Sant’ Anastasia e ai Tironi : per la gente del popolo era, in tutte le sue varianti, ugna di janara, unghia di strega. La poltiglia di pimpinella, spalmata per tutto il corpo, preservava da qualsiasi contagio: non tutti credevano che fosse vero, ma tutti  mangiavano la pimpinella nelle insalate, spesso insieme alla porcellana ( portulaca oleracea ), che i napoletani chiamavano e chiamano porchiacchella, e i toscani porchiacca, o erba dei porci. Le contadine di Somma e di Ottaiano  la riducevano in poltiglia e la spalmavano sul ventre dei bambini infestato dai vermi: l’erba, inoltre, mitigava la sete, placava il dolore dei denti, sanava le ulcere della bocca, bloccava la diarrea, il vomito e l’emorragia post partum, ed era un balsamo contro le emorroidi.

Alcune specie di geranio volgare erano consigliate per cicatrizzare le ferite, per calmare i nervi e per combattere la forfora, mentre la variante purpurea, erba cimicina o cicuta rossa, presente a Cercola e tra le rocce assolate sopra Torre del Greco e alla Vetrana, bloccava le emorragie e entrava negli impiastri per le piaghe. I Sommesi chiamavano scalzapiedi il “ ceciarello ”, diuretico, astringente, efficace contro i disturbi della vista, e soprattutto contro quelli della virilità.

L’erba medica  veniva coltivata, o nasceva spontanea, in tutte le sue forme: la nera, o trifoglio del luppolo (lupulina ), la tenoreana, l’attorcigliata ( helix ), che il botanico Giovanni Gussone coltivava a Portici, la mollissima, la maculata, la denticulata, la orbicularis, la marina. La fragola selvaggia, o fragolaccia, o cinquefoglie, era rara: la medicina popolare la usava contro le febbri, specie quelle malariche, a cui si esponeva chi andava a lavorare, come “giornaliero”, nelle masserie e nelle stalle di Acerra  e del Pantano di Aversa.

Non c’è affezione a cui la medicina popolare non trovi un rimedio nelle erbe. L’edera, l’ellera, ammorbidisce i calli e la crosta lattea dei bimbi, è antireumatica, antinevralgica, antibiliare e sudorifera: è un’erba ambigua: in dosi perfette, risulta un rimedio efficace contro l’emicrania,  contro le affezioni della milza e del fegato, e contro il verme solitario, ma se lo speziale sbaglia la pozione, l’edera può sconvolgere il cervello. La “gomma resina” che, come dice Michele Tenore, “ geme ” dai suoi tronchi, è molto odorosa e sostituisce la sandracca “ nell’odontalgia e nel ritardo dei mestrui ”. L’erniaria, assai diffusa, cura le ernie, mentre l’ ombelico di Venere minore, che a Somma chiamano coperchiole, combatte i foruncoli. Tutti sapevano che con le bacche di sambuco  gli osti disonesti falsificavano il colore del vino, e che l’acqua di fiori di sambuco era sudorifera e risultava efficace anche contro l’infiammazione degli occhi, mentre le bacche combattevano le febbri.

Nella terra della “ religione della Madre ” molte erbe regolano il flusso delle donne, anche la baccherina,  che si trova nei frutteti di Somma. La  vervena, la verbena, cresceva spontanea a Ottajano e nei dintorni di Barra, ma che da tempo si coltivava anche nelle vigne e nei giardini, perché era molto richiesta dai profumieri: ma non più, nell’ Ottocento, dalla medicina popolare:  l’esperienza non aveva trovato la conferma delle virtù astringenti  che gli antichi le attribuivano . Ma gli “ stregoni ” vesuviani credevano ancora che fosse un rimedio efficace contro la paura: con l’acqua del bollito di verbena venivano lavati i bambini spaventati, e a poco a poco lacrime e paura si prosciugavano. E’ nota a Michele Tenore la “ pratica di applicare un cataplasma di verbena sul fegato degli ostrutti, ove richiama una macchia rossastra, che il volgo crede esser sangue succhiato dal fegato, ma che probabilmente è dovuta all’alterazione  prodotta dal principio astringente dell’erba”. L’ olivella, nota a Somma come sanguinello bianco, e a Portici come mimmolo, curava con le sue foglie le ulcere della bocca, nutriva con i suoi fiori le api, e con le sue bacche i tordi e i merli. Dalle bacche si ricavava uno splendido verde usato dai tintori della lana e della seta, e da questo verde, con l’aggiunta di solfato di ferro, un inchiostro robusto, usato per scrivere e per disegnare.

Ovviamente, il quadro di Alma Tadema non dice ciò che ho scritto in apertura: rappresenta un mercato delle erbe davanti a una “cantina” probabilmente pompeiana.