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San Sebastiano, una giornata infernale

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Il disastro vesuviano tocca anche San Sebastiano al Vesuvio, tanta paura ma tutto sommato e almeno per il momento, con il passaggio del fuoco sono stati contenuti i danni.

Strani giorni questi degli incendi vesuviani, giorni nei quali impari a conoscere bene le persone perché queste cacciano fuori il meglio o il peggio di se stessi. Giorni in cui, amici e non, ti offrono un aiuto o la semplice stima o l’incoraggiamento per andare avanti in questa sfida impari contro la stupidità dell’uomo e la natura da lui offesa. Ma sono anche giorni in cui, amici e non, colgono l’occasione, non sapendo fare di meglio, per non stare zitti, e parte la gara a chi trova il pelo più piccolo nell’uovo o chi la spara più grossa.

Scrivere, in questi giorni di fuoco, è stato snervante e temo che lo sarà ancora per un po’ ma risulta vitale per esorcizzare il dispiacere nel vedere bruciare quella che è la mia casa dell’anima. Scrivere quello che vedo ma anche quello che provo deve purtroppo cozzare contro gli staffettisti delle agenzie stampa e l’orgia mediatica della disinformazione che violenta ogni buon senso e rigor di logica.

Ma veniamo alla cronaca di questa calda giornata. Il risveglio conferma quanto presagito la notte precedente (la notte del 12 luglio), con il fuoco sulla colata lavica del 1944 e sul sentiero n°8, il cosiddetto Trenino a cremagliera, situato nel comune di Ercolano ma di proprietà di quello di San Sebastiano. Le fiamme, spinte dal vento e provenienti dal fosso della Vetrana e da San Vito, si impossessano facilmente di parte del sentiero e del suo costone occidentale ma la protezione civile congiunta, di San Sebastiano e Massa, riesce a contenere il fuoco e a spegnerlo. I problemi però emergono con le fiamme sulla colata poiché sono difficilmente raggiungibili, si spera negli interventi aerei ma non giungeranno che nel primo pomeriggio.

È una lotta tra i ragazzi della PC e le fiamme, una questione di principio per qualcuno e nonostante la natura impervia nel vecchio flusso lavico, riescono a contenere le fiamme fin quando però, un nuovo focolaio, si apre all’improvviso dal lato ercolanese, là dove una vera e propria ventata di fuoco investe chi si trovava a valle per un’ispezione. Cataste di legna da ardere vengono raggiunte dal fuoco della sterpaglia e si infiammano con una velocità straordinaria, raggiungendo subito la strada con fiamme alte. Buona parte dei presenti riesce a scappare e a prendere l’auto ma un carabiniere rimane bloccato dal fuoco così come la sua autovettura, lui riesce a scamparla, non il veicolo che viene avvolto dalle fiamme. Brucia la terra, brucia la campagna e una baracca, ma per fortuna tutti sani, salvi e impauriti.

Il nuovo fronte è il Capriccio, rinomato ristorante ercolanese ai confini con S. Sebastiano, e che dà il toponimo alla meta più ambita dalle coppiette locali. Lì, il vento ha spostato l’incendio che minaccia seriamente i pini del ristorante. I cavalli del vicino maneggio sono prelevati e condotti altrove. Si decide di fare una linea tagliafuoco più ampia della stradina che costeggia il perimetro dell’edificio, ci penserà Ciro Perna con una grossa pala meccanica e, rasentando le fiamme, toglie innesco al fuoco nell’attesa del prossimo arrivo dell’elicottero. Tutt’attorno è però l’inferno, le volpi saltano fuori dalle loro tane, la gente inveisce pretendendo priorità d’intervento per le loro proprietà e la tensione sale anche tra chi sta operando, all’improvviso un grottesco scoppio di fuochi d’artificio, abbandonati da qualcuno e  inesplosi deflagra tra le fiamme. Il fumo nero delle ginestre viene ben presto confuso con quello più oscuro di una catasta di pneumatici e fusti accatastati da anni sotto la sterpaglia, ma questa è un’altra storia.

La giornata campale si chiude con un fronte di fuoco che supera la lava e, lento e minaccioso, si dirige verso il Bosco del Molaro.