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San Gennarello di Ottajano, 14 maggio 1645: una processione contro la siccità e una cappella consacrata a San Gennaro

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Maggio 1645: l’ ottajanese Altomando, priore del Convento del Carmine a Napoli, i proprietari napoletani della “campagna” tra San Gennarello e Striano, una cappella sacra a San Gennaro, la produzione di grano e di robbia, la ricca economia del territorio.

 

Si pensava che nel 1716 Francesco Montella consacrasse a San Gennaro la chiesa eretta in San Gennarello di Ottajano perché egli era protonotario apostolico e Sagrista Maggiore del Duomo di Napoli. E invece le carte raccontano tutta un’altra storia. E’ il maggio del 1645: da mesi non piove, e la siccità sta prosciugando la terra e “le biade” nel vasto territorio di Ottajano che è compreso tra le strade che vanno una a Palma e l’altra a Sarno. In realtà, non c’è solo grano in questi campi feraci, ci sono anche piante tessili – nella masseria “ dei Pozzi” c’è anche la robbia – e ci sono cavalli e vitelli, la cui sofferenza viene registrata puntualmente dal cronista. Giovanni Leonardo Ammirati, fattore dei Medici di Ottajano e Orsino Finiello e Micione Nappo, rappresentanti dei proprietari “indipendenti”, chiedono aiuto a Diana Caracciolo, che amministra di fatto il feudo al posto del figlio Giuseppe, che ha nove anni. I supplicanti vogliono una “rogazione”, una processione che chieda alla Provvidenza di porre fine alla siccità in un bagno di pioggia “benefica”: perché ci sono anche le piogge devastanti e malefiche. Racconta Ernesto De Martino che a Rivello e a Potenza certi frati, per costringere i contadini a pagare le decime dovute ai conventi, diffondevano la voce che essi fossero capaci, grazie a una formula magica, di librarsi in aria e di “pilotare” sui campi dei contadini ribelli nuvole temporalesche che avrebbero distrutto immediatamente il raccolto con gli scrosci di pioggia. Nella Campania Felix le “rogazioni” contro le calamità naturali facevano parte del calendario ufficiale delle processioni e si svolgevano, di solito, prima dell’Ascensione e, nei “luoghi” del vino, nella prima settimana di settembre. Nel Vesuviano si ricorreva al rito solo in casi eccezionali, che tuttavia erano diventati più frequenti dopo l’eruzione del 1631.

Diana Caracciolo si rivolge a Ottaviano Altomando, che da quattro anni è il Priore del Convento del Carmine a Napoli. Il Priore, uno dei più importanti giuristi dell’Ordine, è ottajanese e appartiene a una famiglia di notai che sulla Montagna e nel Piano di Ottajano possiede oliveti e vigneti, case “palaziate” e masserie. Nell’interesse della comunità e anche nel suo interesse il potente Priore ottiene il placet per la “rogazione”, che si svolge nel pomeriggio rovente del 14 maggio 1645. Guida la processione il carmelitano Luca Antonio Rossi, che nonostante la giovane età ha fama di grande predicatore: e che tanta fama non sia usurpata l’hanno già sperimentato i fedeli di Marigliano e di Somma. Lo accompagnano Giovanni de Alia, “ dottore” della Chiesa Nolana, e tre sacerdoti ottajanesi, di cui il cronista indica solo i cognomi, Iovino, Parisi e Mazza. Dietro si snoda il corteo che si configura come una vera e propria processione penitenziale, in cui non mancano le donne “scapillate”: tutti i “supplici”, invitati “ a voce” dal carmelitano e dai sacerdoti, confessano i propri peccati e chiedono, tra le lacrime, che la Madonna e i Santi liberino i loro cuori dalle insidie del diavolo, e i campi, che il Rossi benedice e asperge senza sosta di acqua santa, dall’ inferno della siccità, “ a siccitate”.

Nella “ campagna” di Felice Sepe “napolitano” c’è un’ edicola con l’immagine della Madonna del Carmelo, il cui culto si è diffuso nel territorio dopo l’eruzione del 1631: qui il corteo si ferma e il Rossi invoca la protezione della Madonna Nera. Lungo la “ via di Sarno”, nella “ campagna” di Scipione Ranieri, che “abita in Napoli”, ma è certamente ottajanese, c’è una “cappelluccia”: il cronista non dice a chi è consacrata, ma racconta che davanti ad essa il corteo invoca San Gennaro: il che ci induce a ritenere, per analogia, che al Patrono di Napoli sia dedicato quel luogo sacro.

Il fascio dei documenti ci dice che quasi tutta la fertile pianura tra San Gennarello e Striano è in mano a proprietari napoletani: è logico pensare che essi abbiano affidato le loro masserie al Patrono della loro città. Dunque, il culto di San Gennaro è già radicato nel territorio, quando nel 1716 Francesco Montella gli dedica la Chiesa. E l’istituzione di questa Chiesa non inizia la costruzione dell’identità di San Gennarello, ma è, al contrario, la conseguenza di un processo culturale, sociale e economico che è già iniziato da quasi un secolo e che presenta aspetti di notevole interesse. A questi aspetti e alle famiglie che nella prima metà del ‘600 hanno costruito nel territorio a cui poi venne dato il nome di San Gennarello un solido sistema economico ho dedicato molte pagine nel libro che sto scrivendo sulla storia delle famiglie di Ottajano ( e di San Giuseppe e di Terzigno) nel sec.XVII e, per una sorta di obbligo morale, sulla vita di Giuseppe I Medici: non è giusto che si scrivano sciocchezze e banalità su questo principe di Ottajano, che è stato uno dei protagonisti della storia napoletana del ‘600, e che non fu mai banale, nemmeno nella pratica dei vizi, che pure erano molti e non lievi.

E’ probabile che la “rogazione” guidata da Luca Antonio Rossi sia stata efficace. Nel 1646 Ottajano rifornisce di robbia i tessitori di Palma e del Vallo di Lauro: i “vatecari” ottajanesi trasportano anche sabbia e “cenere di selce”, che vengono impiegate nella lavorazione della ceramica e del vetro. Ma questa è un’altra storia. Mi auguro che qualcuno la scriva.